Il dilemma dei sognatori: La la land

16/02/2017 di Emanuele Bucci

Il nuovo film di Damien Chazelle trasporta le formule del musical classico nelle strade della Hollywood contemporanea. Ma forse il vero motivo di interesse dell’opera è nel gioco di variazioni che problematizza l’immersione nel sogno e la rievocazione nostalgica del passato.

La La Land

Chi sono «i folli e i sognatori», o anche, come da originale, i «fools who dream», i folli che sognano (e folli perché sognano, in fondo), a cui è dedicato La La Land? Un gruppo di persone imbottigliate nel traffico di Los Angeles che, improvvisamente, escono dalle rispettive vetture e iniziano a ballare e cantare «se deluso resterò, rimettermi in piedi dovrò»? Sì, più o meno s’intende (anche) questo, non per nulla si tratta dell’incipit del film. Ma un altro di quei folli che contaminano e confondono la realtà col sogno sembra essere proprio il regista e sceneggiatore, quel Damien Chazelle che aveva redatto lo script già nel 2010, ma il cui sogno, almeno fino al successo di Whiplash nel 2014, era stato giudicato troppo folle dai produttori hollywoodiani.

Ora La La Land continua a danzare tra un plauso e l’altro del pubblico e della critica: dai primi riconoscimenti al Festival di Venezia lo scorso settembre (Coppa Volpi alla performance della protagonista Emma Stone) al recente trionfo dei Bafta Awards, in attesa di vedere se il record di Nomination ai prossimi Oscar si tradurrà, come previsto, in un trionfo di statuette vinte. Ma ancora più sorprendente ci pare l’approvazione e talora l’entusiasmo che questo film sta riscuotendo persino da spettatori che normalmente (e magari orgogliosamente) tendono a conservarsi immuni dal fascino di prodotti cui questo film si richiama abbondantemente ed esplicitamente: il musical, da un lato, e, dall’altro, quello che ormai può essere definito un sottogenere a sé, la rievocazione vintage del cinema classico hollywoodiano. Il cinema, cioè, dell’epoca d’oro tra gli Anni Venti e gli Anni Cinquanta: prima che la modernità più (auto)critica e i nuovi mezzi di comunicazione concorrenti intervenissero a turbare i sogni ingenui e seducenti del grande schermo custodito e animato dagli studios americani.

La collocazione dei luoghi più comuni (formali e tematici) del musical e della storia d’amore classica nel presente molto poco “classico” dove si muovono i due protagonisti, crea un sottilissimo cortocircuito che complica i percorsi, apparentemente già scritti, verso l’idillio e la felicità.

Come si spiega allora il trionfo di questo film? Certo, gli ingredienti per piacere trasversalmente a un vasto pubblico sono molteplici ed evidenti, fin troppo, si potrebbe dire: una leggerezza che non diventa volgarità, una vivacità che non diventa provocazione urticante, un concerto di colori e suoni, di voci, note e coreografie che trasfigurano la realtà in fulgente immaginazione, una trama fatta di topoi immediatamente riconoscibili che mette in gioco l’enorme e ben noto tema della realizzazione personale (artistico-professionale e affettiva). In più, naturalmente, ci sono il profluvio di citazioni per il pubblico cinefilo e, last but not least, la presenza magnetica dei due interpreti principali: il cui fascino e la cui complicità (reciproca e con lo spettatore) sono fluidamente integrati in quella leggerezza sgargiante e musicale che dinamizza e al contempo ordina l’intera opera. E, del resto, la dialettica sempre armoniosa e armonizzata tra dinamismo e ordine è l’ingrediente artistico per eccellenza del musical tradizionale.

Tutto questo, indubbiamente, ha un ruolo significativo nel film di Chazelle. Eppure, non basta. Già, perché se ci limitassimo ad evidenziare questi elementi sarebbe sin troppo facile, soprattutto per quello spettatore disincantato e poco incline ai facili tuffi nostalgici, giudicare il film come un’operazione tecnicamente eccelsa, magari anche sinceramente ispirata, ma in fondo più abile che davvero incisiva: soprattutto, tutta quanta interna a quella crisi contemporanea della narrazione (non solo cinematografica) che, in questo pienamente partecipe della crisi culturale in atto, ha paura di proporre storie nuove a contatto con i problemi e le trasformazioni (della realtà e degli immaginari) contemporanei; e, piuttosto, preferisce il ripiegamento, rassicurante, divertente ma in fondo sterile, nel guscio ammiccante del passato. Ma il cuore più autentico, e il vero motivo di interesse di questo La La Land, risiede infatti altrove.

