Deutschland über alles II: l’industria tedesca, il trucco

12/04/2013 di Alberto Monteverdi

Nel primo volume abbiamo analizzato quale sia stato il ruolo della Bundesbank nella costruzione dell’Unione monetaria, ripercorrendone le tappe, in particolare con riguardo alla crisi dello Sme del 1992. Ora è arrivato il momento di considerare il ruolo dell’industria tedesca all’interno del Mercato unico europeo, in particolare all’interno dell’Eurozona. E’ questo, infatti, il secondo aspetto del fenomeno che abbiamo definito come “Deutschland über alles”. Ovvero la germanizzazione dell’Europa. Lo faremo secondo un ragionamento lineare servendoci di diversi grafici (realizzati da Keynesblog su dati Ocse e Eurostat).

La costruzione del Mercato unico europeo, avvenuta in diverse tappe a partire dal 1951, è stata di certo la principale componente della crescita economica dei paesi europei. La possibilità di commerciare e di competere su più larga scala ha comportato vantaggi per tutti, ampliando le dimensioni del mercato di sbocco delle produzioni nazionali. Surplus e deficit nelle bilance delle partite correnti (cioè nei conti con l’estero) dei partner europei sono sempre esistiti, dovuti ai differenziali di produttività dei diversi paesi. Tuttavia, finché ciascun paese ha mantenuto la propria valuta nazionale l’oscillazione del tasso di cambio (svalutazioni/rivalutazioni) permetteva di riequilibrare la situazione. I paesi in deficit vedevano la propria valuta nazionale svalutarsi verso quelle dei partner europei, produrre così a prezzi inferiori, colmando i divari di produttività esistenti, ed esportare di più. Dall’altro lato, i paesi con forti avanzi conoscevano l’effetto contrario. Insomma, il tasso di cambio, come è evidente, funge da riequilibratore. Questa fu una delle dinamiche alla base delle difficoltà incontrate nell’ambito del Sistema monetario europeo negli anni Novanta. L’aggancio valutario di economie con differenti livelli di produttività è gioco complesso. Con l’introduzione della Moneta unica nel 1999 naturalmente questi aggiustamenti nei tassi di cambio sono venuti meno, avendo ciascun paese membro adottato la medesima valuta. La fine della possibilità di utilizzare la forza compensatrice del tasso di cambio, ma allo stesso tempo il mantenersi di livelli di produttività diversi tra gli euromembri, ha generato forti squilibri nel commercio tra i diversi paesi europei. L’Eurozona presenta pertanto oggi evidenti disequilibri interni, con un paese, la Germania, con enormi surplus commerciali verso i partner europei, e gli euromediterranei in particolare con forti deficit. La Germania ha pertanto sostenuto la propria crescita attraverso le esportazioni, mentre gli altri euromembri si sono affidati ai consumi. Consumo di prodotti tedeschi finanziato dagli stessi capitali in avanzo in Germania. Paesi come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, hanno per anni importato prodotti dalla Germania (e dagli altri euronordici), accumulando in questo modo crescenti debiti con le banche tedesche (e altre del Nord Europa). Le bolle degli eurodeboli sono state gonfiate da capitali provenienti dal Nord. Così oggi la Germania si trova a detenere crediti per centinaia di miliardi di euro verso gli euromeditterannei, e questo spiega l’atteggiamento duro di Berlino verso i paesi in difficoltà, giustificato della volontà di garantirne la solvibilità e permettere il rimborso dei debiti (a scapito della popolazione locale). Nel grafico 1 sono evidenti gli squilibri nella bilance delle partite correnti dei diversi paesi dell’area euro. La Germania (colore grigio), presentava nel momento dell’introduzione dell’euro nel 1999, un valore negativo nei conti con l’estero, tuttavia l’impossibilità dei partner europei di svalutare il tasso di cambio ha permesso che i tedeschi realizzassero negli anni Duemila enormi surplus a scapito degli altri euromembri.

industria tedesca, partite correnti
Grafico 1. Bilancia delle partite correnti in Europa 1999-2010. Elaborazioni Keynesblog

La competitività delle merci di un paese dipende essenzialmente dal costo del lavoro per unità di prodotto: un indicatore che combina produttività e salari. Comunemente si ritiene che la forza esportatrice dell’industria tedesca dipenda dalla sua elevata produttività del lavoro. Ma questo è vero solo in parte. Come si evince dal grafico 2 la Germania (linea azzurra) ha si una produttività maggiore dei paesi PIIGS, ma inferiore rispetto a quella della Francia (linea rossa). In realtà, le riforme Hartz, realizzate dal Governo Schroeder negli primi anni Duemila, nonostante abbiamo reso più efficiente il mercato del lavoro tedesco, non hanno determinato una crescita della produttività, rimasta nella media europea.

