Il decreto Sblocca Italia: cosa ci aspetta?

17/08/2014 di Luca Andrea Palmieri

Semplificazione, dismissione di beni del demanio e ingresso dei privati nelle partecipate: obiettivi ambiziosi e difficili per il Governo

Prendendo in prestito il gergo del mercato tecnologico, dovrebbe essere “the next big thing”, il prossimo intervento di larga portata della smania riformatrice del Governo Renzi. Parliamo del decreto Sblocca Italia, testo che dovrebbe contenere diversi provvedimenti per aiutare la ripartenza della nostra economia, soprattutto cercando di vendere molti immobili inutilizzati e di ridurre il peso dell’intervento pubblico al favore di un maggiore ingresso dei privati, anche provenienti dall’estero, nel sistema dei servizi italiani.

Sarà davvero così? Difficile dirlo al momento, visto che le linee guida annunciate dal Primo Ministro sono ancora piuttosto vaghe: d’altronde il primo agosto, giorno della presentazione, sono state anche aperte ufficialmente delle consultazioni pubbliche col fine di arricchire il provvedimento. E intanto, negli uffici legislativi dei vari ministeri coinvolti, girano i possibili testi in attesa che il 25 agosto, data della riunione di coordinamento a Palazzo Chigi, esca un decreto che abbia i crismi dell’ufficialità.

La carne al fuoco è molta, anche troppa. Renzi il primo agosto ha parlato dello sblocco di investimenti per 30 miliardi sui cantieri, di cui il 57% sarebbe garantito ai privati. Inoltre ha citato la stabilizzazione dal 2015 dell’ecobonus (gli incentivi fiscali per il miglioramento dell’efficienza energetica e l’adeguamento antisismico, possibile ossigeno per imprese e indotto dell’edilizia), nonché lo sblocco di fondi per 560 milioni per i lavori contro il dissesto idrogeologico – tra l’altro citati, ma per 1,5 miliardi, nelle famose slide di marzo.

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Il ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan

Le voci di questi giorni iniziano a presentare alcune norme più specifiche del decreto, in particolare per quel che riguarda la dismissione di beni del demanio e della vendita o dell’ingresso di privati nelle società partecipate. Nel primo caso l’obiettivo è di cambiare il trend rispetto agli interventi passati, che sostanzialmente hanno avuto pochissimo successo. Si parla di rendere più accettabili le condizioni per i potenziali acquirenti, attraverso progetti di sviluppo di aree pubbliche date in concessione o in diritto di superficie a fondi comuni di investimento immobiliare o a soggetti imprenditoriali con base in Unione, che soddisfino alcuni requisiti di esperienza e successo nello stesso ambito del progetto, sulla base di uno studio di fattibilità. Si segnala inoltre il tentativo di semplificare le procedure di cessione degli immobili della Difesa, a cui si accompagnano norme che facilitino, da un punto di vista prettamente burocratico, la buona riuscita dei contratti di cessione.

Per quel che riguarda le privatizzazioni l’obiettivo chiave è di permettere la quotazione in Borsa, entro fine 2015, del 60% di una buona parte delle società partecipate dagli enti locali, in particolare quelle di trasporto locale e dei servizi igienici e ambientali: un sistema che permetterebbe una notevole trasparenza delle operazioni. A ciò si aggiunge la possibilità, per gli enti locali di vendere il 49,99% delle proprie quote a un partner. Uno degli incentivi fondamentali alla vendita starebbe nell’estensione a 22 anni e sei mesi delle concessioni, limite massimo imposto dall’Unione Europea per il trasporto locale. Un’operazione che dovrebbe aumentare di 10 miliardi il valore delle società.

Ovviamente questa è solo una parte delle misure che si scopriranno tra due settimane, anche se i primi dubbi già sussistono. I punti fondamentali sono ben noti. Gli interventi economici richiederanno delle coperture, e, anche in vista del difficile settembre che aspetta il Governo, sarà interessante capire come verranno ottenuti i fondi necessari. Una quota arriverà dall’ovvia ristrutturazione delle risorse già presenti per i settori toccati, mentre parte dovrebbe arrivare, come al solito, dalla spending review, con tutti i timori del caso. Basterà? E’ tutto da vedere, ma un cauto pessimismo è inevitabile, anche se gli esponenti del Governo hanno giurato che non arriveranno stangate autunnali sul piano delle tasse.

Il secondo punto riguarda le problematiche burocratiche che queste azioni richiederanno. La semplificazione amministrativa è un obiettivo dichiarato di Renzi e dei suoi, che si sono spesso (anche nelle linee guida di questo decreto) spesi contri i “lacci e lacciuoli” che riducono le possibilità di intervento nei vari ambiti. Sarà interessante vedere quali misure saranno presenti in un decreto, per l’appunto, di “sblocco”, che dovrebbe intervenire proprio in questo senso.

Punto fondamentale è dato infatti dalle modalità con cui si metterà in pratica il tutto. Spesso in passato si è vista la validità del detto per cui “il Diavolo sta nei dettagli”: in questo ambito i particolari fanno anche più che la differenza. Un esempio: prendendo per buone le anticipazioni, entro quali limiti e in che modo gli enti locali potranno scegliere come intervenire per privatizzare i servizi? Se non ci fosse una dovuta pressione – anche indiretta – che determini un obbligo o una forte convenienza nell’operazione, c’è da scommettere che molte realtà preferiranno mantenere sotto la sicura sponda politica i vari centri di influenza economica, anche al di là delle logiche dettate dalla crisi. Dall’altro lato inoltre, c’è da vedere quanti siano i privati pronti a entrare efficacemente nella gestione di servizi pubblici, e a quali condizioni. Sono problemi non da poco, tra l’altro già presentatisi in passato. Insomma, c’è molto da lavorare (sarà anche interessante vedere se saranno presenti, e in che forma, misure per attrarre investimenti stranieri) e già queste righe bastano ad anticipare un settembre molto caldo.

Per il resto è prevedibile la reazione di buona parte delle opposizioni. Alcuni partiti, Sel e Movimento 5 Stelle in particolare (ma siamo pronti a scommettere che anche la Lega si accoderà), probabilmente saranno molto critici dell’impianto dell’intervento, soprattutto nella misura in cui si apre a molte dismissioni e a un forte intento privatizzatore. E’ una questione filosofica, ancor prima che pratica, resa difficile dalla diversa interpretazione del “bene comune” che i vari gruppi parlamentari hanno. Ovviamente il modo in cui le cose verranno fatte conta moltissimo, ma una cosa è certa: le polemiche non mancheranno. In ogni caso, in questo campo più che mai, è importante non accontentarsi di un compromesso al ribasso.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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