Decreto Terre Vive e vendita dei terreni agricoli demaniali: un primo passo

30/07/2014 di Luca Andrea Palmieri

Nel marasma delle riforme istituzionali spesso si perde di vista il resto dell’attività di ministeri e Parlamento (che comunque continua, anche oltre la bagarre del Senato). A volte poi, si tratta di buone notizie. Come quella riguardante il decreto Terre Vive, che prevede la dismissione di 5500 ettari di terreni agricoli, demaniali, del Corpo Forestale e del Cra, il consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura. I terreni saranno messi all’asta on-line per la vendita e per il fitto, con una corsia preferenziale per gli under 40, anche se l’operazione sarà aperta a tutti.

L’iniziativa non parte direttamente dal ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, che ha sbloccato un intervento legislativo del ministro Romano – quindi risalente ai tempi del governo Monti – messo poi a punto da Mario Catania – ministro sotto il governo Letta – e finalmente definito grazie all’intervento dell’attuale titolare del dicastero, con la messa a punto della piattaforma per le aste on-line. Il ministero assicura che a settembre ci saranno le prime vendite, visto anche che l’elenco dei terreni e il decreto applicativo interministeriale (tra ministeri dell’Agricoltura e dell’Economia) – vero e proprio punto dirimente della questione – sono pronti.

La superficie è comparabile a quella di più di 3500 campi di calcio messi l’uno accanto all’altro: non è una cifra enorme, a dire il vero. Ma si tratta comunque di un buon inizio. Anche perché la maggioranza di quei terreni era fondamentalmente lasciata a sé stessa. Passare da uno stato di abbandono alla possibilità di cominciare nuove iniziative, sperimentazioni e di sfruttare il cospicuo patrimonio di coltivazioni e prodotti tipici può essere un ottimo modo per rilanciare un settore che, soprattutto alla base ha ancora i suoi problemi. Ovviamente sono presenti vincoli per la destinazione dei terreni all’attività agricola.

Il sistema prevede un’asta pubblica per i lotti dal valore superiore ai 100mila euro, mentre per i valori inferiori si utilizerà la “procedura negoziale” (un sistema che utilizza il criterio della migliore singola offerta). Forse l’unico problema che va a porsi è quello degli attuali utilizzatori di una parte dei terreni, di proprietà del demanio, per i quali vale comunque un’ulteriore prelazione per gli attuali coltivatori.

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Il ministro per le Politiche Agricole Maurizio Martina

Come accennato, questo dovrebbe essere solo il primo passo. Il ministro Martina ha dichiarato che “è la prima volta in assoluto che terreni pubblici statali vengono coinvolti in un progetto di questa portata per incentivare il ricambio generazionale e l’imprenditorialità giovanile in campo agricolo”. Ha poi aggiunto che “nei prossimi mesi proseguiremo questo lavoro anche con le regioni e i comuni, che potranno dare nuova vita al loro patrimonio di terre agricole incolte. Vogliamo rendere di nuovo produttive tante terre, troppo spesso frazionate, che potranno contribuire al rilancio del settore”. Insomma, l’intervento sarebbe il primo di una serie di più larga scala.

Infatti, oltre al Terre Vive, c’è un altro intervento governativo che si interseca a questo: si tratta di “Campolibero” iniziative interna al decreto competitività (che va ancora approvato alla Camera, scade il 22 agosto), che prevede mutui a tasso zero per gli under 40 interessati ad acquistare e una detrazione del 19% del canone d’affitto per i minori di 35 anni. Insomma, un intervento deciso a rilanciare la forza lavoro e imprenditoriale giovane nel campo agricolo del nostro paese. Un’Italia in cui di agricoltura, pubblicamente, si parla sempre di meno, anche se il settore primario rimane tradizionalmente forte nel nostro paese, che tra l’altro vanta una serie di primati rispetto alla biodiversità ed alla qualità delle produzioni.

E’ notizia di gennaio – ne abbiamo parlato qui – dei dati Coldiretti del 2013 sulle esportazioni di prodotti alimentari italiani. Si parlò di cifre record, per un valore di 33 miliardi in crescita del 6% rispetto al 2012. Merito dell’aumento delle esportazioni, non solo verso i paesi emergenti, e della grande attrattività e varietà che, storicamente, contraddistingue i nostri prodotti.

Il punto è che, inevitabilmente, il settore agricolo è destinato a crescere, uno dei pochi, a livello mondiale. La causa è semplice: l’aumento di ricchezza che si sta avendo in paesi come i BRICS, sta portando all’uscita dalla povertà di ampie fasce di popolazione, con la conseguenza che la domanda mondiale di cibo è in grande crescita. Si pensi alla Cina, all’India, al Brasile, dove nuove classi medie, con le loro rivendicazioni e una migliore disponibilità economica, stanno crescendo a velocità sostenuta. Nel moderno mercato agroalimentare, dove l’export e le tecniche di conservazione permettono di mantenere la freschezza dei cibi anche dopo spostamenti intercontinentali, questi nuovi target hanno un grande valore. Eppure le produzioni non aumentano con la stessa frequenza: la FAO a marzo ha notato come l’indice del prezzo del cibo abbia toccato il suo massimo.

L’Italia in questa situazione può collocarsi in una posizione privilegiata. Il paese è piccolo ma ha una grande biodiversità e un tasso di fertilità del suolo molto elevato. L’Unione Europea, per esempio, al 2010 riconosceva ben 201 prodotti di qualità, 126 Dop e 75 Igp; di questi, 74 erano ortofrutticoli. Più, in generale, di ogni altro paese europeo. C’è molto da fare anche in altri sensi, come nello sviluppo del marchio italiano, nella capacità di fare rete delle imprese, così come nel creare un sistema che premi di più i produttori di base, che spesso vedono i loro introiti ridotti rispetto al resto dei comparti della catena produttiva, dove si va a disperdere il valore aggiunto. Ma un comparto produttivo che, in un paese piccolo come il nostro, parte con una simile eredità qualitativa, può solo avere vantaggi dallo sviluppo crescente della domanda, anche ai livelli più alti della qualità.

Un primo passo del genere è benvenuto dunque, sperando non rimanga l’unico per il rilancio di un settore a noi tanto caro.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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