Destra e sinistra radicale premiano il M5S: alle amministrative trionfano Raggi e Appendino

20/06/2016 di Edoardo O. Canavese

Torino e Roma al M5S, Bologna a Merola per poco; l’elettorato di destra e del M5S si sono sostenuti ai ballottaggi, favorendo i candidati contro il Pd. Il partito di Renzi paga lo scollamento dei dirigenti locali col territorio e gli inciampi del governo: solo Milano resta baluardo del bipolarismo centrodestra-centrosinistra.

Il terremoto politico ha il suo epicentro a Torino, dove Chiara Appendino col 54,6% archivia l’amministrazione Fassino. Se fino a ieri il M5S si era saputo imporre solo in pochi comuni del centrosud e in grandi città in profonda crisi economica e morale, come Parma e – da poche ore – Roma, oggi riesce ad scardinare una metropoli del nord, roccaforte del centrosinistra, proponendosi come alternativa credibile, “alla pari”.  I pentastellati sfondano nella crisi locale del Pd, qui come altrove incancrenito da modelli di potere stantii e vittima dell’allineamento destra-M5S. A Roma sorprende solo nelle dimensioni il trionfo di Virginia Raggi su Roberto Giachetti. Interessante il risultato della candidata leghista Lucia Borgonzoni, che ha tallonato Virginio Merola nella sempre meno rossa Bologna. Si aggiunga al quadro la roboante riconferma di Luigi De Magistris a Napoli: le comunali 2016 siglano il successo dei candidati di rottura (tre giovani donne), rispetto alla politica tradizionale e governativa.

La sconfitta di Fassino nel capoluogo piemontese racconta la fine di un lungo rapporto tra partito e città. Simili considerazioni potrebbero essere fatte per Roma e accennate per Bologna, dove il centrosinistra vince con il più piccolo margine dal 2004. A Torino pesa la perdurante crisi dell’indotto Fiat, oggi Fca, e del rapporto dell’azienda con i lavoratori, tamponata da Fassino con la promozione culturale della città: troppo poco per elettori su cui pesano preoccupazioni meno auliche. A gonfiare le vele dell’Appendino ci pensa l’elettorato di destra e sinistra radicali, che fa quasi raddoppiare i voti della sindaca dai 118mila ai 202mila del secondo turno; si ricordi l’endorsement di Mario Borghezio a sostegno della candidata grillina, nonché i colloqui tra la Appendino e il leader sindacalista Giorgio Airaudo.

Che Giachetti avesse poche speranze di prendersi il Campidoglio, era evidente ai più. In effetti il candidato dem ha conquistato solo 50mila elettori in più rispetto al primo turno; peccato che la Raggi balzi da 453mila voti a 770mila. Un abisso quello determinatosi tra i due, che chiarisce lo sconforto dell’elettorato romano nei confronti della politica tradizionale, e pare assolvere Giachetti – unico valore positivo per il Pd – dalle responsabilità della disfatta di un partito da ricostruire. Le ombre di Mafia Capitale e la deposizione di Marino hanno delegittimato i democratici agli occhi dei capitolini; invece che promuovere una rifondazione locale, il commissariamento di Orfini ha indotto il Pd in una sorta di coma. I voti di Marchini e Meloni, ma pure quelli di Marino, hanno partecipato al trionfo grillino. L’allineamento destra-M5S si ripropone quasi pedissequo a Torino e Bologna, suggerendo un disegno di una tacita alleanza antirenziana tra Salvini e Grillo.

A conferma di ciò c’è il caso bolognese. La Borgonzoni, nel primo turno premiata da 38mila elettori, al ballottaggio convince 30mila cittadini in più, lo stesso numero che due domeniche fa ha votato M5S. Com’è ovvio, non tutti i voti grillini sono finiti nelle urne del centrodestra: l’Istituto Cattaneo calcola che il 42% dei voti per Massimo Bugani sono finiti alla Borgonzoni, solo l’11% a Merola. Bologna è anche l’unico centro significativo in cui la Lega Nord possa rivendicare un risultato onorevole. Matteo Salvini è l’altro grande sconfitto del turno amministrativo, spettatore di clamorose sconfitte come a Varese, passata al Pd, soprattutto incapace di imporsi davvero su Forza Italia. Il partito di Berlusconi scompare quasi a Torino, Bologna e Roma, ma, nonostante le frequenti tensioni col proprio candidato Gianni Lettieri, resta l’unica alternativa alla Napoli di De Magistris e guida la conquista di dieci capoluoghi, sfiorando il colpaccio a Milano.

E’ Beppe Sala il successore di Giuliano Pisapia. Milano si conferma campo difficile per il centrosinistra, che vede Stefano Parisi arrendersi per soli 20mila voti; da qui Forza Italia pare convinta di poter ripartire, promuovendo una leadership unitaria e moderata, in grado di attutire il populismo radicale di Salvini. A Milano il Pd tiene, ma è un’illusione: quanto di buono fatto nei cinque anni precedenti pare essere stato annebbiato dai litigi sui conti di Expo e dalla riscossa di un centrodestra galvanizzato da un buon candidato. Qui il M5S non è stato l’ago della bilancio come altrove, a dimostrazione della scarsa presa dei grillini nella città sede della Casaleggio Associati. Il capoluogo lombardo, col testa a testa tra Sala e Parisi, sembra l’ultima roccaforte della seconda repubblica, fondata sul principio dell’alternanza e su un bipolarismo imperfetto difficilmente perturbabile da partiti terzi.

The following two tabs change content below.

Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
blog comments powered by Disqus