Dieci domande sul Jobs Act

29/09/2014 di Federico Nascimben

Vi sono innumerevoli questioni aperte e non risolte sul tavolo della riforma del lavoro. "Dettagli" che fanno la differenza più della discussione che ruota intorno all'articolo 18

Renzi e Poletti

Anche dopo la lettura del ddl delega n. 1428, meglio conosciuto come Jobs Act, rimangono molti dubbi sul contenuto della proposta del governo Renzi, il cui dibattito per ora ruota tutto attorno all’abolizione/superamento dell’art. 18.

Naturalmente, per sua natura, la genericità di una delega al governo non può dire tutto. Proviamo quindi a porre dieci domande.

 1 – Partiamo dal nome. Dal dibattito attualmente, e da ciò che è possibile apprendere, sembrerebbe più opportuno parlare di contratto a tutela crescente, al singolare, in quanto tutto sembra ruotare intorno allo “scalone” del terzo anno. Quali sarebbero, esattamente, le altre tutele che crescono con il crescere dell’anzianità di servizio del lavoratore in azienda? Come verrà posta fine al dualismo esistente a favore di una vera omogeneizzazione?

2 – Si è detto che il modello di riferimento è quello tedesco, ma questo si basa su un sistema di relazioni industriali profondamente diverso dal nostro (doppio canale contro canale unico italiano), in cui i rapporti tra datori di lavoro e lavoratori avvengono in un clima di stampo collaborativo (mentre da noi prevale il conflitto, soprattutto a livello macro). Tralasciando aspetti di natura maggiormente economica, vi è poi un intervento interpretativo della magistratura molto più omogeneo nelle cause di lavoro. Detto ciò, è ancora possibile tale accostamento, o è più presumibile una riforma di stampo spagnolo e con esiti alla spagnola?

3 – Relativamente al numero di contratti, da quanto è possibile capire, questi saranno solo due: contratto indeterminato a tutele crescenti e contratto determinato (per lavori stagionali ecc.). Dopo l’approvazione del dl Poletti ad inizio anno, e dopo la sostanziale liberalizzazione del contratto determinato senza causale rinnovabile fino a cinque volte nell’arco di tre anni, vista l’intersezione fra questo e il ddl delega, si fatica a capire se questi sono coincidenti e sovrapposti e, conseguentemente, l’incentivo per l’imprenditore nell’assumere una persona attraverso un contratto a tutele crescenti a tempo indeterminato. E’ possibile affermare che tutte le altre tipologie contrattuali esistenti verranno eliminate? Per quanto concerne l’inserimento dei giovani, che fine faranno stage/tirocini e apprendistato su cui molto si era puntato negli ultimi anni?

4 – Capitolo ammortizzatori sociali. Il passaggio ad un sistema di protezione universale comporta naturalmente maggiori spese per lo Stato, soprattutto in un periodo di depressione economica così accentuata: come si concilia ciò con l’espressione “tutte le deleghe possono essere attuate ad invarianza di spesa, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica” presente nella relazione introduttiva del decreto? La cassa integrazione (ordinaria, straordinaria, in deroga) e la mobilità verranno definitivamente superate oppure la prima rimarrà per periodi di crisi d’impresa molto più limitati e senza possibilità di deroga?

 5 – Capitolo politiche attive. Come noto, in questo campo il nostro Paese è storicamente deficitario, in quanto non ha mai favorito l’attivazione e la formazione dei lavoratori sia durante il tempo trascorso a lavoro che durante il periodo di disoccupazione, a causa della degenerazione della Cassa integrazione, dei prepensionamenti e del ruolo svolto dagli uffici di collocamento e dalle regioni. Già solo questo rappresenterebbe uno scoglio molto difficile da superare. L’intenzione del Governo sembra quella di andare verso una maggiore centralizzazione per permettere una maggiore controllabilità di collocamento e formazione. Che ruolo è previsto per le agenzie private che, finora, sono state le uniche ad aver intermediato domanda e offerta di lavoro (e non solo)? Come si pensa di superare il problema dell’enorme numero di corsi che servono più ai formatori che a chi si dovrebbe formare?

6 – Si è parlato dell’introduzione del salario minimo: in termini economici è un argomento molto importante che qui non è possibile approfondire, il nocciolo della questione è però la collocazione dell’asticella. A quanto equivarrà questo salario minimo? Come si rapporterà alla contrattazione collettiva nazionale? E alla contrattazione collettiva aziendale (in cui il governo sembra voler investire molto)?

7 – Rimanendo sul tema posto nell’ultima domanda, l’esecutivo vuole intervenire tramite legge per regolare e favorire lo sviluppo della contrattazione a livello aziendale (andando oltre l’art. 8 del d.l. 148/2011) oppure vuole lasciare che siano organizzazioni sindacali e datoriali? La stessa questione si pone per la misurazione e certificazione della rappresentanza che, dopo l’accordo di gennaio, sembra vivere una nuova fase di stallo.

8 – Come si concretizzerà la c.d. flessibilità prestativa del lavoratore, ovvero la possibilità per quest’ultimo di svolgere mansioni al di sopra o al di sotto (leggi demansionamento) del proprio livello? Entro quale percentuale oraria il datore di lavoro non andrà incontro a sanzioni? In tal senso, verrà posta fine anche ad automatismi contrattuali di adeguamento in merito alle indennità?

9 – Un altro punto di successo del modello tedesco e dei Paesi nordici è dato dall’alternanza scuola-lavoro, da sempre deficitaria nel nostro Paese. Come intende rendere concreto ciò, il governo? Anche perché, visto il tasso di liceizzazione italiano e i pochi diplomati/laureati in discipline tecnico-scientifiche, è difficile che questo diventi lo strumento principale di entrata nel mondo del lavoro dei giovani.

10 – Lo Statuto dei lavoratori verrà riscritto e sostituito sulla base del nuovo codice semplificato del lavoro proposto da Ichino e fatto proprio da Renzi nel 2012?

Naturalmente ci sarebbero molte altre domande, ma già il poter chiarire questi punti ci permetterebbe di avere un quadro realistico dell’impianto complessivo di riforma. Cosa che invece al momento non ci è affatto chiara.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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