Def 2015 – Tutti i numeri

11/04/2015 di Alessandro Mauri

Il documento di economia e finanza 2015 presenta uno scenario sicuramente migliorato rispetto al passato italiano, ma ancora troppo lontano da quelle che sono le riprese degli altri paesi europei

DEF 2015

DEF 2015 – Il governo ha presentato il Documento di Economia e Finanza (DEF), che rappresenta il principale strumento attraverso il quale viene pianificata la politica economica e finanziaria nel medio-lungo termine. All’ interno del DEF trovano inoltre spazio gli eventuali aggiornamenti circa l’andamento macroeconomico e di finanza pubblica.

Lo scenario – Proprio su questo punto si concentra la prima parte del DEF, nella quale viene analizzato il contesto economico all’interno del quale il governo si troverĂ  ad operare nel corso del triennio in considerazione. Rispetto allo scorso anno il quadro è decisamente migliorato, per via di almeno tre elementi: il calo sostanziale e stabile del prezzo del petrolio; l’implementazione del Quantitative Easing da parte della BCE; la svalutazione dell’ Euro sulle principali monete, ed in particolar modo sul dollaro. Il primo elemento, ovvero il calo del prezzo del petrolio, ha un duplice vantaggio: da un lato riduce il costo delle materie prime per le imprese e dall’ altro mitiga l’importazione di inflazione che la svalutazione dell’euro avrebbe comportato. Le politiche monetarie espansive della BCE, oltre ad evitare di piombare in una spirale deflativa, permettono ad un paese particolarmente indebitato come il nostro, un notevole risparmio per la spesa in interessi. Se si considerano i dati presenti all’interno del DEF infatti, la spesa per coprire il servizio del debito superava, nel 2013, i 75 miliardi di euro, peri al 4,8% del PIL, mentre si prevede che nel 2015 e negli anni successivi non supererĂ  il 4,2% del PIL, fino ad arrivare al 3,7% del PIL nel 2019. Considerando che un punto percentuale di PIL si aggira intorno ai 15 miliardi di euro, significa che solo nel 2015 si risparmieranno circa 6 miliardi di euro rispetto al 2013. Infine un altro effetto collaterale del QE, la svalutazione dell’euro, che da un rapporto di circa 1,4 sul dollaro è passato a valori poco superiori alla paritĂ ,  ha garantito una buona performance delle esportazioni (+2,7% nel 2014, +3,8% nel 2015), uno dei settori che in Italia è in grado di trainare l’economia. Secondo le stime del DEF, il cambio favorevole dovrebbe valere lo 0,3% del PIL per l’anno in corso e lo 0,2% per il 2016. Questa situazione macroeconomica dovrebbe mantenersi tale almeno fino al settembre del 2016, quando la BCE potrebbe concludere il QE, mentre non è ancora chiara quale potrĂ  essere la dinamica del prezzo del petrolio nei prossimi anni, anche se quasi certamente si manterrĂ  su valori molto bassi per tutto il 2015.

Tutti i numeri – Di particolare interesse, per analizzare e comprendere fino in fondo il DEF, è considerare l’analisi di sensitivitĂ  che viene sviluppata sulle variabili (crescita del PIL, deficit,…), che ci permette di verificarne l’andamento in caso di scenario positivo e di scenario negativo. Osservando l’andamento previsto del PIL emerge come nel DEF, dopo molti anni in cui la crescita era stata palesemente sovrastimata, le stime siano piuttosto prudenti, dal momento che il PIL nel 2015 crescerĂ  dello 0,7%, con una banda di oscillazione che va da un +0,2% nel worst case, ad un +1,2% nel best case. Negli anni successivi, secondo le previsioni del governo, la crescita dovrebbe attestarsi su un +1,4% pressochĂ© costante nello scenario di base; nonostante sia un livello accettabile, soprattutto considerando la recessione da cui stiamo uscendo, è evidente come l’economia italiana, anche nei prossimi anni, non correrĂ , il che fa sorgere qualche dubbio sull’ efficacia delle riforme (approvate o in cantiere) o quantomeno sull’ effettivo potenziale di crescita del Paese.

Interessante notare la dinamica del debito pubblico, che dovrebbe ancora crescere nel 2015, fino ad attestarsi al 132,5% del PIL, per poi iniziare una lenta e costante diminuzione (130,9% nel 2016, 127,4% nel 2017) che, secondo il ministro Padoan, dovrebbe consentire all’Italia nel 2018 di essere in linea con le richieste europee di diminuire di un ventesimo all’ anno il debito eccedente il 60% del PIL. Per quanto riguarda il deficit, il pareggio di bilancio è stato confermato, nelle previsioni, al 2017, con un leggero avanzo (+0,4%) nel 2018. Il rapporto deficit/PIL dovrebbe mantenersi al 2,6% nell’anno in corso e all’ 1,8% nel 2016; in ogni caso abbondantemente al di sotto della soglia critica del 3%. Da  notare tuttavia come, in caso di scenario avverso, il pareggio di bilancio non verrebbe raggiunto nemmeno nel 2018, e quindi occorrerà monitorare con particolare attenzione questo indice, anche considerando i margini che il governo intende sfruttare e di cui parleremo più avanti. Anche il lato occupazionale non mostra segni di particolare vitalità, tanto che solamente nel 2018 la disoccupazione scenderà sotto l’11%, comunque ancora molto distante dai livelli pre-crisi. Questo evidenzia tutti i limiti delle riforme del mercato del lavoro le quali, da sole, non sono in grado di generare un numero sufficiente di posti di lavoro.

