Dell’irraggiungibile banda ultra larga italiana

25/04/2015 di Enrico Casadei

Il piano per la banda ultra larga ideato dal Governo è sempre più lontano dal vedere la luce. Cerchiamo di capire perché

Il piano per la banda ultra larga italiana è ancora più lontano dal vedere la luce. Finora i giochi ruotavano attorno a Metroweb, società che, secondo quanto descritto dalla stessa nel proprio sito internet, opera come dark fiber provider (fornitore di fibra spenta), sviluppando e affittando l’infrastruttura della rete ai principali operatori di telecomunicazione a livello nazionale, che provvedono poi autonomamente ad implementare i propri servizi di connessione a valore aggiunto per offrire ai loro clienti servizi come connettività Internet, telefonia fissa, mobile e distribuzione di contenuti digitali multimediali di ogni genere. In particolare Metroweb, fornisce l’accesso alla rete in modalità Ftth (Fiber-To-The-Home) fibra fino alla casa, una connessione che permette all’utente di collegarsi alla rete direttamente in fibra ottica, cioè alla più alta velocità di connessione disponibile.

Per ora infatti il colosso Telecom, così come gli altri operatori (Fastweb, ad esempio), ha portato la banda nelle case attraverso la cosiddetta Fttc (Fiber to the Cabinet). Questa tecnologia allaccia la fibra fino all’armadio esterno, mentre il restante pezzo di strada (circa 300 metri) è coperto con  il rame. Fino a questa settimana i vari progetti prospettati passavano per una soluzione condivisa dai vari player attraverso l’investimento in una società veicolo, verosimilmente Metroweb stessa. Una soluzione chiamata “condominio”. I principali coinquilini sarebbero stati la Cdp, che attraverso Fsi (Fondo strategico italiano) partecipa in Metroweb insieme a F2i, Vodafone e naturalmente Telecom che tuttavia ha sempre chiarito che non avrebbe accettato niente di meno del 51% della newco. E così è iniziata la bagarre.

Il controllo permetterebbe infatti di dominare il mercato italiano delle tlc. Anche il Governo era intervenuto senza prendere le parti di nessuno in particolare. Anzi, lo scorso 21 gennaio aveva proposto una soluzione di compromesso: la società guidata da Marco Patuano sarebbe entrata in Metroweb senza acquisirne immediatamente il controllo, in quanto subordinato al raggiungimento di “precisi paletti”. Il modello sarebbe quello di un’opzione put e call: le quote minori vengono cedute a Telecom, che acquista così piano piano la maggioranza, solo man mano che gli investimenti vengono effettuati e il Paese cablato.

Infatti il timore del Governo è che una volta venduta la maggioranza di Metroweb la telco italiana possa non effettuare quegli investimenti necessari per la digitalizzazione del Paese attraverso l’irrobustimento della banda ultra-larga. Anche Franco Bassanini, presidente di Cassa Depositi e Prestiti, sembrava gradire il compromesso dichiarando lo scorso 11 marzo che “se la rete fosse partecipata da tutti, con un piano di investimenti concordato e adeguate garanzie di parità di trattamento, una maggioranza Telecom potrebbe anche funzionare”.

La soluzione prospettata dai salotti buoni, scriveva il Sole 24 ore il 24 marzo, prevederebbe il congelamento dei diritti di voto per la quota eccedente la maggioranza. In tal modo Telecom non investirebbe in una infrastruttura che non sarà sicura di poter consolidare, compromettendo di fatto il suo futuro, mentre la controparte pubblica potrebbe verificare sul campo la serietà degli impegni. Inoltre il congelamento sarebbe temporaneo, con uno scongelamento parallelo al dispiegamento del piano di investimenti e al completamento di tutte le garanzie regolamentari affinché la rete in fibra sia assolutamente neutra e quindi aperta a tutti i concorrenti e a parità di condizioni come lo è oggi Metroweb.

Nondimeno, pur avendo presentato una sorta di cronoprogramma sugli investimenti da effettuarsi, Telecom Italia non ha mai mollato la presa sul 51% di Metroweb o comunque di qualsiasi soluzione che si sarebbe potuta prospettare perché la rete rappresenta il suo core business che deve essere consolidato nel gruppo. Il braccio di forza è continuato fino alla doccia gelata della mail di Maurizio Tamagnini, a.d. del Fsi. Il top manager ha messo nero su bianco la non percorribilità della proposta presentata dalla società presieduta di Giuseppe Recchi per avere un ruolo chiave nella governance di Metroweb e nella nuova rete.

Intanto, si legge sull’Ansa, Recchi non commenta e conferma che se ne riparlerà dopo il Cda del 7 maggio, perché Telecom sta “facendo un gradissimo piano di investimenti e siamo concentrati su questo nell’interesse della società e del Paese. Poi – ha proseguito – qualunque altra opzione che possa accelerare la consideriamo sempre preservando la capacità di creare valore di una azienda che deve operare sul mercato con dei ritorni”. Recchi ha osservato: “Dobbiamo fare solo cose che abbiano una razionalità industriale e e finanziaria, non possiamo fare cose ideologiche. Siamo totalmente allineati con i programmi del governo e impegnati a raggiungere gli obiettivi comunicati alla comunità finanziaria, che sono gli stessi del governo, ossia la banda ultra larga diffusa in molte regioni”.

Insomma per ora la banda ultra larga – o meglio l’evoluzione del Paese – deve passare per la redditività dell’ex monopolista di Stato. D’altronde non si capisce come potrebbe essere diverso: così è già per tutti gli Stati al mondo, tranne che per il Belpaese.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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