Dilma, la socialista di ferro al giro di boa

09/01/2013 di Luciano Di Blasio

Dilma RousseffUfficialmente in carica dal 1° gennaio 2011, Dilma Rousseff completa i suoi primi due anni alla guida del paese più grande del Sudamerica, una prima metà di mandato tutta da analizzare e interpretare.

Era partita forte, Dilma: donna, ma di ferro; erede designata dell’amatissimo Lula, ma forse dalla carente identità personale; favorita dai sondaggi, ma invischiata un aspro ballottaggio contro il redivivo e mai arrendevole esponente del centro-destra brasiliano, José Serra.

E fu eletta presidente: prima donna alla guida del Brasile, è oggi una delle sole 16 donne che ricoprono la presidenza del proprio paese dopo esser state elette. Per molti il compito di Dilma era facile: in un paese in forte crescita, anche in un momento d’intensa crisi mondiale, sarebbe stato sufficiente continuare con le politiche assistenzialiste di Lula contro la povertà, insieme a qualche altro minimo accorgimento, per continuare a governare approfittando di un largo sostegno. E a quanto pare sembrerebbe esserci riuscita: secondo un sondaggio condotto dalla rivista Carta Capital in questi giorni, circa il 60% di coloro che si sono espressi, ritiene che Dilma abbia superato le attese, con un ristretto 18% a sostenere la sostanziale indifferenza delle politiche della Rousseff, e un simile 22%, che invece si aspettava di più da lei.

Ma davvero Dilma ha segnato il passo in questo Brasile ancora sospeso tra la sua ansia di progresso e il suo retaggio di classismo discriminante? All’alba del suo mandato aveva fatto intendere che avrebbe continuato i programmi sociali di Lula come la Bolsa Família, e così ha fatto, senza rimanere a guardare: a metà 2011 è stato presentato e contestualmente attivato il nuovo programma per combattere la povertà che ancora attanaglia circa 16 milioni di persone che vivono con meno di 70R$ (reais; 30€) al mese, chiamato Brasil sem Miséria (“Brasile senza povertà”), una estensione potenziata del programma di assistenza lulista. Alla base di questi programmi c’è uno scambio che viene proposto ai più poveri: in cambio della garanzia che i bambini frequentino la scuola, le famiglie ricevono un assegno. Un programma che negli anni di Lula ha ridotto la povertà estrema brasiliana dal 12% a 4,8% con 12 milioni di famiglie coinvolte. Forse, però, serviva evolvere il programma per combattere i possibili effetti negativi, come il rischio che i sovvenzionati possa abituarsi ad essere passivamente aiutato dal governo, desistendo da ogni tipo di futura affermazione sociale, oltre al fatto che la stragrande maggioranza dei ragazzi arrivati a scuola grazie a questo programma, non segue le lezioni in maniera adeguata, e lo standard di preparazione dei brasiliani non cresce.

Dilma ha fatto valere la sua immagine di donna tutta d’un pezzo quando ha inquadrato i ministri problematici e li ha sostituiti in barba alle gerarchie di partito; ha preso a cuore la questione energetica (in passato già titolare del Ministro delle Miniere e dell’Energia), liberalizzando alcuni servizi logistici e provocando un abbassamento importante delle tariffe energetiche al consumatore (stimate ad un -16,2% per gli utenti privati, tra 12% e 28% per le aziende). Sono inoltre stati emanati decreti per la modernizzazione di porti ed aeroporti. Insomma, in una situazione di crisi che avvolge anche il Brasile – cresciuto il 2,7% nel 2011, ma soltanto l’1% nel 2012 – il piccolo panzer da guerra Dilma Rousseff punta tutto sulla riorganizzazione statale e privata dell’economia e delle regole, come una formica, senza provvedimenti epocali, ma ritoccando di giorno in giorno i difetti del sistema paese brasiliano, per evitare di rallentare troppo un’economia florida ma che per affermarsi definitivamente deve, molto probabilmente, sbarazzarsi del potere, fortissimo, della piccolissima percentuale di ultraricchi che ancora hanno un peso determinante nel rallentare alcune riforme ormai ineludibili per il Brasile.

E per il 2013? Promesso un indice di crescita del PIL al 4%, l’intenzione è continuare quel cammino da governo socialdemocratico consapevole delle sfide del mondo contemporaneo, ma non sarà facile: mancano due anni alle prossime consultazioni, ma tutti i suoi avversari sono agguerriti e pronti ad usare contro di lei le inchieste che hanno buttato ombra sul suo Partido dos Trabalhadores nel corso del 2012, per tentare di scalfire la sua popolarità al 78%, anch’essa di ferro.

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Luciano Di Blasio

Nasce a Lanciano (CH) il 20/03/1987 e cresce a Ortona (CH): un abruzzese dalle velleità internazionali. Maturità scientifica (100/100, premiato dalla fondazione De Medio) a Francavilla al Mare (CH), vince il premio come miglior studente di matematica della provincia di Chieti. Vive un anno a Newcastle (UK) studiando ingegneria elettronica, sei mesi a Rio de Janeiro. Si laurea in Lingue e Letterature Moderne (Tor Vergata, inglese e portoghese) con una tesi in letteratura inglese post-coloniale sullo scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa. Attualmente iscritto al secondo anno Corso di Laurea Magistrale in International Relations (Scienze Politiche, LUISS). Membro fondatore dell'associazione GiovaniRoma 2020. Drogato di letteratura, politica, F1, tennis e calcio.
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