Dieci anni senza Yasser Arafat

11/11/2014 di Matteo Anastasi

L'11 novembre di dieci anni fa scompariva lo storico leader dell'OLP, a causa di gravi problemi ematologici sulle cui origini, ancora oggi, pesa l'ombra di un avvelenamento. Dalla fondazione di Al-Fatah agli accordi di Camp David, la storia di un uomo etichettato da alcuni come eroe, da altri come terrorista

Yasser Arafat

Il simbolo della lotta per l’indipendenza palestinese ha indossato per anni la kefiah bianca e nera. Ha vinto un premio Nobel per la pace ma è stato ritenuto da Israele (e non solo) un terrorista. È stato diplomatico e uomo d’azione al contempo. È sfuggito, in maniera rocambolesca, a una serie di attentati. Ha perso la vita in circostanze oscure. Ancora oggi, migliaia di palestinesi mostrano con orgoglio il suo volto nelle loro abitazioni mentre i murales col suo profilo tipicamente arabo campeggiano ben visibili sulle malandate strade dei Territori Occupati. A dieci anni dalla scomparsa, la figura di Yasser Arafat continua a dividere.

Figlio di un mercante e primo di sette fratelli, si laurea in ingegneria civile al Cairo, aderendo alla Fratellanza Musulmana e divenendo presidente dell’Unione degli Studenti Palestinesi, carica ricoperta dal 1952 al 1956. Nel febbraio del 1969 è eletto presidente dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), nelle cui fila confluiscono i militanti di Al-Fatah, l’organizzazione politica e paramilitare anti-israeliana da lui fondata una decade prima.

Gli anni successivi sono caratterizzati da una serie di attentati, tutti miracolosamente elusi. Nel 1970, in Giordania, riesce a sfuggire a due attacchi ravvicinati, secondo alcune fonti travestendosi da donna. Nel 1973, il suo ufficio è vittima di un attentato dinamitardo in seguito al quale muoiono tre collaboratori. Nel 1976, in Libano, dove si è trasferito da alcuni anni, sopravvive al terribile massacro di Tell Al-Zatar. Nel 1982, a Beirut, durante l’operazione Pace in Galilea, alcuni testimoni rivelano un cecchino israeliano fosse pronto a ucciderlo, salvo poi riporre l’arma in seguito a un ordine emanato direttamente dall’allora ministro della Difesa Ariel Sharon. Tre anni più tardi, teatro dell’attacco è la Tunisia, dove il quartier generale dell’OLP è assalito da un commando israeliano: muoiono gran parte dei suoi fratelli d’armi ma non Arafat. Ultimo degli attacchi noti si verifica nel 1992, quando il suo jet precipita nel deserto libico, lasciando sul terreno tre vittime.

Nel 1996 Arafat sembra coronare il disegno cui ha dedicato l’esistenza. Nasce l’Autorità Nazionale Palestinese, embrione di un futuro Stato indipendente secondo quanto stabilito nel 1993 con l’allora premier israeliano Yitzhak Rabin. Quell’accordo vale ad Arafat, Rabin e al presidente israeliano Shimon Peres il Nobel per la pace ma delude le premesse. L’assassinio di Rabin nel 1994 per mano di un colono ebreo e le parallele ombre gettate sul leader dell’OLP fanno naufragare i sogni di riconciliazione. Arafat è accusato di aver sottratto ingenti fondi pubblici ai palestinesi per scopi personali. Forbes quantifica il suo patrimonio personale in 300 milioni di dollari, Israele in oltre un miliardo. Diverse inchieste internazionali, su tutte quella condotta dall’Unione Europea, ridimensionano la vicenda. Arafat è tuttavia un uomo sul viale del tramonto. La sua immagine è compromessa così come la sua salute.

Negli ultimi anni è confinato dagli israeliani a Ramallah, dove rimane fino al 29 ottobre 2004, quando è trasferito urgentemente in un nosocomio parigino per gravi problemi ematologici. Si spegne in meno di due settimane e la sua morte è da subito avvolta nel mistero. Nel 2013, Al-Jazeera, emittente qatariota notoriamente vicina alla causa palestinese, pubblica un report di scienziati svizzeri che parla di avvelenamento mediante polonio. Il principale indiziato si chiama, ovviamente, Israele.

Oggi, nel decennale della scomparsa, il ricordo di Arafat è più vivo che mai. E divide accesamente proprio i palestinesi, lacerati dallo scontro fra Fatah e Hamas. Quest’ultima ricorda con astio l’OLP e il suo capo, rei di aver anteposto la causa indipendentista a quella dell’integralismo islamico. Fatah rimane invece fieramente al fianco del suo fondatore. Una simile divisione allontana tuttavia ogni possibilità di realizzare lo Stato indipendente sognato da Arafat. La rottura intestina, politica e territoriale, è drammatica, con Ramallah controllata da Fatah e Gaza sotto il governo di Hamas.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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