Deutschland über alles volume I: il ruolo della Bundesbank nell’impossibile trinità

13/03/2013 di Alberto Monteverdi

Deutschland über alles! Il motto che da sempre fa tremare l’Europa. Se un secolo fa le ragioni dell’ambizione tedesca erano di natura militare e geopolitica,  oggi sono economiche e la Bundesbank fa da padrona. La Germania, dopo aver contribuito per decenni alla costruzione della comune casa europea, ora da la sensazione di voler ristabilire una propria egemonia sul Continente. Riaffiora il concetto di Nazione, prima che quello di Unione. Non solo nel regno della Merkel. I partner europei, infatti, nel tentativo di bilanciare la forza tedesca, considerata un pericolo per il proprio benessere, si affidano allo strumento delle elezioni, le quali portano alla ribalta leader euroscettici. Tenteremo di capire in cosa consiste la nuova egemonia tedesca, in un percorso a due tappe: la prima, descrivendo il ruolo della Bundesbank, la Banca centrale tedesca, nel processo di integrazione monetaria, e nella seconda, il ruolo dell’industria tedesca nel Mercato unico. Innanzitutto, per comprendere la situazione attuale, è necessario fare un tuffo nel passato, tornando agli Novanta.

Germania ed EuropaLa data che ha cambiato gli equilibri interni all’Europa è il 3 ottobre 1990. Quel giorno entrava in vigore il Trattato sull’Unione economica e monetaria tra le due germanie. A un anno dal crollo del Muro, la Germania era già riunificata. Fu il risultato della tenacia del Cancelliere Helmut Kohl, capace di convincere in breve tempo i leader europei, gli americani e i russi. La Germania Ovest inglobava così in se un’area di 16 milioni di abitanti, estesa 5 volte il Belgio. I tedeschi si trovavano a determinare una rottura evidente dalla situazione di sostanziale parità con la quale i quattro grandi paesi europei (Italia, Gran Bretagna, Francia e Germania Ovest) avevano convissuto nei decenni precedenti: improvvisamente assumeva una posizione primaria, sia per numero di abitanti, sia per peso politico ed economico, che non avrebbe potuto non gravare sui successivi assetti del Continente.

Al momento dell’unificazione tedesca, tra i paesi della Comunità, era in vigore il Sistema monetario europeo (Sme, o Erm in inglese). Istituito nel 1979, consisteva in un sistema di cambi fissi aggiustabili tra le diverse valute europee e una simbolica Unità di Conto Europea (Ecu). Ciascun paese si impegnava a mantenere il tasso di cambio tra la propria valuta nazionale e l’Ecu entro una banda di oscillazione del +/- 2,25% (all’Italia fu concesso, fino al 1990, l’esercizio di un’opzione che le permetteva una fluttuazione del +/- 6%). Il sistema funzionava grazie ad un meccanismo di solidarietà tra banche centrali nazionali, le quali si impegnavano ad intervenire illimitatamente a soccorso l’una dell’altra, attraverso l’utilizzo delle proprie riserve, in caso di tensione sui cambi.

Dal 1979 al 1985, in realtà, più che come regime a cambi fissi, lo Sme funzionò come un sistema a cambi mobili, cioè caratterizzato da svalutazioni e nuovi allineamenti (possibili previo consenso di tutti i membri). I paesi ad elevata inflazione (come Italia e Francia) contrattavano con quelli a bassa inflazione (come la Germania) delle nuove parità. L’Italia, così, mise in pratica 6 svalutazioni della lira tra il 1981 e il 1985. La Francia subì tre umilianti svalutazioni nel corso di un solo anno, nel 1983. Non era, dunque, un meccanismo che garantiva stabilità: gli speculatori, infatti, riuscivano a prevedere i riallineamenti osservando surplus e deficit esterni nella bilancia dei diversi paesi. Era facile prevedere che i paesi con deficit con l’estero avrebbero svalutato per riequilibrare il proprio conto corrente. Gli investitori speculavano contro le valute dei paesi con più alta inflazione (ad esempio le lire) e accumulavano valute dei paesi con bassa inflazione (i marchi). Il risultato era che la maggior parte dei riallineamenti aveva luogo durante crisi speculative.

