La dimensione economica della crisi egiziana

21/08/2013 di Giovanni Caccavello

Dopo due anni dalla cacciata di Mubarak l'Egitto ritorna nel caos: Morsi è stato incapace di affrontare la dimensione economica dell'emergenza

Egitto, Morsi e Militari

25 Gennaio 2011 – L’attuale crisi dell’Egitto ebbe inizio due anni e mezzo fa, un giorno di fine gennaio, quando migliaia di Egiziani incominciarono a riempire Piazza Tharir dieci giorni dopo l’inizio delle rivolte in Tunisia. Oggi l’Egitto è un paese che sembra aver perso completamente l’orientamento. A nulla è servito l’arresto dell’ex Rais Hosni Mubarak, a nulla è servita la nascita di un nuovo governo, votato con elezioni “democratiche” e che aveva visto uscire dalle urne Mohamed Morsi, a nulla sono servite le proteste di milioni di egiziani contro un sistema corrotto, un’economia vicino al collasso e una divisione del poteregitto-guerra-civilee giudiziario, esecutivo e legislativo quasi inesistente.

Quello che i media non dicono: Quando i media parlano dell’Egitto ed evidenziano le violenze che l’esercito sta attuando contro i manifestanti “Pro-Morsi” mostrano sempre il lato politico e sociale della crisi, dimenticandosi quasi sempre del lato economico, che, però, risulta uno dei motivi principali per la situazione odierna.

Economia e sviluppo  – Cerchiamo quindi di spiegare la “dimensione economica” delle rivolte in Egitto. In qualsiasi Paese lo stato dell’economia rispecchia il benessere della società e del mondo politico. Se l’economia è in difficoltà o fa fatica a prosperare, allora è ancora più facile vedere formarsi o accentuarsi il malcontento verso chi tiene le redini del potere. Nonostante alcuni dati macroeconomici mostrino dei segni positivi – non va dimenticato quanto l’Egitto sia un paese in via di sviluppo – come un PIL in crescita del 2% nel 2012, la situazione è andata aggravandosi ancora di più dalle rivolte anti Mubarak. La produzione industriale è diminuita del 3,1%, la disoccupazione ha continuato ad aumentare superando la soglia del 13% e il tasso di povertà relativo segna perennemente il segno + sin dal 2008, sancendo come più di un egiziano su quattro sia povero.

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Pil e FMI – Come se non bastasse, il debito pubblico è aumentato di 12 miliardi di dollari, toccando quota 45 miliardi, e il rischio fallimento – ancora prima delle rivolte dell’ultimo mese – era dietro l’angolo. Morsi, in tutto questo, non è stato in grado di giungere ad un accordo con Il FMI, capace di offrire 5 miliardi di euro di prestiti ma a condizioni troppo stringenti per l’ex premier. Prestito che avrebbe significato una boccata di ossigeno, visto l’aumento di 11 punti registrato nel 2012 del deficit sul rapporto PiL/Spesa Pubblica. Tutto questo anche perché il governo continua, inesorabile e senza molte alternative, a sussidiare numerose aziende ed interi mercati come il cibo, essenziale per lo sviluppo e il mantenimento di un Paese capace di passare da 20 milioni di abitanti degli anni ’50 agli 80 odierni. Per non parlare del crollo del Turismo registrato dalle proteste del 2011.

Futuro – Vista la situazione macroeconomica generale, unita alla grave crisi istituzionale e al vuoto di potere venutosi a creare dopo la deposizione di Morsi e le dimissioni di El Baradei, vicepresidente dell’Egitto voluto dall’Esercito, è facile capire come l’intero Paese sia piombato nel caos più assoluto. La situazione è molto complicata, ed è perciò arduo comprendere quale possa essere la soluzione capace di ridare stabilità alla nazione, soprattutto in un momento in cui gli appelli alla riappacificazione sembrano cadere come non mai nel vuoto.

Economia, religione e politica si intrecciano l’una con l’altra in modo forte, dando vita ad uno scenario dalle mille sfaccettature, tanto che gli stessi media europei trovano grandi difficoltà a comprendere quali siano gli aspetti strumentalizzati dalle parti e quali le realtà di quanto sta accadendo. Si ignora, però, quanto la situazione economica sia stata la prima e grande causa di quanto accaduto: qualora Morsi fosse riuscito ad affrontare con successo la crisi, oggi, in Egitto, le piazze sarebbero vuote. Sicura sopra ogni cosa è la necessità, per chiunque governerà il Paese, di inaugurare un piano di riforme di carattere istituzionale. Utopico si possa andare verso una divisione più equa dei poteri dello Stato, più facile far sì che il sistema bancario – ad oggi circa la metà dei cittadini non ha neanche un conto – si integri con i bisogni della nazione, così come cercare di liberalizzare alcuni settori oggi sotto il controllo governativo. Ma prima di tutto – pesante come non mai sulla storia egiziana – è necessario sradicare quella corruzione dilagante, capace di colpire ogni livello del Paese e di bloccare ogni tentativo di progresso intrapreso negli ultimi decenni.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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