Delle aperture dei negozi, ossia la libertà di pochi

14/07/2014 di Giacomo Bandini

Liberalizzazione orari negozi

Qualcuno si ricorderà come, fra le liberalizzazioni previste dal nuovo corso politico del governo Monti, una fra le più discusse fu quella relativa agli orari ed ai giorni di apertura dei negozi. Tuttora, nella cattolica Italia, le contestazioni non si sono esaurite. Da molte parti, in particolare Movimento 5 Stelle e varie associazioni di esercenti, ma da parte dello stesso Pd, vi è forte malcontento riguardo a tale previsione. È per questo che sono arrivate ben 6 proposte di modifica solo nell’ultimo anno, fra cui una delle pochissime leggi di iniziativa popolare approdate così avanti nell’iter legislativo. Segno che il tema è ancora caldo, oltre ad essere considerato assai importante per larga parte dell’opinione pubblica popolare, e presto potranno esservi alcune modifiche all’attuale regime.

Le misure di Monti – Il decreto salva-Italia all’art.31, primo comma – dopo una serie di modifiche, anche contradittorie, inserite nei decreti precedenti – ha stabilito, in via generale e senza eccezioni, la totale libertà di orari, sia in termini di ore di funzionamento che di aperture domenicali e festive, di tutte le attività di commercio e di somministrazione di alimenti e bevande su tutto il territorio nazionale. Il governo motivò tale norma, descrivendola come un provvedimento a favore del principio di libera concorrenza, e quindi rientrante nelle competenze statali anche se applicato a settori per i quali la normativa è ordinariamente di competenza regionale. Lo spazio alle realtà locali fu salvato solamente da una circolare del Ministero delle Attività produttive del 28/10/11, applicabile anche alla normativa attuale, nella quale vengono indicate le possibilità e le modalità di intervento dei Comuni sulle aperture dei negozi nei casi in cui potessero sussistere problemi di ordine e quiete pubblica, sicurezza.

Negozi, liberalizzazione apertureParole sante – Proprio intorno a questa previsione, che ricordiamo essere facoltativa e non obbligatoria nei confronti di alcun esercente, si è appellata una pletora di contestatori. Dai parlamentari grillini, che chiedono la cancellazione della norma e maggiore potere per gli Enti Locali sugli orari di esercizio, ad uno dei colossi della rappresentanza degli interessi specifici, ossia le potenti associazioni di categoria (Confesercenti e Confcommercio in primis), fino ad arrivare al Vaticano, rappresentato per l’occasione dalla Conferenza Episcopale. Persino il Papa è arrivato ad appellarsi alla morale comune e ha lanciato una vera e propria sfida pontificia contro tale misura politico-economica che guarderebbe solo al profitto e poco, si aggiunga, alle Chiese vuote la domenica mattina e festivi vari. “Forse è arrivato il momento di domandarci se lavorare la domenica è una vera libertà” ha recentemente detto Francesco.

Novità in vista – In effetti la questione, come sottolineato precedentemente, non è mai morta del tutto. Solo nell’ultimo anno sono state presentate sei proposte giunte tutte in commissione Attività Produttive a Montecitorio. E la commissione, presieduta dal deputato Pd Senaldi, ha elaborato un nuovo testo al fine di conciliare le varie richieste e ridurre le pressioni in merito. Si parla dell’obbligo di dodici chiusure annue per gli esercizi commerciali in corrispondenza delle principali festività religiose e civili. I comuni potranno però concedere sei deroghe in occasione delle festività indicate, spostando la chiusura obbligatoria in un altro giorno dell’anno.

Libertà, ma non per tutti – Una considerazione sulla misura di liberalizzazione voluta dal governo Monti è necessaria. Come sottolinea lo studio di Confesercenti, “aprire la domenica” non ha funzionato da traino economico di settore. Tra il 2012 e il 2013 sono venuti meno oltre 100mila posti di lavoro nel piccolo commercio, registrando allo stesso tempo 28,5 miliardi di minori consumi di beni da parte delle famiglie. La ricerca, però, non solo è di parte, ma non considera come gli aspetti macroeconomici incidano sul settore. In crisi, difatti, non è solo una segmento dell’economia, bensì tutto il Paese, a partire dai valori. Di questi piuttosto sarebbe bene parlare. È giusto che una legge serva a deregolamentare, una volta tanto, e a fornire la possibilità di liberalizzare un settore i cui tentativi di sganciarsi dalle catene statali sono iniziati negli anni ’90? E poi, se si vuole tutelare il consumatore (cosa che va di moda asserire) sarà meglio o meno comprendere le sue abitudini e il suo pensiero? Se si guarda alle statistiche una percentuale altissima dei consumatori, che sono anche lavoratori, è favorevole alla liberalizzazione. Peccato, però, che la libertà in Italia sia un concetto molto strano, invocata da molti, appannaggio di pochi.

 

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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