Dilma Rousseff. Altri quattro anni di PT per il Brasile

29/10/2014 di Lorenzo

Con la risicata vittoria del 26 ottobre la "presidenta" resta alla guida del paese sud-americano, ma sono moltissime le questioni ancora sospese di cui dovrà occuparsi: vediamo quali

Brasile: una vittoria sul filo del rasoio – appena del 3,28% – se si guarda alle elezioni successive alla ri-democratizzazione brasiliana del 1988. Dilma Rousseff ce l’ha fatta ancora, anche se, come nell’elezione del 2010, non è riuscita a sfondare subito al primo turno, come invece riuscì per ben due volte il suo predecessore, Inacio Lula da Silva, padre nobile del PT – il Partido do Trabalhadores (Partito dei Lavoratori). La Rousseff lo ha più volte citato nel suo discorso della vittoria, recitato in Brasilia, definendolo come “primo militante della causa del popolo brasiliano” e con altri slogan, prima di tendere il braccio allo sconfitto Aécio Neves, al quale la “presidenta” si è rivolta dicendosi pronta al dialogo tra le due forze maggiori.

Alcune volte nella storia, risultati più stretti hanno prodotto cambiamenti più rapidi che vittorie con risultati molto ampi. E questa é la mia certezza di quello che accadrà in Brasile a partire dalla data di oggi

Il riferimento è chiaro anche alla sempre più competitiva atmosfera che le elezioni hanno assunto, che mai come oggi avevano diviso il paese in questo modo. Da una parte il rifiuto netto per Dilma, dall’altra un giuramento di fedeltà al PT (più che alla stessa Dilma, che non hai mai avuto il fascino del suo predecessore). Per trovare un contrasto di questo tipo nel paese della samba dovremmo ritornare ai tempi della prima democratizzazione (1945-1964), dove nel paese si era creata una spaccatura tra getulisti, ovvero i fedeli alla figura e all’opera sociale del presidente Getúlio Vargas e i liberali, rappresentati dall’UDN (União Democrática Nacional) che fecero sprofondare il paese ad una lotta aspra tra le due fazione, creando una faglia irreparabile.

Aécio Neves, candidato alle elezioni presidenziali del 2014 in Brasile per il PSDB, il Partito della Social Democrazia Brasiliana
Aécio Neves, candidato alle elezioni presidenziali del 2014 in Brasile per il PSDB, il Partito della Social Democrazia Brasiliana

Nel Brasile di oggi le elezioni hanno dato un chiaro segnale: il paese è diviso a metà, salvo qualche enclave di uno dei due candidati nelle zone geografiche dove hanno trionfato. In tutti gli stati del sud (ad eccezione di Minas Gerais), economicamente più avanzati (si pensi solo che lo Stato di San Paolo ha il secondo PIL più alto di tutta l’America Latina dopo il Brasile), come San Paolo, Rio Grande del Sud, Santa Catarina, Distretto federale di Brasilia il PSDB ha avuto la meglio sul PT. Nel Nord, specialmente nella regione del Nord-Est, la presidente uscente ha trionfato (anche con maggioranze bulgare) in quasi tutti gli stati. Qui la presenza delle riforme pentiste si è fatta più sentire negli ultimi dodici anni, portando ad un livello accettabile di condizioni di vita la maggior parte della popolazione che viveva nella povertà più assoluta, senza, però (e questa è una delle più frequenti accuse), fare altro per includere appieno questa fetta di popolazione nella società verde-oro. Cosa che ha fatto alzare un polverone di accuse verso il PT, come quella di tenere in ostaggio milioni di voti del nord-est attraverso l’uso della Bolsa Familia, Minha Casa e Minha Vida: progetti che aiutano molto, ma non sono sufficienti per portare quella grande fetta della popolazione ai livelli standard dei paesi civili.