Da un lato c’è il sogno come regressione, come ricostruzione immaginaria di un mondo passato, magari idealizzato, comunque scomparso o avviato a sparire. E poi, c’è il movimento opposto che informa il rapporto tra sogno e realtà, quello del tutto proteso verso il futuro. Quello che si muove nella realtà presente fantasticando un domani migliore.

Ripartiamo allora dai due concetti-chiave del nostro discorso su questo film (e del film stesso), il sogno e la nostalgia. In La La Land il rapporto tra sogno e realtà disegna due movimenti opposti, perfettamente espressi dai due protagonisti, e, quel che più conta, entrambi frustrati e frustranti. Da un lato c’è il sogno come regressione, come ricostruzione immaginaria di un mondo passato, magari idealizzato, comunque scomparso o avviato a sparire. È il valore espresso in particolare da Sebastian, il personaggio di Ryan Gosling: questi è un pianista talentuoso ma spiantato e incompreso, che non a caso all’inizio del film viene licenziato dal proprietario del locale dove lavora per aver improvvisato un pezzo jazz anziché le prescritte canzoncine natalizie. Il sogno (nostalgico) di Sebastian è incentrato proprio sul jazz: se il precedente film di Chazelle ci aveva mostrato questo genere musicale nella sua piena vitalità, addirittura nelle lacrime e nel sangue (letteralmente) di un tormentato rapporto maestro-allievo, qui il jazz, la sua storia e la sua poetica sono qualcosa che «sta morendo». Lo dice uno sconsolato Sebastian e ce lo mostra il film, con uno dei locali storici del jazz convertito in samba-tapas bar; e, appunto, con l’impossibilità del protagonista a mantenersi suonando la musica che ama (o di aprire, com’è suo «sogno», un locale ad essa interamente dedicato), perché quella musica ormai non la ascolta più nessuno. Per giunta, la critica a questa valenza “regressiva” del sogno è tematizzata nel film stesso, attraverso il personaggio di Keith (John Legend), musicista più in sintonia con i mutati gusti del pubblico che rimprovera a Sebastian di tradire, col suo attaccamento al passato, lo spirito degli artisti che ammira tanto, perché essi nella loro epoca erano degli innovatori, «dei rivoluzionari».

E poi, c’è il movimento opposto che informa il rapporto tra sogno e realtà, quello del tutto proteso verso il futuro. Quello che si muove nella realtà presente fantasticando un domani migliore. Questo movimento irradia ed è irradiato maggiormente dal personaggio di Emma Stone, l’aspirante attrice Mia, presentataci nella sua quotidianità, non meno frustrante di quella di Sebastian: tra il lavoro come barista in una caffetteria assai poco “da sogno” di Hollywood (col vetro del locale a mostrare-schermare emblematicamente la strada in cui si girano scene di film), provini che si risolvono in pochi minuti di gelida indifferenza e, per contrasto, frizzanti uscite serali per la città; dove la delusione si scioglie temporaneamente al ritmo di un’altra canzone che recita «qualcuno nella folla ti noterà», solo per convertirsi di lì a poco nella più malinconica domanda «qualcuno nella folla è davvero l’unica cosa da cercare?». Due sogni diversi e complementari, perciò, quello di Sebastian e quello di Mia, ma entrambi sviliti da un presente prosaico che sembra estraneo tanto alla mitizzazione romantica del passato quanto all’entusiasmo trasognato verso il futuro. Certo però che l’incontro provvidenziale tra questi due «folli che sognano» darà ad entrambi, in momenti diversi, la spinta per tradurre, malgrado tutto, i sogni in realtà (o per avvicinare un po’ di più la realtà al sogno). Tuttavia, il riscatto di un classico happy end non interviene, almeno stavolta, in modo così pacifico e prevedibile.

