Spazio (e) deserto: Mojave nuova frontiera per le stelle

07/08/2014 di Francesca R. Cicetti

Shuttle lucenti che sfrecciano nel cielo tra i nuovi pionieri dello spazio

Deserto del Mojave

Nella lingua dei nativi, il deserto del Mojave veniva chiamato Hayikwiir Mat’aar. Ma quando gli indiani, il 23 aprile 1859, si arresero alle truppe del tenente colonnello William Hoffman, rinunciando alla sovranità su quei territori, avrebbero potuto immaginare qualunque destino per la loro terra, tranne quello divenuto realtà.

Shuttle lucenti che sfrecciano nel cielo. Pionieri, sì, ma dello spazio. E il Mojave trasformato in una base per l’innovazione aereospaziale americana, pronto ad assicurare agli eredi di Hoffman ulteriori conquiste. Più lontane, più spettacolari. Una nuova Cape Canaveral. Quella originale è una striscia di terra nella contea di Brevard, in Florida, dove sorge il Kennedy Space Center, culla della NASA e dei suoi neonati progetti. Quella nuova è una piccola Silicon Valley, fatta di Joshua tree, alberi verde petrolio, massicci, di cui gli U2 cantavano nell’ottantasette.

Trasformare la California nella Florida, quindi, si può. Basta superare la cittadina di Baker, lasciarsi alle spalle l’autostrada e guardare il cielo. Godersi il blu e il silenzio, finché è possibile. Poi arrivano i rombi. Rombi di navicelle che spiccano il volo verso lo spazio.

Virgin Spaceship
Il prototipo dello Spaceship della Virgin, in volo sul deserto del Mohjave

Il deserto del Mojave non è più tale, da quando le aziende aerospaziali hanno piantato le loro bandierine, come bancarelle ad una fiera. Alcune sono lì per mandare in orbita i loro satelliti, altre per mandare in orbita noi, curiosi turisti della Via Lattea. E si divertono a definirsi avanguardisti di uno spazio nuovo, non più attaccato alle sottane della mamma NASA e della sua Cape Canaveral. Per farlo, hanno bisogno di svicolarsi dalla gestione ingessata dell’agenzia spaziale americana, e non sanno sottrarsi al richiamo del deserto californiano, al fascino della frontiera. Come i cowboy di un tempo, ma verso porti più lontani.

Oltre alla seduzione del vecchio gioco americano della conquista, il Mojave offre altre convenienti opportunità. Tasse contenute e regolamenti flessibili, tanto per cominciare. E la vicinanza con l’aeroporto militare Edwards, che garantisce limiti di sorvolo. Inoltre, rispetto a Cape Canaveral, non c’è il rischio, in caso di errore, di finire a mollo nell’oceano.

Quello che manca per rendere il vecchio deserto Hayikwiir Mat’aar un paradiso della corsa allo spazio, come sempre, sono i fondi. Per ora si tira avanti con l’elemosina dei magnati, ma si spera di poter presto contare su qualche sostanzioso introito. Il lancio di satelliti, ad esempio, porta in cassa tre miliardi di dollari l’anno. Per non parlare dei biglietti che ci permetteranno di visitare lo spazio, alla modica cifra di duecentocinquantamila dollari a testa. E forse è modica davvero. In fondo, ci hanno promesso una gita in orbita entro il 2015. E poi, perché no, anche su Marte.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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