Decreto salva Roma, corporazioni e rivoluzione liberale

23/12/2013 di Federico Nascimben

Il classico esempio di un decreto in cui ci si infila dentro di tutto per peggiorarlo in peggio

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Alla fine il Governo ha deciso di porre la fiducia sul decreto salva Roma. Un decreto la cui composizione è a dir poco varia e variegata, come dimostrato da Sergio Rizzo in tre articoli (1, 2 e 3). Il caso diventato celebre, infatti, è quello relativo ai c.d affitti d’oro pagati dai palazzi del potere; noi ci occuperemo invece del c.d. potere di veto dato ai sindacati nelle ristrutturazioni aziendali all’interno di società partecipate dai Comuni, ma che sembra particolarmente rivolto al caso dell’ATAC.

Francesco Aracri, dal sito del Senato.
Francesco Aracri, dal sito del Senato.

Decreto “salva Roma” – In linea teorica, nonostante quanto scritto sopra, il decreto “salva Roma” sarebbe stato approvato per cercare di coprire il buco di 864 milioni di euro presenti nelle casse comunali. I motivi del dissesto finanziario hanno molto a che fare, come noto, con la condizione delle aziende partecipate dal Comune (che potremmo definire “critica”, ma risulterebbe comunque un puro eufemismo); queste occupano 37 mila dipendenti, un numero che è superiore persino agli impiegati nell’amministrazione comunale (25 mila). Le società partecipate dal Comune di Roma sono in tutto 26, ma a questo si deve aggiungere il numero delle “partecipate dalle partecipate”: una cinquantina solo per quanto riguarda Acea, Ama e Atac. In particolare, lo stato finanziario di quest’ultima è particolarmente grave, visto che negli ultimi dieci anni ha accumulato un debito di 1,6 miliardi di euro.

Mezzo passo avanti, un passo indietro – Sul tema trasporto pubblico locale è interessante notare come, appena viene fatto un mezzo passo in avanti, con l’approvazione di un emendamento in Commissione Bilancio alla Camera, il quale prevede che “i costi standard dei servizi di trasporto pubblico locale e regionale, nonché i criteri per l’aggiornamento e l’applicazione degli stessi” debbano essere definiti entro il 31 marzo 2014, si è fatto subito un passo indietro.

L’emendamento Aracri – Il passo indietro è rappresentato da ciò che è avvenuto con l’approvazione di un altro emendamento, presentato dal Senatore di Forza Italia Francesco Aracri. In sintesi, l’ex Assessore ai trasporti della Giunta Storace, alla norma prevedente che il Comune di Roma debba “operare una ricognizione dei fabbisogni di personale nelle società partecipate, prevedendo per quelle in perdita il necessario riequilibrio con l’utilizzo degli strumenti legislativi esistenti“, ha aggiunto alla fine la dicitura: “nel quadro degli accordi con le organizzazioni sindacali“. Perché proprio Aracri ha presentato questo emendamento? Perché, stando a quanto riportato da Rizzo, “non è un mistero che Fast, sindacato autonomo dell’Atac, abbia in lui il proprio punto di riferimento“. Chiamiamola azione di lobbying o conflitto d’interessi, ma se a questo aggiungiamo l’appartenenza politica a Forza Italia – ad un soggetto politico che si dichiara apertamente liberale, e il cui leader millanta addirittura da vent’anni una vera e propria rivoluzione liberale -, tutto ciò dovrebbe farci sobbalzare dalla sedia; soprattutto nel momento in cui si introduce per legge “una golden share a favore dei sindacati – stando sempre all’articolo di Rizzo – nel caso in cui qualche azienda municipalizzata in perdita del Comune di Roma (forse l’Atac?) debba intervenire sul personale“. Infine, la ciliegina sulla torta: l’emendamento è stato approvato anche con i voti del centrosinistra.

Così vanno le cose, in questo assurdo Paese, in cui una forza apparentemente liberale introduce un potere di veto a favore del sindacato, il quale può ora cogestire (per legge, ricordiamolo) ristrutturazioni aziendali all’interno di società partecipate. E tutto ciò all’interno di quella zona grigia (che molti problemi ha finora creato) rappresentata dall’affidamento in house. Aggiungiamo, inoltre, che è stato bocciato l’emendamento presentato dalla Senatrice di Scelta Civica, Linda Lanzillotta, il quale “proponeva la cessione di quote dell’Acea, la municipalizzata per l’energia e l’acqua, prevedendo la possibilità di licenziamento dei dipendenti delle municipalizzate in crisi“. Ora, invece, è possibile sì cedere quote pubbliche all’interno di partecipate, ma “fermo restando il controllo pubblico” del 50% più una delle azioni. Di sicuro, quindi, sappiamo di che morte moriremo.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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