Più deficit e più spese per investimenti produttivi dal 2014?

04/07/2013 di Federico Nascimben

L'uscita dalla procedura di infrazione UE per l'Italia non rappresenta certo la fine della c.d. austerity

Ce l’abbiamo fatta! La Commissione europea annuncia ora l’ok a più flessibilità per i prossimi bilanci per i Paesi come Italia con i conti in ordine“, così ha dichiarato su Twitter il Presidente Letta, accompagnando il tweet all’hashtag “serietà paga“. Ma cosa ha detto veramente Barroso? Secondo quanto riportato dall’Ansa, il Presidente ha dichiarato che la Commissione “ha esplorato ulteriori modi all’interno del braccio preventivo del Patto di Stabilità (cioé per chi è sotto il 3% di deficit e quindi fuori da procedura, ndr) per realizzare investimenti pubblici non ricorrenti con un impatto provato sulle finanze pubbliche. Quando la Commissione valuterà i bilanci nazionali per il 2014 e i risultati di bilancio del 2013, considererà di consentire deviazioni temporanee del deficit strutturale dal suo percorso verso l’obiettivo di medio termine (per l’Italia è il pareggio strutturale nel 2014-2015, ndr) fissato delle raccomandazioni specifiche per Paese“. Tale deviazione “deve essere collegata a spesa pubblica su progetti co-finanziati dalla Ue nell’ambito della politica strutturale e di coesione, delle reti trans-europee e della ‘Connecting Europe Facility’ con un effetto nel lungo termine positivo, diretto e verificabile sul bilancio“. Ecco, quindi, che come sempre le cose sono un po’ più complicate rispetto a quanto annunciato: se da un lato l’Italia avrà alcuni margini di manovra per il 2014 – rispettando strettamente, però, alcuni criteri che analizzeremo -, dall’altro la situazione economica interna e quella europea, con l’ulteriore aggravamento della crisi portoghese e greca, non consentirà alcun tipo di rivoluzione copernicana senza prima tagliare la spesa pubblica e fare le riforme istituzionali.

La situazione in Europa – Dei 28 Paesi facenti parte dell’UE, Italia, Lettonia, Ungheria, Lituania e Romania sono appena usciti dalla procedura d’infrazione, mentre Germania, Estonia, Finlandia, Lussemburgo, Malta, Bulgaria e Svezia presentavano un deficit sotto il 3% già dal 2012 o prima: 12 Paesi in tutto, quindi. I restanti 16 rimangono sotto osservazione per non aver rispettato la soglia, ma dall’insieme di questi occorre scorporare i 6 Paesi ai quali sono stati concessi uno o due anni in più per rientrare nel 3%, ovvero Spagna, Francia, Olanda, Polonia, Portogallo e Slovenia. Il ché sembra essere più una presa d’atto da parte dell’Europa dell’impossibilità, da parte di molti, di rispettare gli impegni presi con un ciclo economico così sfavorevole, e potrebbe suonare quasi come una presa in giro rispetto a chi, come l’Italia, si era impegnato a rientrare dentro la soglia del 3% in un tempo così ristretto e con i conti pubblici in profondo rosso. Da un lato la Commissione, per concedere questi bonus, sembra prendere in considerazione sì lo stato del bilancio nel breve e medio periodo, ma dall’altro (come nel caso francese) sembrano venire alla luce soprattutto poteri di forza contrattuale di legati a motivazioni politiche. Perciò, se è vero che, come ha dichiarato Saccomanni, la Francia ha ricevuto delle raccomandazioni molto più severe delle nostre, soprattutto per quanto attiene alla riforma delle pensioni, non sembra ancora venire alla luce un’Europa di stampo cooperativo. Naturalmente questo è evidente ed è sotto gli occhi di tutti, ma fin quando non si troverà una soluzione a questa continua contrapposizione di interessi individuali, resa ancor più evidente dal perdurare della crisi economica, non se ne verrà fuori.

La situazione italiana e i criteri posti dalla Commissione – Finora l’aggiustamento sui conti pubblici – come tutti gli italiani hanno avuto modo di provare – è avvenuto dal lato delle entrate tramite nuove o maggiori imposte. Infatti, il miglioramento di circa 38 miliardi del deficit, rispetto al 2009, è avvenuto per la quasi totalità (35 miliardi) attraverso aggravi fiscali. Cifre che rendono ancora più evidente quanto sia necessario agire su quei 207 miliardi di euro di spesa pubblica identificati da Saccomanni come “aggredibili”. Anche perché – come sottolineato da Olli Rehn – il maggior deficit possibile, rispetto a quanto previsto, dovrà comunque rientrare entro la soglia del 3% per i “Paesi virtuosi”. Criterio questo che, quindi, si aggiunge ai tre delineati precedentemente da Barroso, ovvero maggiore spesa pubblica ma solo se collegata a: primo, “progetti co-finanziati dalla Ue nell’ambito della politica strutturale e di coesione“; secondo, “reti trans-europee“, ovvero infrastrutture fisiche; terzo, “Connecting Europe Facility“, ovvero infrastrutture digitali. Queste tre direzioni di spesa devono avere, però, “un effetto nel lungo termine positivo, diretto e verificabile sul bilancio”, tenendo conto sia dello scostamento tra PIL reale e PIL potenziale che della distanza che intercorre al raggiungimento del pareggio di bilancio strutturale, cioè corretto per il ciclo economico (previsto per il nostro Paese, appunto, per il 2014-2015).

Conclusioni – Insomma, da una lettura più approfondita di ciò che ha veramente detto “l’Europa” non si tratterà certo di rosa e fiori a partire dal prossimo anno, anzi. Non sarà infatti di una “golden rule” che permetterà all’Italia di non contabilizzare dal bilancio un certo tipo di spese, ma queste dovranno essere autorizzate caso per caso assieme alla Commissione. Probabilmente per questo motivo all’euforia iniziale, soprattutto a seguito della lettera del Commissario Rehn – che ha permesso di chiarire con maggiore specificità quanto annunciato precedentemente dal Presidente Barroso -, si sono pian piano sostituite maggiori cautele, come quelle espresse da Squinzi, secondo il quale occorre prima verificare “di quale ampiezza potranno essere gli interventi“. Sicuramente alcuni margini di manovra in più ci saranno, ma saranno anche molto variabili a causa delle troppe incognite (probabilmente, al massimo, una decina di miliardi di euro) e, altrettanto sicuramente, saranno troppo pochi per sperare di poter effettuare importanti interventi strutturali senza agire dal lato dei tagli di spesa.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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