La risposta dei mercati alla rielezione della Rousseff é stata, come atteso, negativa facendo così sbalzare il prezzo del dollaro, che è salito del 2,5%, portando il cambio Real-US Dollar a 2,5229: il maggior aumento da qui a tre anni. Tale risposta deriva dall’incertezza della politica economica della Rousseff. Ma bisogna anche ricordare che i mercati già in passato, spaventati dall’ascesa di Lula, fecero la stessa cosa, per poi ricredersi poco dopo la sua prima elezione del 2002. Per tentare di evitare la bocciatura dei mercati finanziari, la Rousseff, festeggiando il suo trionfo, ha promesso dialogo e riforme, soprattutto nel campo fiscale e nel risanamento dei conti pubblici. Per ora, la politica economica che sarà da qui al 2018 resta un punto interrogativo, date da un lato dalle timorose mosse fatte dal governo Rousseff negli ultimi 4 anni e dall’altro dalla “prigione economica” del Mercosur, che per più volte, con l’esercizio dei veti da parte di paesi come il Venezuela o l’Argentina, si è opposto a proposte brasiliane di libero commercio con Stati Uniti e UE. Azioni di cui, il Brasile, paese oramai facente parte dei primi dieci stati del mondo, ha risentito soprattutto economicamente, e l’ormai flebile crescita economica, attestatasi sotto l’1%, ne è una della conseguenze principali. La presidente rieletta, intanto, promette di dare priorità alle riforme economiche, perché, tolta la disoccupazione che é a livelli molto bassi, il resto di tutta l’economica é un punto morto. Le elezioni del 2014 hanno bocciato il modello più liberale rappresentato da Aécio, ma chiedono più forza in quel campo al PT che fino ad ora si é rivelato molto debole.

Uno scorcio degli scontri che hanno investito il Brasile durante la Coppa del Mondo FIFA di quest'anno
Uno scorcio degli scontri che hanno investito il Brasile durante la Coppa del Mondo FIFA di quest’anno

Dall’altra parte c’è il discorso riguardante la politica interna del paese, la quale, secondo anche i frequenti sondaggi, richiede cambiamenti. Ciò è stato chiaro soprattutto dopo le manifestazioni, accorse in concomitanza con la Coppa del Mondo FIFA, dalle quali si eresse come evidente il bisogno di andare a rivisitare i dettami costituzionali che rischiavano di lasciare il paese nell’impasse più totale. Gli stessi politici considerano il sistema come un alimentatore della corruzione e dell’infedeltà ai partiti tra gli eletti al Congresso. In questi ultimi mesi si è molto discusso sopra il problema del finanziamento pubblico e privato ai partiti. Per contro, la Rousseff ha sorpreso tutti suggerendo l’idea di sottoporre direttamente il popolo brasiliano – scavalcando di fatto il sistema rappresentativo – all’istituto del plebiscito per alcuni temi di importanza rilevante per il paese. Tale sistema, però, andrebbe a facilitare il passaggio di proposte fatte dal governo pietista che, al contrario, mai avrebbero vita facile nel Congresso, ad oggi con la più grande presenza conservatrice dal 1988. Ma una riforma plebiscitaria, secondo la lunghissima costituzione brasiliana, comunque dovrebbe passare per il calderone legislativo del congresso, che la dovrebbe approvare con i 3/5 dei suoi membri tra Camera dei Deputati e Senato Federale. Un sogno insomma, più difficile di quello del suicidio dei senatori italiani per “abolire il bicameralismo perfetto” di noi altri. Altra proposta è quella di abolire il voto per il singolo deputato e istituire liste miste di deputati da eleggersi poi in base ai voti ricevuti dal partito.

Altra gatta da pelare per il secondo governo Rousseff, sarà quella di ampliare i già esistenti programmi sociali, come la Minha Casa, che concede un’abitazione a chi non la possiede. Tra le proposte si colloca, infatti, un nuovo piano per la concessione di tre milioni di nuove case e un’espansione della Bolsa Familia, dalla quale si trovano ancora esclusi 6,5 milioni di brasiliani. Per i beneficiari, invece, mancano i meccanismi per scongiurare la dipendenza dal programma: si pensi solamente che dal 2003 ad oggi solo il 10% degli usufruenti del programma sociale ha poi rinunciato al sussidio perché evolutasi socialmente. Gli altri, impossibilitati a trovare un’occupazione più retributiva di quello che già concede la Bolsa Familia, ne sono rimasti legati.

Sul piano monetario il paese si trova davanti ad uno dei più grandi tassi di inflazione degli ultimi 15 anni. Il tasso, stabilito al 6,5%, ha superato il limite stabilito da Brasilia. Dilma propone perciò di ridurre il tasso di cambio per ridurre il problema.

In chiave di politica estera é forte la volontà del PT di rafforzare la partnership sia tra i BRICS che con gli stati latinoamericani e africani, aumentando così le relazioni tra gli stati del Sud del mondo. Infatti un problema per il Brasile in questi ultimi anni sta nella necessità di esportare sempre di più, che si scontra con la già citata mancanza di accordi di libero scambio con i principali punti di svincolo delle merci mondiali, come USA e UE.

Tutto ciò, sommato ai problemi di scolarizzazione, formazione tecnica e sicurezza sono i temi caldi a cui il secondo governo della Rousseff non può non rispondere: in ballo c’è il futuro di una delle più importanti potenze emergenti del mondo.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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