L’atteggiamento cambiò nel 1986. Italia e Francia entrarono nel “club dei lealisti”, decidendo di rispettare le regole dello Sme, cioè adottare effettivamente il regime a cambi fissi. Mitterand, dopo aver fallito nella propria politica espansiva “di sinistra”, si fece convincere da Jacques Delors ad adottare la strategia del “franco forte”. Lo stesso fece l’Italia, la quale decise di rinunciare alle svalutazioni per acquisire una credibilità antiflazionistica. Niente più svalutazioni, dunque, ma tutti ancorati al marco tedesco, cioè alla moneta più affidabile all’interno dello Sme. Negli anni seguenti tutte le banche centrali imitarono la Bundesbank tedesca. Dal 1987 al settembre 1992, non ci furono riallineamenti (svalutazioni) tra le valute europee, mentre i tassi d’inflazione convergevano verso i bassi livelli tedeschi.

Durante lo stesso periodo, al fine di realizzare il Mercato Unico, i controlli sui capitali furono progressivamente smantellati in tutta Europa, e furono formalmente banditi a metà del 1990. Cambi fissi e piena circolazione dei capitali, di fatto significarono per i paesi dello Sme rinunciare a condurre una politica monetaria indipendente: solo la Bundesbank agiva autonomamente. Questo accadde perché esiste una trinità impossibile nell’economia monetaria. Secondo il teorema elaborato dal Premio Nobel Robert Mundell, infatti, possono essere soddisfatte contemporaneamente soltanto due tra le tre seguenti condizioni: _autonomia della politica monetaria; _ regime di cambi fissi; _perfetta mobilità dei capitali. Ecco dunque, che i paesi europei decidendo di agganciare le valute nazionali al marco tedesco, e liberalizzando il mercato dei capitali, accettavano di rinunciare, di fatto, ad una propria politica monetaria autonoma. L’unica politica monetaria possibile restava quella della Bundesbank tedesca. Due ne furono le conseguenze. Quelle che possiamo considerare il prezzo della riunificazione tedesca.

1_ La volontà dei paesi membri Sme di realizzare l’Unione monetaria, per recuperare un po’ di influenza sulla politica monetaria, finita nelle mani esclusivamente dei tedeschi. La corsa verso il Trattato di Maastricht (dicembre 1991), con il quale si posero le basi per la nascita dell’Eurozona, si può spiegare anche così. Quel Trattato, però, fu si commissionato da tutti i partner europei, ma l’architetto che disegnò il progetto fu principalmente tedesco. Il modello di Banca centrale europea, si ispirò all’esperienza tedesca in materia, costruendolo attorno a due pilastri: _ l’obiettivo primario della stabilità dei prezzi (inflazione inferiore ma vicina al 2%); _l’indipendenza della Banca centrale da qualsiasi altra istituzione. Se si legge la storia della Reichsbank (antenata della Bundesbank) si capisce perché i tedeschi ci tenessero tanto. Altro segno tangibile della mano tedesca è impresso nei criteri di convergenza necessari per l’ingresso nella futura Eurozona. La Germania insistette perché l’ammissione all’Unione monetaria fosse selettiva: selezione in base alla cultura della stabilità dei prezzi. Così vennero fissati cinque criteri di convergenza: _inflazione (non superiore dell’1,5% alla media dei tre migliori membri), _tasso d’interesse nominale di lungo periodo (non oltre il 2% dei tre migliori), _essere membri da dello Sme da almeno due anni, senza aver svalutato; _un deficit di bilancio non eccessivo (nel successivo Patto di Stabilità, firmato nel 1997, verrà fissato il tetto del 3%, secondo una regola aurea già applicata in Germania); _un debito pubblico “verso” il 60% (che era il livello medio in Europa a fine 1991). La voce della Germania unificata, dunque, si fece sentire forte a Maastricht, e di conseguenza sul disegno dell’euro.

2_ La crisi dello Sme nel 1992. Sui media spesso si parla della crisi della lira del 1992 come dovuta ad un attacco speculativo, ma meno di frequente si analizzano le condizioni che portarono a quella speculazione. Si racconta sia colpa della scarsa credibilità della liretta, ma per quella crisi fu rilevante, più di qualsiasi altro fattore, l’unificazione tedesca, e in secondo luogo la bocciatura danese di Maastricht. I costi della riunificazione furono pagati da tutta Europa. Ecco che torniamo così al punto con cui avevamo iniziato questo discorso: l’accresciuto peso politico tedesco a seguito del crollo del Muro.