Pil per ora lavorativa, Industria tedesca
Grafico 2. Andamento della produttività (Pil per ora lavorata) nel periodo 2002-2010. Elaborazione Keynesblog su dati Ocse.

Se è vero che la maggiore produttività tedesca può giustificare la sua capacità esportatrice verso gli eurodeboli, questo non vale verso la Francia che ha una produttività superiore a quella di Berlino. Allora perché la Germania presenta conti con l’estero di gran lunga migliori a quelli di Parigi? Come detto la competitività di un’economia dipende da due elementi: produttività e salari. Se la spiegazione della forza tedesca non è nella produttività (o almeno non solo in essa) allora va ricercata nel livello dei salari. Ecco il “trucco” tedesco. La competitività della Germania, all’interno di un sistema di cambi fissi come l’eurozona, è stata favorita da una politica dei redditi scoordinata con il resto d’Europa. Mentre negli ultimi dieci anni i salari nominali sono aumentati complessivamente circa del 30% in Italia, Francia, e Spagna, sono cresciuti soltanto del 10% in Germania. Depurato il dato dall’inflazione, abbiamo una crescita reale negativa dei salari tedeschi (grafico 3). Berlino ha così realizzato una deflazione salariale (cioè i salari reali, e dunque il potere di acquisto dei lavoratori, in Germania sono diminuiti). Questo ha permesso di contenere i costi di produzione per le aziende tedesche e di conseguenza i prezzi di vendita, ottenendo un maggior margine. La compressione salariale unita alla buona produttività del lavoro spiegano la competitività dell’industria tedesca.  A beneficiare della crescita dell’economia tedesca negli ultimi anni, infatti, non sono stati tanto i lavoratori dipendenti, i cui salari al contrario sono stati contenuti, ma le imprese, che hanno ottenuto elevati profitti, da destinare poi all’investimento. Questo è stato possibile proprio grazie alle riforme Hartz e al patto sociale realizzato tra Governo, sindacati e imprese nell’ambito del modello di cogestione tedesco.

Salari, mercato tedesco
Grafico 3. Andamento dei salari reali (salari nominali meno inflazione) nel periodo 2000-2010. Fatto 100 il valore del 2000, l’unico paese dove sono diminuiti è la Germania (deflazione salariale). Elaborazione Keynesblog

Il contenimento dei salari ha determinato a sua volta una stagnazione dei consumi in  Germania negli anni Duemila (grafico 4). La stagnazione dei consumi ha contenuto la domanda interna tedesca,  e quindi la possibilità dei partner europei di penetrare (esportare) in quel mercato. La Germania non si sta comportando da locomotiva capace di trainare tutta Europa, ma anzi ha creato un’economia votata esclusivamente all’export in grado di germanizzare il mercato europeo. Una sorta di Mercato unico tedesco.

Consumi economia Germania

Grafico 4. Andamento dei consumi in termini reali (al netto crescita prezzi) in Germania nel periodo 1970 – 2012. Evidente come, dopo la crescita dei decenni precedenti, l’andamento dei consumi si sia fatto stagnante negli anni Duemila. E’ questo l’effetto evidente della deflazione salariale che ha ridotto il potere di acquisto dei lavoratori dipendenti tedeschi.

La decisione di comprimere i salari può apparire una scelta legittima di politica economica in un paese completamente sovrano, ma in area monetaria comune crea forti tensioni sugli altri membri. Soprattutto in situazioni ad elevata disoccupazione come quella attuale. Si rendono necessari meccanismi di riequilibrio. Esclusa la possibilità di una migrazione di massa dei lavoratori disoccupati dei paesi PIIGS in Germania, per via della ridotta mobilità del lavoro in Europa, non restano che due vie di aggiustamento per permettere agli euromediterrenei di recuperare competitività sui prodotti tedeschi e riequilibrare le proprie bilance commerciali. La prima è la via che si sta attualmente percorrendo, la seconda, invece, è quella che sarebbe auspicabile intraprendere per il bene dell’Unione.

