Dei molti vorrei di Assopopolari sulla riforma delle Popolari

27/03/2015 di Enrico Casadei

I i molti vorrei dell’Associazione si sono dovuti scontrare con la realtà dei fatti, e non si capisce come avrebbe potuto essere altrimenti

 Il blitz del Governo è andato in porto. Che poi tanto blitz non era, visto che se ne parla da vent’anni. Ci si riferisce naturalmente alla riforma delle Banche Popolari. Il decreto del Consiglio dei Ministri, il cosiddetto Investment Compact, prevede che le banche popolari con attivi superiori a 8 miliardi di euro si trasformino in Spa entro 18 mesi dall’emanazione dei regolamenti attuativi della Banca d’Italia. Ebbene, lo scorso martedì il disegno di legge è passato al Senato dopo che il Governo aveva posto sul testo la fiducia.

I lampi e le saette millantati da Assopopolari non si sono concretizzati. Infatti, benché l’Associazione delle popolari avesse definito il decreto legge “gravido di conseguenze negative sul risparmio nazionale e sul credito alle famiglie, piccole e medie imprese, per un Paese, come il nostro, privo d’investitori di lungo periodo in aziende bancarie” criticandolo come “ingiustificato e ingiustificabile“, è rimasta quasi a mani vuote.

L’Associazione aveva agitato lo spettro dell’incostituzionalità del provvedimento, nominando tre saggi, Alberto Quadrio Curzio, Piergaetano Marchetti e Angelo Tantazzi, che avrebbero dovuto proporre soluzioni alternative: “Nulla sarà lasciato di intentato“. Eppure non solo non ci sono soluzioni alternative ma per adesso l’unica certezza sono gli emendamenti alla riforma che appaiono come scarne regalie da parte del Governo. Insomma i molti vorrei dell’Associazione si sono dovuti scontrare con la realtà dei fatti. Il cambiamento maggiore, come d’altronde ampiamente già discusso, è l’abolizione del voto capitario che permetteva la sussistenza di un unicum delle tipologie delle governance bancarie di tutta l’Italia. Proprio questo punto quindi ha causato la levata di scudi dei soci dell’Associazione guidata da Ettore Caselli: obiettivo primario degli ultimi due mesi è stato cercare un modo per difendere tale unicità. Tentativi inutili.

Innanzitutto il voto capitario è destinato a sparire. Poi anche la soglia degli 8 miliardi, per discriminare le banche che si sarebbero dovute convertire, non è stata sfiorata. La concessione più importante riguarda l’introduzione di un tetto ai diritti di voto in funzione anti-scalata pari al 5%. Peraltro, la norma è transitoria, valida per un periodo massimo di 24 mesi dalla data di conversione del decreto se inserita nello statuto. Ci sarà inoltre un unico voto a maggioranza semplificata dell’assemblea, l’ultimo con voto capitario, per la trasformazione in SpA, le relative modifiche statutarie e l’introduzione del tetto al diritto di voto. Insomma i sogni anelati sono andati in fumo.

In teoria, la palla adesso tornerebbe in mano ad Assopopolari che potrebbe nei prossimi giorni riunire il proprio comitato direttivo, in mano a Caselli, per decidere il da farsi. Eppure è difficile immaginare che il vento possa cambiare in favore delle popolari ora che è venuto meno anche il piccolo supporto che avevano nell’Esecutivo. L’ex ministro dei Trasporti Maurizio Lupi infatti si disse pronto a “dare battaglia” perché contrario al “provvedimento nel metodo e nel merito dato che le Popolari sono una risorsa” per il Paese, come “le pmi. Bisogna tutelarle o si finisce come la Grecia“.

In questa situazione tesa si è buttato anche Massimo Masi, segretario generale del sindacato dei lavoratori delle banche, l’Uilca. “Così proprio non va”, sono “estremamente preoccupato delle ripercussioni che ciò avrà sull’occupazione del credito e così rendiamo le prime dieci banche popolari scalabili da capitali stranieri. Mi viene da pensare che fosse proprio questo l’obiettivo”. Probabilmente la verità è che la mossa adesso è nelle mani del mercato. Infatti molte popolari hanno già convocato le assemblee dei soci per deliberare la trasformazione e chi sa magari anche le fusioni con le sorelle. E d’altronde non si capisce perché soggetti così rilevanti come banche con attivi superiori a 8 miliardi avrebbero dovuto restare governanti secondo logiche adatte a istituti minori, anzi (per la terza volta) non si capisce come i vorrei di Assopopolari avrebbero potuto concretizzarsi.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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