Di Maio contro Di Maio

18/10/2016 di Francesca R. Cicetti

Quando è iniziata, in effetti, la guerra interna contro Di Maio? E cosa si cela dietro la polemica sui 108mila euro di spese per il territorio su cui, in questi giorni, è montata la polemica? Forse il problema non è la spesa in sé, ma quel che significa.

Quando sia iniziata la guerra civile contro Luigi Di Maio non è ancora certo. Forse nel momento in cui è stato chiaro che sarebbe stato lui il candidato alla guida del Movimento 5 Stelle. Forse quando si è capito che avrebbe raccolto il favore di moltissimi moderati che altrimenti, coi Cinque Stelle, non avevano nulla da spartire. Forse perché avrebbe potuto addirittura vincere. Vincere lui, non il MoVimento. Vincere da solo. È allora che è stato eletto ad agnello sacrificale. Immolato sull’altare di una segretissima, ma innegabile, sedizione. Magari per non dargli l’impressione di potersi considerare arrivato. Non ancora. Di Maio se la cava bene, ma non troppo. Lo dicono i vertici: deve solamente abbassare un po’ le penne, ma è un bravo ragazzo e bisogna tenerselo caro.

Galeotti furono i 108mila euro e le spese per il territorio. Luigi Di Maio è stato accusato di aver speso in tre anni una cifra ingiustificabile, soprattutto se paragonata ai 31mila euro spesi dal casto Fico. E se si tiene conto del fatto che i parlamentari non devono pagare per i propri spostamenti, resta il mistero di cosa siano mai queste spese per il territorio. Chi pensa male – e fa bene – potrebbe immaginare che siano finiti per la sponsorizzazione di un proprio movimento. Una nuova corrente. Non si può sapere.

Ma a conti fatti, non si tratta poi di una vicenda così eccezionale. Sono più eccezionali, in realtà, le tinte da scandalo con cui la si va dipingendo. E la responsabilità è quasi tutta del MoVimento. È il rischio di chi si dà delle norme morali ancora più stringenti di quelle stringenti: bisogna poi rispettarle. Allora tutti contro Di Maio. Non si nasconde più il naso arricciato di fronte al Vicepresidente della Camera: a questo punto, il vento di rivolta non accenna a placarsi, e Grillo avrà bisogno di piantare la tenda a Roma, per tenere sotto controllo i suoi ragazzi. E che sia proprio Fico il Che Guevara dei Cinque Stelle? Il leader della revoluciòn dal blog? Forse, anche se oggi si scaglia in difesa del collega, e contro i cerchi e cerchietti di potere. Domani chissà.

Insomma, la crocifissione di Di Maio è un favore fatto agli avversari, ma non dagli avversari. Sarà per lo spauracchio del leaderismo, il fantasma spaventoso dell’uomo solo al comando. Sarà per la paura che chi vota lo faccia per un candidato, e non per l’anima del Movimento. In ogni caso, bisogna fermare lo strapotere di Luigi Di Maio, a ogni costo. E ha un bel dire, il Vicepresidente, cercando di ricordare a tutti che i soldi che ha restituito sono più del doppio di quelli che ha speso. Forse non basterà a convincere i sostenitori della sua buona fede.

Il punto è che, dell’attentato al Di Maio politico, è responsabile anche Di Maio stesso. Non per il denaro speso, ché abbiamo sopportato ben peggio, ma per l’aver accettato un paradigma morale che lo inchioda. Perché non può essere Di Maio per Di Maio, ma deve essere solo Di Maio per il MoVimento. È entrato in un complesso di regole, e ora le deve rispettare. E non si sa se viva più in un clima da pubblica esecuzione o da harakiri.

Infine, dopo molti sacrifici e molti infortuni politici, il Vicepresidente può cercare di zoppicare verso una via d’uscita. Il “tutti contro Di Maio” potrebbe sgonfiarsi presto, con un abbraccio fraterno e un coro tranquillizzante di sostegno. Ma è Di Maio contro Di Maio la vera lotta da tenere sotto controllo.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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