A partire dal 1990, il marco della Germania Ovest divenne valuta anche della Germania Est. Per evitare che i lavoratori dell’Est migrassero verso l’Ovest, dove i livelli di vita erano più elevati, il Governo scelse di alzare i salari nell’Est a livelli non coerenti con la produttività delle imprese dei Laender dell’ex Ddr. Il risultato di questa decisione fu un’impennata dell’inflazione in Germania, dal 3% del 1990 fino al 6% del 1992. Come spiegano Baldwin e Wyplosz in “The economics of european integration”, la Bundesbank reagì allo shock inflazionistico adottando una politica monetaria restrittiva, aumentando il tasso d’interesse. Il principio della trinità impossibile tuonò forte in Europa: le condizioni economiche tra la Germania e gli altri paesi ora erano troppo diverse per condividere la medesima politica monetaria.

Davanti a questa politica, i membri dello Sme avrebbero potuto lasciare che il marco si apprezzasse, rinunciando alla parità fissata. Invece, accecati dalla stabilità dei tassi di cambio raggiunta negli anni precedenti e dai successi nella lotta all’inflazione, orgogliosi di essersi guadagnati lo status di valuta forte, rifiutarono una svalutazione che consideravano umiliante. Continuarono a seguire la Bundesbank, ma dopo l’unificazione la politica dei cambi tedesca si era fatta troppo rigida per gli altri membri dello Sme. Nel frattempo il Trattato di Maastricht sottoposto a referendum in Danimarca fu bocciato. Il primo paese a iniziare il processo di ratifica rifiutava il Trattato. Questo allarmò i mercati, e gli attacchi speculativi cominciarono immediatamente.

La prima ad essere colpita fu la lira italiana – agganciata al marco era ritenuta notevolmente sopravvalutata – poi, per l’identico motivo, la sterlina britannica. La Banca d’Italia e la Banca d’Inghilterra furono assediate. Gli speculatori trovavano terreno fertile, era una giocata a senso unico: o la parità lira – marco (e sterlina – marco) veniva mantenuta e non perdevano nulla, o il cambio fisso cedeva e la speculazione vinceva. Speculare al ribasso sulla lira, insomma, non costava niente. Per uno come George Soros non fu difficile vincere la scommessa. In risposta agli attacchi scattò, in un primo momento, il meccanismo di soccorso delle altre Banche centrali, a sostegno di quella italiana e britannica, disposte ad acquistare senza limiti lire e sterline, in modo da difenderne la parità. Nel settembre dello stesso anno, però, la Bundesbank decise di interrompere il proprio sostegno a Italia e Gran Bretagna. La Banca d’Italia, lasciata sola, difese la lira con tutto l’orgoglio possibile fino all’esaurimento delle proprie riserve, per poi essere costretta ad uscire dallo Sme. Stessa sorte toccò alla sterlina. La speculazione, compreso che lo Sme era più fragile di quanto si credesse, si spostò sulle valute di Irlanda, Portogallo e Spagna, costrette ad essere così svalutate per due volte. Infine, si attaccarono Belgio, Danimarca e Francia. Nel giro di un anno un enorme ammontare di riserve delle Banche centrali fu gettato nel mercato dei cambi, con la speculazione che continuava decisa. Più si tentavano di difendere le parità dello Sme, più gli speculatori si ingolosivano: la scommessa per loro era sempre a senso unico, poco da perdere molto da guadagnare.

La Bundesbank tedesca, negando il sostegno a Italia e Regno Unito, aveva violato il principio degli interventi illimitati a soccorso dei membri sotto attacco. Lo Sme era morto. Un’offesa grave da parte dei tedeschi ai partner europei. Il sangue tra i membri della Comunità ribolliva. Così, compiendo un passo indietro, Francoforte annunciò pubblicamente che avrebbe difeso il franco francese. Infine, per salvare la faccia e mantenere in vita lo Sme, si decise di allargare la banda di oscillazione all’interno dal meccanismo dal +/- 2,25% al 15%. Ora, dunque, nella nuova versione dell’Erm, le valute potevano fluttuare con un più ampio margine. La sterlina britannica non entrerà mai più nello Sistema monetario europeo, la lira ci ritornerà soltanto nel 1997 in modo da permettere all’Italia di aderire all’Eurozona fin dal 1999.

