Di come la finanza vince sull’economia reale (anche in Italia)

15/01/2015 di Enrico Casadei

La finanza si è trasformata in un competitor diretto dell’economia reale nella gara di chi attrae più risorse: e non sembra esserci partita

Dowjones, indice e mercato

Il grattacapo degli ultimi anni, in Italia e nel mondo, consiste nel come spingere le risorse dei mercati finanziari verso la cosiddetta economia reale. La finanza si è trasformata in un competitor diretto dell’economia reale nella gara di chi attrae più risorse: e non sembra esserci partita. Già nel 2013 i bilioni (mila miliardi) riferibili al Pil mondiale sono stati 75 mentre quelli riferibili all’ammontare delle attività finanziarie sono stati 993. Non sorprenderebbe, quindi, se nel corso del 2014 si fosse raggiunto il trilione, ma i dati non soo ancora disponibili.

Un tale volume di denaro implica, secondo Repubblica, almeno due ordini di riflessioni: la dinamica della dimensione e la struttura. Quanto alla prima, nell’ultimo decennio il pil globale è raddoppiato mentre il volume delle attività finanziarie si è triplicato. Di questo passo la distanza non può che aumentare. Quanto alla struttura, si ricorda che dei 993 mila miliardi solo 283 sono riferibili alla finanza primaria mentre i restanti 710 sono prodotti derivati OtcOver the counter – cioè scambiati al di fuori dei circuiti borsistici ufficiali e quindi caratterizzati per non averne gli stessi stringenti requisiti. Di questi, secondo la Bri – Banca dei Regolamenti Internazionali, circa 19 sarebbero rappresentati dai titoli con maggiore rischiosità. A primo acchito sembra che i 19 bilioni a rischio siano poca cosa in confronto dei 710 bilioni totali, ciononostante non si deve dimenticare che sempre si tratta di 19 mila miliardi di dollari, cifra superiore al pil degli Stati Uniti d’America nel 2013.

Peraltro, il Fmi, nel Gfsr pubblicato a ottobre scorso, ha calcolato come, un aggiustamento di un solo punto percentuale nel mercato dei bond, se imprevisto, causerebbe una perdita superiore all’8% – pari a 3.800 miliardi – nel valore di mercato dei portafogli obbligazionari. Il Fmi, nello stesso rapporto, ha sottolineato il problema dello scollamento tra l’investimento finanziario e l’investimento economico e, in parallelo, tra rischio finanziario e rischio economico. Ne consegue una totale distorsione degli strumenti di azione in mano alle autorità. Le politiche monetarie espansive negli ultimi anni infatti non sono riuscite a finanziare gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie, perché la liquidità è finita in massima parte nel circuito finanziario.

L’Italia non fa eccezione. Milano Finanza ha descritto i movimenti dei capitali italiani in modo da ricostruirne l’andamento. Il risultato è sbalorditivo: nel 2014 la fuga dall’economia reale italiana, intesa come mercato di beni e servizi, ha accelerato ancora e sembra che più di 280 miliardi di euro siano andati “dispersi”. Nel 2013 la cifra era infatti di poco inferiore a 215 miliardi. Lo studio ha analizzato 3 canali: tesoro, bancario/finanziario ed estero.

Il canale tesoro rappresenta gli impieghi della finanza pubblica. Il saldo primario della Pa è stato di 27,4 miliardi di euro (1,7% del pil). A questi vanno poi sottratte due voci: gli aiuti internazionali e gli interessi pagati sul debito. Nel corso del  2014, l’Italia ha devoluto 4,8 miliardi di euro all’estero mentre ha pagato per interessi 76,7 miliardi (pari al 4,7% del pil e al 17,7% delle entrate tributarie). Il risultato del canale è stato quindi negativo per 53,8 miliardi di euro.

Per quanto riguarda il canale bancario/finanziario, nel 2014 la raccolta totale del settore è stata pari a 1.813,2 miliardi, di cui poco meno del 6% proveniva dall’estero. Il restante quindi sono i depositi delle famiglie e delle imprese domestiche. Gli impieghi verso tali soggetti sono pari però solo al 90% di tale cifra, mentre il 10% confluisce o verso l’estero o verso la pubblica amministrazione, per un “buco” di 155 miliardi di euro. In altre parole i depositi delle famiglie e delle imprese presso le banche hanno superato gli impieghi di queste a favore dei primi di ben 155 miliardi.

Infine il canale Estero può essere diviso in due filoni opposti: da un lato l’incremento delle attività italiane all’estero (pari a 100,6 miliardi) e dall’altro il saldo positivo degli scambi commerciali pari a 27,3 miliardi (derivante dalla differenza tra i 48,9 miliardi dell’avanzo delle partite correnti e i 21,6 miliardi di disavanzo del saldo redditi). Quindi 27,3 meno 53,8 meno 155 meno 100,6 uguale 282,1 miliardi di euro.

Le conclusioni sono semplici: in Italia esiste una capacità produttiva competitiva, in quanto il settore legato all’export è l’unico canale che riesce ad apportare una marginalità positiva al sistema Italia. Le note dolenti sono quelle legate agli altri due canali e riguardano le inefficienze dell’amministrazione pubblica e dell’intermediazione finanziaria. Di conseguenza, non è più solo il bilancio pubblico a drenare risorse ma anche la finanziarizzazione degli impieghi. Infatti, è finita l’epoca in cui il risparmio italiano era destinato prevalentemente all’investimento immobiliare perché la spropositata tassazione ha spinto i capitali verso il “gioco” (meno tassato) del mercato finanziario. Su questi temi urgono interventi perché non ci si può aspettare che la salvezza venga dall’esterno. Allora non si capisce perché le riforme prioritarie per il Governo siano quelle del costo e della flessibilità del lavoro.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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