E da qui veniamo al secondo aspetto-chiave del film: il rapporto con la nostalgia. La collocazione dei luoghi più comuni (formali e tematici) del musical e della storia d’amore classica nel presente molto poco “classico” dove si muovono i due protagonisti, crea un sottilissimo cortocircuito che complica i percorsi, apparentemente già scritti, verso l’idillio e la felicità. La nostalgia (o il desiderio) di un mondo dove la vita è più leggera e i sogni si realizzano è presente come aspirazione dei personaggi e del film stesso, ma quest’ultimo è anche altro. L’aspirazione, infatti, risulta tale proprio perché la realtà è quanto di meno romantico e ingenuo si possa immaginare, e questo scarto, se fornisce ai protagonisti l’ispirazione per immaginare e costruire la loro La La Land, al tempo stesso turba la felice e totale immersione in essa. È un sottilissimo gioco di adesione e scarto rispetto alle convenzioni del musical e della love story vecchio stile, quello portato avanti da Chazelle per tutto il film: talmente impercettibile da non turbare (a prima vista) il sogno di protagonisti e spettatori “romantici”. Momenti come il provino di Mia, tra volti freddi e assenti quanto i tablet e le videocamere su cui si soffermano le inquadrature, contraddicono l’allegria spensierata di sequenze come il ballo-innamoramento nel parcheggio all’aperto: ma siamo, tutto sommato, ancora in una dialettica che alterna momenti di prosaicità per poi ribadire con più forza il potere trasfigurante del sogno che si sovrappone al reale. Così come le micro-svolte (auto)ironiche che interrompono e ritardano il pieno esplicitarsi dell’attrazione tra i due (la suoneria del cellulare, l’incidente nella sala cinematografica) non vanificano comunque lo sbocciare dell’amore appassionato, sancito in modo eclatante nella danza sospesa tra le stelle dell’Osservatorio Griffith.

Ma è nella parte conclusiva del film, tra l’autunno (la vicenda è scandita in stagioni) e il nuovo inverno, inaspettata e imperfetta chiusura del cerchio, che il film rivela la sua anima più malinconicamente complessa. Dove, soprattutto, ritorna, come in Whiplash, quello che potremmo definire l’ottimismo problematico di Chazelle. Entrambi i film mettono al centro l’antico (se non inflazionato) tema del sogno di realizzazione personale attraverso il successo artistico, mostrando come possibile il punto d’arrivo agognato, a patto che ci si metta in gioco sino in fondo. E però l’originalità di Chazelle, e ciò che permette di non liquidare il suo ottimismo come faciloneria, sta forse nel non nascondere, ma anzi nel radicalizzare, le contraddizioni, i compromessi e le ambiguità di cui è fatto questo percorso, anche laddove sia coronato da successo. Soprattutto, qui come in Whiplash, il perseguimento della realizzazione artistica risulta alla fine in contrasto, o comunque non facilmente conciliabile, con l’altra fondamentale aspirazione dei personaggi, quella alla soddisfazione affettiva. E la risposta a questo dilemma non è ingenuamente consolatoria, meno che mai in La La Land.

Per questo colpisce così a fondo la fantasmagoria di rappresentazioni che anticipa, come una parentesi, la chiusura del film, riscrivendo la vicenda e immaginando un (impossibile) sogno perfetto nel sogno imperfetto; una digressione e un epilogo che costringono a rileggere l’intera opera nella chiave non di una mera riproposizione nostalgica (seppur abilmente aggiornata) dei cliché, ma di un gioco più ambiguo: che rievoca e rielabora la vecchia formula per far prendere alla danza, non con aggressività provocatoria ma con grazia leggera, una direzione inaspettata, dall’interno delle proprie stesse convenzioni. Per questo, alla fine, l’immagine di Emma Stone immersa nel blu (uno dei colori più direttamente connessi alla trasfigurazione della realtà in sogno nel film) ma segnata dall’amarezza nel volto, s’imprime e resterà nella memoria, forse con più forza di ogni ballo e di ogni canzone. Perché la vera nostalgia che anima La La Land è questa: un sogno che conforta e immalinconisce al tempo stesso, un evocare e sfiorare qualcosa nella consapevolezza della sua mai totale, mai pienamente pacifica, mai compiuta raggiungibilità.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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