Dimissioni per Saccomanni? Il vero problema non è l’Iva, ma i tagli mai arrivati

22/09/2013 di Andrea Viscardi

Dietro la minaccia del Ministro dell'Economia pesa, forse, la politica di tagli mai attuata

Dimissioni Saccomanni

Dimissioni Saccomanni – Basta compromessi, l’IVA va aumentata, altrimenti avrete le mie dimissioni sul tavolo. Parola di Fabrizio Saccomanni. Si può così riassumere il nuovo tifone capace di rovinare la domenica all’esecutivo guidato da Enrico Letta. Un ciclone che arriva nei giorni successivi all’annuncio dello sforamento della soglia del 3% del deficit richiesta dall’Unione Europea, con il rischio che l’Italia, appena uscita dalla procedura di infrazione, possa rientrarci in breve tempo. Proprio per questo è fondamentale trovare 1,6 miliardi di euro, e farlo nel più breve tempo possibile.

Conseguenze gravi – Minaccia pesante più che mai per il futuro italiano. Perché, le dimissioni del ministro dell’Economia, avrebbero delle ripercussioni fortissime, sia per quanto riguarda i rapporti con l’Europa, sia per quanto concerne la visione che, del nostro Paese, hanno i mercati. Saccomanni lo sa, un po’ meno altri personaggi di sponda pidiellina, che hanno subito accolto la minaccia, filtrandola in realtà come una speranza. Poca responsabilità e tanta politica, insomma, è ciò che caratterizza le componenti di questo governo, e su questo il Ministro ha tutte le ragioni del Mondo.

Dimissioni SaccomanniNon è questione di 1 miliardo – E’ comunque difficile pensare che l’instabilità degli ultimi due mesi sia causa del mezzo fallimento dell’esecutivo Letta, quanto piuttosto una serie di decisioni o, meglio, di non decisioni, che non hanno permesso di creare una programmazione tale per poter affrontare le questioni imu e iva. Perchè anche si trovasse il miliardo e mezzo necessario, sarebbe solo un mezzo con cui arrivare al 31 dicembre con un deficit in linea con le richieste europee. Ma poi? Se questo Paese vuole uscire realmente dalla crisi, serviranno almeno una decina di miliardi da investire in riforme nell’arco del 2014. Alleggerimento della pressione fiscale sulle imprese e sui lavoratori in primis. Perché, fino a quando non si cercherà di aumentare il potere d’acquisto degli italiani e soprattutto le capacità d’investimento e di profitto delle imprese, non potrà mai esservi un vero rilancio dell’economia. Dove trovarli?

Spesa pubblica e tagli – I tagli tanto attesi sembrano non poter arrivare. Come il taglio delle pensioni d’oro, minimo: sarebbe bastato un 10% per recuperare 1,3 miliardi di euro. Sicuramente una percentuale superflua se si considera le pensioni prese in considerazione. Si tratterebbe di sottrarre cento euro a una pensione da diecimila euro al mese. O 9000 euro alla pensione dell’ex manager di Telecom, Sentinelli, che incassa 91 mila euro al mese. A riguardo, comunque, la colpa non è certo solo del governo, ma anche della Corte Costituzionale, che era andata bocciando, a giungo, il famoso contributo di solidarietà. La spesa pubblica italiana, negli ultimi 15 anni, è aumentata di circa 300 miliardi. Possibile che non si riesca a trovare qualcosa da tagliare?

Privatizzazioni e patrimonio pubblico – Un altro esempio sono i piani di privatizzazione e la vendita di parte del patrimonio pubblico, oramai un lontano ricordo. Forse, l’ira di Saccomanni deriva anche e soprattutto da questo. Solamente a luglio era circolata la voce della possibilità di ridurre le partecipazioni statali in alcune grandi aziende, che avrebbero potuto ridare, da sole, ossigeno al Paese. Così come per le privatizzazioni, anche l’ipotesi di dismettere parte del patrimonio pubblico è andata alla deriva. Un patrimonio pubblico che, nella parte di proprietà delle Amministrazioni centrali, ha un valore di circa 40 miliardi di immobili strumentali, per lo più occupati da uffici pubblici e dipendenti dei ministeri. Una ricerca dell’Istituto Bruno Leoni, già cinque anni fa, stimava che, attraverso una riallocazione degli spazi, si sarebbero potuti liberare almeno il 30% di queste proprietà. A questi andrebbero aggiunti 14 miliardi di euro di immobili non strumentali.  Lasciamo a voi i calcoli.

E l’accordo con la Svizzera? – Similmente, anche dopo la notizia dell’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Svizzera sul segreto bancario, non si capisce perché, vista l’emergenza degli ultimi due anni, non sia stato possibile continuare sulla strada della ricerca di un accordo che avrebbe potuto far recuperare all’Italia almeno una decina di miliardi, con una prospettiva annuale di un gettito di almeno 5 miliardi di euro. Le difficoltà per raggiungere un’intesa sono molte, ma oramai se ne parla da anni senza raggiungere alcun risultato.

Insomma, forse Saccomanni ha ragione, basta compromessi. Le possibilità di tagliare la spesa pubblica e di far cassa esiste, e le strade percorribili sono molte. Purtroppo, ad oggi, non ne è ancora stata percorsa (quasi) nessuna. Se nella sua ipotesi di dimissioni sono racchiuse anche le insofferenze per un governo incapace di mettere all’opera quanto promesso e quanto necessario, lo dica chiaramente. Pdl e PD, su questo semi fallimento, hanno responsabilità enormi. In primis di aver portato avanti un governo di coalizione come una continua contesa politica. Perchè, alla fine, quello che doveva essere l’esecutivo della salvezza, si è rivelato essere vittima dei soliti calcoli di convenienza politica, alla faccia del Paese. Ed il problema non sono nè l’imu nè l’iva. Anzi, dopo il lavoro del Governo Monti e i primi sei mesi dell’esecutivo Letta, probabilmente, chiunque si sarebbe aspettato che, di Imu e Iva, si sarebbe potuto fare assolutamente a meno.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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