Olivetti. Democrazia senza partiti. Paradosso o concreta possibilità?

22/02/2013 di Maria Pia Di Nonno

Democrazia senza partiti? A prima vista sembrerebbe una domanda provocatoria, irrealizzabile, spavalda, anticostituzionale e antidemocratica. Una sorta di ragionamento per assurdo, non molto dissimile al paradosso di Achille e la Tartaruga di Zenone. I partiti sono infatti i potenti mediatori che consentono al popolo di esercitare la propria sovranità. Come potrebbero senza di essi i cittadini esercitare questo loro diritto? I nostri padri costituenti lo sapevano bene e per tal motivo in loro onore scrissero il ben noto articolo 49 della Costituzione il quale afferma: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Concettualmente il discorso fila. Il vero problema è che quell’articolo non fu mai completato come ha ben evidenziato il filosofo, storico e politico italiano Giuseppe Vacca, durante una conferenza tenutasi il 31 gennaio 2013 presso l’Istituto Luigi Sturzo e intitolata proprio “Democrazia senza partiti?”. I partiti, non molto diversamente dai sindacati, vengono riconosciuti, ma poi di fatto non vi è nessuna norma che ne chiarisca il funzionamento. Questa piccola svista, voluta o meno, ha permesso loro di aumentare il proprio potere in maniera indiscriminata e sproporzionata. I cittadini, oramai, si illudono se credono di poter partecipare alla gestione della res pubblica. In realtà essi sono chiamati in causa solo nel momento cruciale: le elezioni. Quel momento in cui “gli esperti della politica”, su cui H. Arendt aveva già  messo in guardia, escono allo scoperto dopo un lungo periodo di letargo e con discorsi densi di aggettivi, ridondanti di esclamazioni e di parole ad effetto, ma privi di senso e di logica, cercando di procacciarsi voti e simpatie.

Il cittadino, per questi “nuovi sofisti”, altro non è altro che un consumatore che va catturato, fidelizzato e soprattutto ipnotizzato come  sostiene il pensiero di A. N.Chomsky, filosofo teorico della comunicazione statunitense, e di J. Habermas , uno dei massimi esponenti della Scuola di Francoforte. E allo stesso modo di Nerone che utilizzava il panem et circenses per annebbiare gli occhi dei propri sudditi, i nostri demagoghi utilizzano i potenti mezzi di comunicazione.

Dopo tutte queste osservazioni, possiamo ancora credere che i partiti abbiano una propria legittimazione nella volontà popolare? Prima di rispondere a questa domanda è necessario riprendere la Teoria dell’autorità, ancora insuperata ai nostri giorni, del grande sociologo M.Weber. Quest’ultimo faceva una netta distinzione tra potere e autorità. Mentre il potere altro non è che “qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte a un’opposizione , la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità”; l’autorità è  la “possibilità per specifici comandi di trovare obbedienza da parte di un determinato gruppo di uomini”. Qual è dunque l’elemento distintivo tra potere e autorità? La legittimazione. Posseggono i partiti tale legittimazione? Sono i cittadini consapevoli, partecipi, consenzienti? Sembrerebbe proprio di no. Questo ci porta direttamente alla risposta: i partiti non hanno alcuna autorità, hanno solo potere. E in un periodo di profonda crisi culturale, economica, sociale questo potere è lasciato più che mai libero di agire a piacimento. Le istituzioni in quanto troppo logorate e asfittiche per contenerlo fanno sì che la politica, divenuta appunto potere incontrollato, abbia ormai venduto la propria anima al “capitalismo tecno-nichilistica”, termine questo coniato da Mauro Magatti, sociologo ed economista italiano. Come uscire da questo labirinto e rendere la politica quel sano momento di collaborazione tra, “animali sociali”?

Una soluzione possibile viene fornita dal pensiero di Adriano Olivetti che fu non solo uno fra i più grandi imprenditori italiani del Novecento, ma anche, come ben pochi sanno, “uno dei pochi filosofi dello Stato e maestri di scienza politica di un secolo, in cui non è di moda il vigore e il rigore sistematico”. Olivetti scrisse negli anni ’50  un libro intitolato “Società, Stato, Comunità” che contiene a sua volta un breve saggio dal nome “Democrazia senza partiti”, in cui l’autore sosteneva:

“Siamo all’apogeo dunque della forza dei grandi partiti organizzati, onde il regime politico attuale prende il nome, non a torto, di partitocrazia, retto da un occulto e complesso ingranaggio di interessi e di personalismi. E l’apogeo è l’inizio della decadenza.” e ancora “Il popolo è inorganizzato; perciò l’espressione della sua volontà è una mistificazione perché i suoi organizzatori, i suoi mediatori  – i partiti- hanno perso il contatto con il popolo”. Olivetti per tal motivo proponeva un sistema di “democrazia integrata”  in uno “Stato federale delle Comunità” dove di fatto i cittadini avrebbero potuto eleggere, con il metodo classico, solo i politici a livello locale o meglio comunitario e non quelli a livello regionale e statale. Per questi ultimi invece si sarebbe utilizzato, come chiariva Olivetti nella sua opera principale  “L’ordine politico delle Comunità”, un sistema “articolato di elezioni dirette e indirette rispettoso di quei due essenziali fattori che sono la provata competenza specifica dell’eletto e la provata sua preparazione morale e culturale”.

La democrazia resta, di fatto, il sistema migliore se pur sempre fallace, in quanto creazione umana, e per tal motivo come già affermato da A. Tocqueville deve essere continuamente corretta con più democrazia. Un sistema democratico parlamentare, come il nostro, che riduce la partecipazione dei cittadini al momento elettivo non è più sufficiente. Politici scelti unicamente dalle segreterie di partito, senza essere valutati per le loro capacità specifiche e morali non possono più essere tollerati. Partiti politici vuoti di forma e di contenuto sono dannosi per il sistema.Non c’è tempo da perdere dunque, bisogna dar vita a grandi narrazioni innovative, che siano in grado di liberare l’albero della democrazia da questa edera soffocante che l’avvolge.

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