Di Maio e le lobby: il problema parte dalla politica

10/01/2014 di Giacomo Bandini

“I lobbisti sono quelle persone che per farmi comprendere un problema impiegano 10 minuti e mi lasciano sulla scrivania 5 fogli di carta. Per lo stesso problema i miei collaboratori impiegano 3 giorni e decine di pagine” J.F. Kennedy

Il Malleum Lobbistarum – Preoccupanti e soprattutto avventate paiono le parole di Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera dei Deputati appartenente al Movimento 5 Stelle riguardo la “cacciata dei lobbisti” dai corridoi dei Palazzi del potere. Il vicepresidente ha infatti recentemente dichiarato guerra alla categoria di professionisti meno amata dai probi cittadini italiani e dalla stampa, che continua a usarne la qualifica come appellativo demoniaco. La domanda sorge spontanea: quanti di coloro che parlano del lobbying ne conoscono a pieno le sfaccettature o la realtà in cui opera? Pochi. E probabilmente Di Maio è uno di questi, dati gli attacchi ripetuti in cui sembra non aver centrato a fondo il problema della rappresentanza degli interessi generali.

Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio
Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio

Un lobbista poco professionale – I recenti sviluppi, con la famosa telefonata pubblicata di Luigi Tivelli tronfio dell’influenza esercitata in ambito istituzionale e dei soldi fatti risparmiare ai clienti, in effetti non sono stati dei più incoraggianti per la categoria. È risultato fin troppo semplice per la società italiana attuale togliersi qualsiasi dubbio residuale su questa tipologia di sedicenti piazzisti. Eppure, come al solito, ci si dimentica (o si fa finta?) di allegare il resto della storia e soprattutto le fonti. Del fatto, poi, di “fare di tutt’erba un fascio” neanche a parlarne. In Italia pare sia il secondo sport più praticato dopo il “vittimismo”.

Aggressivi per necessità – Tornando al buon Di Maio, egli si scaglia giustamente contro una situazione cui nella vita precedente non era abituato a vedere: quella dell’assalto alla diligenza per la Legge di Stabilità. Nell’anticamera della Commissione Bilancio, una delle più importanti in Parlamento, durante l’esame dei numerosissimi emendamenti è possibile rivedere uno scenario da Far West. Accampamenti indiani, divanetti usati stile Saloon e persone in giacca e cravatta, in fibrillazione e pronti a scattare, con gli emendamenti già pronti da consegnare ai politici. Molti di questi sono veri lobbisti, ma il loro lavoro non comporta l’aggressività innaturale che ha tanto spaventato Di Maio. Questo modo di fare è stato determinato soprattutto dai, troppi, sedicenti “faccendieri“, dalla politica e dalla paura dei condizionamenti esterni di cui sono impregnate le istituzioni.

No rule, no lobby – Le cause principali di queste situazioni, e ciò andrebbe sottolineato ogni volta si tratta l’argomento, appartengono alla politica stessa. Le carenze nella regolamentazione dell’accesso alle istituzioni per le lobby non sono state determinate dalla volontà dei professionisti del settore di rimanere nell’ombra, bensì dai politici stessi. Per opportunismo, per ortodossia e per paura. Se infatti si vanno a vedere le più recente proposte di regolazione del fenomeno è facile notare come la maggior parte proviene proprio dagli operatori del settore, seguendo lo stile anglosassone o europeo in cui i lobbisti hanno accesso alle stanze del potere o ai singoli decisori seguendo regole precise e solitamente rigidissime. Ricordiamo che, dall’altra parte della barricata,  ben pochi funzionari conoscevano le norme sulla funzione pubblica, con obblighi precisi nei confronti dei funzionari stessi, e altrettanto pochi le rispettavano prima del Nuovo codice di condotta dei dipendenti pubblici.

La politica colpevole – Nella maggior parte dei sistemi democratici, persino in Ucraina, da anni si sta tentando di regolamentare seriamente il fenomeno, ed i principali promotori sono le lobby medesime, quelle professioniste e (soprattutto) professionali. In Italia invece la tendenza pare essere, non stupisce, quella di rimandare la questione all’infinito. La conseguenza di tutto ciò non può avere altro esito se non quello della crociata in stile Di Maio. È vero che in molti (anche lobbisti) entrano in Parlamento grazie ai badge strappati in modo più o meno trasparente e che prendono d’assalto le commissioni nei momenti cruciali, ma tutto questo è semplicemente il risultato della mancanza di trasparenza e di regole chiare in tutto per tutto il settore, non solo per l’accesso in Parlamento. Posto che le regole le fanno i politici, o meglio, i decisori pubblici, dunque, la colpa, caro vicepresidente Di Maio, è delle lobby o della politica?

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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