Il dibattito estivo sull’articolo 18

18/08/2014 di Federico Nascimben

La proposta di Alfano di una moratoria per i primi tre anni per tutti i neoassunti è sconfessata dalla realtà dei fatti, oltre che dal JobsAct vero e proprio

Angelino Alfano, NCD

Continua il dibattito estivo sull’abolizione dell’articolo 18, innescato da alcune dichiarazioni di Angelino Alfano. In cerca di visibilità, a causa della costante presenza sui media del Presidente del Consiglio, e passato in secondo o terzo piano, il Ministro dell’Interno ha proposto una moratoria della sua applicazione per i neoassunti nei primi tre anni. Subito bloccato, con diverse sfumature, dalla Madia prima (“Abolire l’articolo 18? Non crea lavoro, quindi inutile dividersi“) e da Renzi poi (“Un simbolo. Un totem ideologico. Proprio per questo trovo inutile stare adesso a discutere se abolirlo o meno“). Da ultimo, intervistato la scorsa settimana dal Corriere, anche il Ministro del Lavoro ha dichiarato che “se ci infiliamo nel solito braccio di ferro sull’articolo 18 non portiamo a casa nulla“.

Il Ministro degli Interni e Presidente del NCD, Angelino Alfano.
Il Ministro degli Interni e Presidente del NCD, Angelino Alfano.

Come noto da tempo, infatti, l’idea di Renzi e di Poletti – mediaticamente e politicamente parlando – è quella di bypassare la discussione sul licenziamento e concentrarsi su una riforma complessiva che veda una riscrittura complessiva dello Statuto dei Lavoratori e l’introduzione del c.d. contratto a tutele crescenti, riprendendo quindi le proposte di Ichino (in entrambi i casi), Boeri e Garibaldi (nel secondo caso), nonché della stessa Unione Europea che in diverse raccomandazioni, da molti anni a questa parte, cerca di “spingere” verso un modello che si avvicini a quello della c.d. flexsecurity. In aggiunta a ciò (ma in stretto collegamento con il disegno complessivo), il Ministro Poletti auspica l’uscita “dal vecchio conflitto impresa-lavoro” per “ragionare su partecipazione responsabile, condivisione, cooperazione“, navigando così verso un modello di gestione delle relazioni industriali simile a quanto avviene nei Paesi del Nord Europa e in Germania.

Passando al merito della questione, senza ripetere quanto più volte scritto, la proposta di Alfano appare una boutade elettorale di estiva memoria anche perché pare non tenere conto in alcun modo della realtà dei fatti. Secondo uno studio della UIL, dal 2008 al 2013 il numero di contratti a tempo indeterminato è calato quasi della metà (46,4%), mentre il numero di contratti a tempo determinato è aumentato del 20%. Inoltre, a fine 2013, i lavoratori con contratto a tempo indeterminato erano 10 milioni e 300 mila su un totale di occupati pari a 22 milioni e 300 mila persone: meno della metà. Ma il dato più importante è quello riguardante gli under 30: solo il 14% del totale ha un contratto a tempo indeterminato. Crisi economica e necessità imposte dal mondo del lavoro del XXI secolo hanno abbattuto, nei fatti, l’applicazione dell’articolo 18 per i neoassunti (concetto diverso da quello di “giovani”, è bene precisarlo).

In sostanza, la flessibilità (o precarietà, che dir si voglia) insista nei c.d. contratti atipici, prevedendo sia tutele inferiori che la possibilità del mancato rinnovo, anche dopo il recente dl lavoro, è talmente presente nel momento in cui viene stipulato un nuovo contratto di lavoro che non si sente la necessità di rendere operativa la proposta Alfano.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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