Dieci saggi, la conclusione (banale) di un lavoro superfulo

12/04/2013 di Andrea Viscardi

Nella mattinata, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dichiarato dismesso il gruppo di dieci saggi incaricati, quasi due settimane fa, di individuare riforme e obiettivi concreti da raggiungere nella prossima legislatura. Un lavoro, però, che dalle prime impressioni sembra tutt’altro che rivoluzionario o innovativo. Il gruppo di lavoro è giunto alle stesse conclusioni alle quali sono arrivati tutti gli esperti negli ultimi anni, anzi, a cui sono giunti, oramai, da diversi mesi anche gran parte degli elettori italiani. Il problema consiste nel fatto che, per quanto siano argomenti scontati, la questione di fondo non sia l’individuazione del problema, ma il mettere d’accordo i diversi partiti, soprattutto quando si tratta di riforme di tipo costituzionale. Cosa serve, allora, tutto questo?

Tasse troppo alte – Iniziamo dalla banalità delle banalità: la tassazione. La conclusione dei dieci sarebbe orientata nel senso di una pressione fiscale insostenibile. L’idea proposta è quella di approvare, tra le altre cose, il prima possibile il ddl delega di riforma fiscale fermo in Senato e presentato il 18 Giugno 2012. In particolar modo, credo ci si riferisca all’articolo 4 del testo, inerente alla tassazione dei redditi d’impresa. Difficile, d’altronde, accorgersi della situazione insostenibile che vige in materia nella nostra penisola. Non sarebbe bastato guardare i dati 2012 per capirlo, quando le tasse sul lavoro sono state circa il 42,6%, contro una media Europea del 34%, così come quella sui redditi, del 47,3% contro una media del 43,2%. Non bastava neanche osservare i dati di una pressione fiscale del 32,4% sulle aziende (IRES e IRAP) rispetto a una media dell’Eurozona del 26,1%.

Dieci saggi, Napolitano

Legge elettorale e Parlamento – Inadeguata anche (ma dai?!) la legge elettorale, il cui superamento potrebbe arrivare seguendo quelle tedesche, spagnole o quelle miste – in parte proporzionali e in parte maggioritarie. Siccome non sarebbe comunque sufficiente a garantire governabilità, ecco una proposta per la modifica del parlamento. Un’altra questione aperta da troppo tempo, e visibile agli occhi di tutti. Il bicameralismo perfetto è solamente un danno al sistema istituzionale. Occorre allora superarlo trasformando la seconda camera in una camera regionale, alla tedesca, riducendo il numero totale di parlamentari a 600 unità (480 e 120).

Finanziamento pubblico e Partiti – Impossibile eliminare completamente il finanziamento pubblico ai partiti. Conclusione altrettanto ovvia di un argomento intorno al quale si è discusso a lungo negli scorsi mesi. Un finanziamento minimo è necessario, così come  un maggior controllo sui conti dei partiti e sul loro uso. Altrimenti, il futuro, per la democrazia, sarebbe ancora più triste di quanto non risulti ora, con la possibilità di competere conferita solo a quei soggetti con grandi finanziamenti alle spalle o dotati di un patrimonio proprio. Oltre a questo, sostengono i dieci, è necessario stabilire e garantire dei sistemi di democrazia interna ai partiti, simili per tutti, in grado di rispettare i requisiti di democraticità. Ora, per quanto sia uno dei più grandi sostenitori di una maggiore democraticità interna al partito – magari sul modello inglese – siamo sicuri che uno dei problemi immediati della nazione sia quello dell’assenza di democrazia interna ai movimenti politici? E siamo altrettanto sicuri servirebbe a qualcosa? Prima di tutto bisognerebbe riuscire a far passare una riforma di questo tipo. E con un partito come il PdL (ma non solo) non sarebbe poi così semplice. D’altra parte il PD ci ha già dimostrato come, anche avviando dei processi di democrazia interna, si possa riuscire perfettamente ad ostacolare in ogni modo i partecipanti considerati sgraditi.

Trasparenza – Ecco, questo, diciamocelo, è forse uno di quei punti, poco trattati in Italia, su cui bisognerebbe concentrarsi di più. I saggi sostengono sia giunta l’ora – anche perché l’OCSE l’ha detto chiaramente – di regolarizzare in una legislazione organica il ruolo delle lobby e dei gruppi d’interesse. Fino a qui nulla di male. Bisogna però ricordare agli interessati come siano stati presentati vari disegni di legge di questo tipo sin dal primo decennio del nuovo millennio. I risultati? Scontati. In un sistema nel quale i politici non hanno interesse a regolarizzare nulla (chissà perché) e tantomeno le lobby o i gruppi di interesse, cosa possiamo aspettarci?

Tic toc –Insomma, due relazioni piene di ovvietà. Infatti, continuassimo l’analisi dei testi, si finirebbe a parlare di riavviare trattative con la Svizzera sui capitali trasferiti, di legge sul conflitto d’interesse, di modifiche ai vincoli sull’assunzione – da parte delle imprese – di nuovi lavoratori, di misure per risolvere il sovraffollamento delle carceri e d’interventi per regolarizzare i giudizi disciplinari sui magistrati. Tutte cose già sentite e già viste negli ultimi anni, a cui non si è mai potuta porre la parola “fine” per il semplice motivo che i decisori politici – i quali, ricordiamocelo, sono sempre gli ultimi ad avere parola a riguardo – non sono mai stati in grado di trovare intese in materia. Vogliamo credere veramente che due relazioni di questo tipo aprano improvvisamente gli occhi a tutta la classe politica? Così come vogliamo veramente credere che tutta questa idea della commissione speciale dei dieci non sia stato un pretesto per prendere tempo e far arrivare a termine la legislatura di Napolitano? Crediamolo. Io adesso devo lasciarvi, ho un appuntamento al Polo Nord con Babbo Natale. La formazione di un prossimo governo può attendere.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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