Le risorse – Il punto più delicato del DEF è rappresentato dal reperimento delle risorse che serviranno a scongiurare l’attivazione delle clausole di garanzia (su tutte l’aumento dell’IVA) previste nella legge di Stabilità. Si tratta di 10 miliardi di euro che, assicura il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, verranno esclusivamente da tagli alla spesa pubblica improduttiva e non da nuove tasse. Considerando che la spesa pubblica per il 2015 risulta essere pari a 827 miliardi di euro (di cui gran parte spesa corrente), non sembra impossibile reperire 10 miliardi senza intaccare il livello dei servizi, ma analizzando le modalità con cui si intende intervenire, qualche dubbio sorge. Circa la metà delle risorse previste saranno reperite attraverso la digitalizzazione e la riforma della Pubblica Amministrazione, la centralizzazione degli acquisti di beni e servizi e la diminuzione delle partecipate. In realtà questi interventi sono stati annunciati innumerevoli volte negli ultimi anni, ma mai attuati, dunque, pur essendo ottimisti, è lecito chiedersi se anche questa volta non finirà con un nulla di fatto. I 3 miliardi di euro derivanti dalla razionalizzazione degli incentivi e delle tax expenditures (agevolazioni fiscali) potrebbero effettivamente derivare da tagli a incentivi immotivati, ma anche in questo caso il rischio dei soliti tagli lineari è molto forte.

Infine la parte più critica riguarda la riduzione dei trasferimenti e dei sussidi al trasporto pubblico, che già versa in condizioni critiche, e che sicuramente si trasferiranno sugli utenti, e gli interventi sulla spesa regionale e (in minima parte) comunale. E’ evidente a tutti che, anche nelle regioni e comuni, i margini per ridurre gli sprechi senza intaccare i servizi ci sono, ma è altrettanto noto come, tagliando linearmente dall’ alto, gran parte dei costi di queste operazioni finiranno sulle spalle dei cittadini. Ovviamente ci auguriamo di sbagliarci, ma l’epoca delle illusioni è finita da un pezzo.

Il fatidico “Tesoretto” – Infine un capitolo a parte lo merita il cosiddetto “tesoretto”, che in realtà tesoretto non è , da 1,6 miliardi di euro che il governo intende utilizzare per un intervento non ancora specificato. Occorre chiarire che queste risorse derivano semplicemente da uno scostamento dello 0,1%  del livello del deficit che il governo ha deciso di raggiungere quest’anno: ovvero, il governo aveva previsto un deficit del 2,6%, mentre si attesterebbe al 2,5%, da qui la decisione di utilizzare comunque lo 0,1% di differenza, che corrisponde a 1,6 miliardi di euro. Al di là delle polemiche sulla opportunità di sventolare questo “tesoretto” a ridosso delle elezioni regionali, appare più ragionevole valutare l’operazione da un punto di vista economico. Posto che non è ancora dato sapere come saranno utilizzati questi soldi (forse per estendere il bonus di 80 euro agli incapienti), sicuramente si tratta di un margine che il governo ha tutta la legittimità di prendersi  anche se, vista l’enorme entità del debito pubblico italiano e la difficoltà a tenere sotto controllo il deficit, forse sarebbe stato più opportuno verificare che le previsioni di crescita fossero confermate, prima di distogliere altre risorse dal lento e faticoso processo di consolidamento dei conti pubblici. Il rischio, nemmeno troppo lontano, è quello di dover richiedere indietro il tesoretto ai cittadini nei prossimi anni per coprire il maggior deficit creato.

L’Italia che emerge dal DEF è un Paese ancora alle prese con i suoi problemi cronici: dalla scarsa dinamica degli investimenti (sia pubblici che privati), alla bassa produttività del lavoro (sulla quale mancano completamente interventi strutturali), dall’ eccessivo peso burocratico alla corruzione. Su tutti questi argomenti, nonostante le tante riforme annunciate, non sembra esserci una volontà politica forte di intervento, e i dati che emergono dimostrano come il potenziale di crescita dell’Italia sia ancora fortemente limitato , e non sembra dover cambiare in maniera radicale nei prossimi anni. Ancora una volta inoltre le risorse indicate sono aleatorie e di difficile realizzo, anche se gli interventi proposti sono invocati e annunciati ormai da diversi anni. Finché mancherà il coraggio di abbattere antiquate rendite di posizione, dovremo accontentarci di pochi decimali di crescita.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'universitĂ  degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa universitĂ . Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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