Export Italiano dopo il 1992
Saldo del conto corrente italiano in percentuale al Pil – Dati FMI. Si può notare il ritorno a dati positivi dopo l’uscita della lira dallo Sme

E’ interessante analizzare cosa accadde all’Italia una volta uscita dallo Sme. Dopo la crisi del cambio, i decisori italiani accettarono di buon grado il deprezzamento della lira imposto dai mercati. Una volta abbandonato il meccanismo di cambio comunitario la lira subì un notevole deprezzamento, registrando una perdita di valore che nel 1995 aveva raggiunto il 30 per cento. L’occasione fu quindi messa a profitto per recuperare la perdita di competitività precedente provocata dalla rigidità dei cambi, riprendendo la vecchia politica del deprezzamento della moneta. Dopo un intervallo di circa un quinquennio, in cui era stata seguita una politica lealista di tipo disinflazionistico, l’Italia tornava alle sue vecchie ricette. L’export italiano volò e il saldo delle partite correnti tornò in attivo, dall’altro lato l’inflazione non raggiunse le tanto temute due cifre. Il ritorno alla vecchia strategia della svalutazione del cambio fu tuttavia poco apprezzato dai partnereuropei. In particolare dai francesi, rimasti fedeli alla strategia del “franco forte”, e naturalmente ai tedeschi. La svalutazione della lira era ritenuta un vantaggio competitivo improprio. Nel 1997 l’Italia tornò ad essere parte dello Sme, condizione necessaria per aderire alla nascente Unione monetaria.

Oggi l’esperienza italiana del 1992, è uno dei pilastri su cui si poggiano le convinzioni di coloro che ritengono preferibile per l’Italia un’uscita dall’Eurozona e il ritorno ad una politica monetaria indipendente. Il dibattito è apertissimo. La situazione, in realtà, è molto più complessa di quanto possa apparire: numerosi sono i fattori da tenere in considerazione. Il contesto internazionale oggi è completamente differente da quello degli anni Novanta, si pensi al diverso costo dell’energia, di cui l’Italia è dipendente dall’estero, o al fatto che nel frattempo si è assistito all’ingresso nel Wto della Cina, capace di scombussolare i tradizionali equilibri commerciali occidentali. L’ingresso nell’Eurozona ha determinato costi e benefici per tutti gli euromembri. Per l’Italia, se da un lato è vero che la mancata possibilità fare ricorso a svalutazioni del tasso di cambio ha ridotto la competitività dell’industria, dall’altro lato l’ingresso nell’Eurozona ha significato un risparmio di centinaia di miliardi di euro grazie alla riduzione dei tassi d’interesse sul debito pubblico. La soluzione ai mali europei potrebbe non essere necessariamente il break up dell’Eurozona, ma piuttosto un riequilibro all’interno del Mercato unico (ne discuteremo nell’articolo successivo). Ma perché ciò avvenga è necessario che la Germania apprenda la lezione del 1992. La crisi dello Sme, come detto, fu dovuta alla politica monetaria estremamente rigida adottata dalla Bundesbank a seguito dell’unificazione tedesca, e in seguito al mancato sostegno della stessa Banca centrale tedesca a difesa della moneta italiana sotto attacco della speculazione. In quella occasione i tedeschi sembrarono essersi affidati al proverbio austriaco – bavarese, conosciuto come il principio di San Floriano: “Heiliger Sankt Florian / Verschon’ mein Haus / Zünd’ andre an!”. Ovvero: “O San Floriano / Risparmia la mia casa / Appicca il fuoco a quella del vicino”. Ecco, quella esperienza dovrebbe insegnare loro, che quando divampa il fuoco nella casa del vicino, a rischio è anche la propria di abitazione. Non si può certo prevedere dove si fermeranno le fiamme. Un insegnamento che vale ancora di più oggi.

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Alberto Monteverdi

Nasce nel bresciano a fine anni ’80, fin da giovane sviluppa una passione per le tematiche politico-economiche. A 18 anni è finalista al “Management Game” di Confindustria Lombardia. Dopo il diploma in Ragioneria si laurea con Lode in “Aziende, Mercati e Istituzioni” presso l’Università degli Studi di Parma. Quindi la Laurea Magistrale con Lode e Speciale Menzione presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma con una Tesi relativa alla crisi europea dei debiti sovrani e all’assetto di governance economica dell’Eurozona, poi pubblicata. Nominato Cultore della Materia presso la medesima Università, oggi frequenta corsi Post Laurea nel campo del diritto e dell’economia europea.
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