La deflazione attuale. I paesi euromediterranei, come abbiamo detto, presentano una produttività del lavoro inferiore a quella tedesca e non avendo la possibilità di svalutare il tasso di cambio, si trovano costretti a ridurre i salari a livello reale. Ovvero a fare quello che ha fatto la Germania negli ultimi anni. Nel periodo 2010-2012 il salario reale si è ridotto di circa il 20% in Grecia, del 10% in Portogallo, del 6% in Spagna, e del 2% in Italia. Questo ha effettivamente permesso un considerevole riequilibrio nelle bilance commerciali di questi paesi con un recupero importante delle esportazioni. Tuttavia, i costi sociali di un tale processo sono enormi, in quanto impone una forte riduzione del potere di acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti. Secondo calcoli del Brookings Institution di Washington, assumendo una crescita della produttività dello 0,7% annuo nei prossimi 5 anni in Italia e Germania, per colmare il divario di competitività con i tedeschi l’Italia dovrebbe ridurre i salari quasi del 3% l’anno nello stesso quinquennio, se nello stesso periodo in Germania i salari continuassero ad essere contenuti al ritmo attuale. Chiaro che si tratti di un meccanismo di aggiustamento molto doloroso. L’attuale compressione dei salari in corso negli eurodeboli, inoltre, non sembra capace di determinare una riduzione della disoccupazione, al contrario in costante aumento nei PIIGS. La via della deflazione salariale non appare, dunque, attualmente in grado di portare il l’Europa meditarrenea al di fuori dalla recessione. Anzi, la costante caduta della domanda negli eurodeboli, rischia di trascinare verso il basso anche le economie del Nord Europa, i cui prodotti trovano ancora oggi per la maggior parte sbocco nei mercati europei.

La spinta tedesca.  L’altra via è quella di una Germania che si comporti da paese guida, da capo famiglia in grado di farsi carico dei fratelli in difficoltà. Le imprese tedesche dovrebbero accogliere le rivendicazioni sindacali in corso nel paese e permettere un aumento dei salari nazionali, invece che costringere i paesi meridionali a svalutare i propri. Se la Germania portasse i redditi da lavoro semplicemente ad allinearsi con la crescita della produttività accumulata in questi anni, si potrebbe evitare la sofferenza degli eurodeboli. La domanda interna tedesca aumenterebbe, le importazioni crescerebbero, e con esse l’export del resto d’Europa verso la Germania. Gli eccessivi deficit e i surplus interni all’Eurozona oggi esistenti si riequilibrerebbero. La Germania svolgerebbe così il proprio ruolo di locomotiva trainando fuori dalla recessione l’Europa. Sempre secondo calcoli del Brookings Institution, con una crescita dei salari tedeschi del 4% l’anno nel prossimo quinquennio, all’Italia basterebbe una lieve contrazione salariale per riequilibrare il divario. Se poi l’Italia nel frattempo realizzerà quelle riforme strutturali in  grado di aumentarne la produttività allora non sarebbe nemmeno necessaria una riduzione salariale. Naturalmente questa non è una strada senza costi per la Germania, la quale perderebbe competitività verso l’area extra-Ue, ma otterrebbe anche importanti benefici: ancora oggi il 60% dell’export tedesco trova sbocco in Europa, e un’economia europea in crescita compenserebbe la possibile riduzione delle vendite extra-Ue. Inoltre, nel caso l’euro nel frattempo si svalutasse nei confronti delle principali valute mondiali allora l’export tedesco extra-Ue non soffrirebbe affatto. Questa è la via meno dolorosa, ma Frau Merkel continua a privilegiare gli interessi nazionali a quelli dell’Unione, attenta a mantenersi fedele l’elettorato della classe imprenditoriale in vista delle elezioni federali di settembre.

Se la ricetta resterà quella attuale, il rischio è che le tensioni sociali negli eurodeboli, schiacciati tra austerità di bilancio, disoccupazione e contrazione dei salari, aumentino. A quel punto rimanere nell’Eurozona potrebbe non apparire più così conveniente. I paesi mediterranei potrebbero decidere di uscire dall’Unione monetaria, tentare l’avventura del ritorno alla valute nazionali e utilizzare la tradizionale via delle svalutazioni del tasso di cambio per recuperare competitività verso i tedeschi. In tal senso l’Italia ne ha già avuta esperienza con l’uscita dallo Sme nel 1992. Per alcuni paesi potrebbe essere una fortuna, per altri un disastro. Ma di certo, se dovesse avverarsi il break-up dell’eurozona, a perdere maggiormente sarà proprio il paese che più ha beneficiato dalla costruzione dell’Eurozona: la Germania.

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Alberto Monteverdi

Nasce nel bresciano a fine anni ’80, fin da giovane sviluppa una passione per le tematiche politico-economiche. A 18 anni è finalista al “Management Game” di Confindustria Lombardia. Dopo il diploma in Ragioneria si laurea con Lode in “Aziende, Mercati e Istituzioni” presso l’Università degli Studi di Parma. Quindi la Laurea Magistrale con Lode e Speciale Menzione presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma con una Tesi relativa alla crisi europea dei debiti sovrani e all’assetto di governance economica dell’Eurozona, poi pubblicata. Nominato Cultore della Materia presso la medesima Università, oggi frequenta corsi Post Laurea nel campo del diritto e dell’economia europea.
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