Debito pubblico: quello che il dibattito non dice

24/07/2014 di Alessandro Mauri

Il debito pubblico è un elemento fondamentale di un'economia o si dovrebbero considerare anche altri parametri?

Banca d'Italia, Economia

Secondo l’ultimo bollettino statistico di Banca d’Italia, il debito pubblico del nostro Paese ha raggiunto nel mese di maggio i 2166,3 miliardi di euro, raggiungendo la quota del 135,6% sul PIL. Un dato apparentemente allarmante, ma che risulta essere una visione molto parziale di quello che accade realmente in un Paese.

Dati Eurostat – I dati diffusi da Eurostat sul debito pubblico all’interno dell’Unione Europea mostrano una tendenza all’aumento del rapporto debito/PIL sia nell’area Euro, con un +1,2% rispetto al terzo trimestre 2013, sia a livello dell’Unione nel suo complesso. Se si guardano poi i parametri di Maastricht, vale a dire mantenere il rapporto al di sotto del 60%, si nota come solo dodici Paesi su ventotto sono all’interno dei vincoli; tra questi si trovano Bulgaria, Romania, Finlandia e Slovacchia, ed è facilmente intuibile come questo rapporto non rappresenti, in realtà, una buona approssimazione della salute o delle difficoltà di una economia (si pensi alla Finlandia, alla prese con 8 trimestri consecutivi di recessione). Si potrebbe obiettare che un maggiore rapporto debito pubblico/PIL corrisponda ad un proporzionale aumento della spesa per interessi, e ad un sostanziale aumento del rischio percepito dal mercato, ma in realtà molto spesso questo non accade. Vediamo perché.

Andamento debito pubblico su PIL 2007-2013

Apparenti incongruenze –  Osservando i rendimenti dei Titoli di Stato dei vari Paesi europei ed extra-europei, appare evidente che non vi sia una diretta correlazione tra quantità di debito pubblico e interessi pagati: il Giappone è il Paese più indebitato al mondo, con un rapporto debito/PIL pari al 227,2%, ma paga 16 volte meno interessi sul titolo decennale rispetto alla Turchia, che invece ha un rapporto limitato al 35,8%, ma un rendimento dell’8,73%, molto elevato e poco sostenibile. A questi dati vanno inoltre aggiunte le informazioni sull’inflazione, che contribuisce a determinare il rendimento reale di un Titolo di Stato, cioè l’aumento effettivo di potere d’acquisto che un suo possessore ottiene. Se si tiene in considerazione anche questo fattore, emerge come l’Italia sia percepita come meno rischiosa della tanto declamata Spagna (1,9% il rendimento reale del Btp a 10 anni contro il 2,29% del Bonos a uguale scadenza), e come alcuni Paesi abbiano addirittura tassi reali negativi, in altre parole è l’investitore che, sostanzialmente, paga lo Stato per finanziarlo. E tra questi, incredibile a dirsi, lo stesso Giappone. Sorge a questo punto una domanda spontanea: ma allora il rapporto debito pubblico/PIL che senso ha?

Indicatore discutibile – Tra gli indicatori che vengono osservati per valutare la salute dell’economia di un Paese, quello del rapporto tra debito pubblico e PIL è quello che ha suscitato le perplessità più grandi, acuite dal suo utilizzo tra i parametri di Maastricht per l’entrata nell’Unione Europea. Partendo da considerazioni prettamente economico-aziendali, emergono subito alcuni dubbi: innanzitutto pare poco coerente porre in rapporto una grandezza stock, cioè valutata in un momento preciso, quale è il debito, con una grandezza flusso, vale a dire che si esprime su un intervallo di tempo più ampio, come il PIL che, inoltre, non è una misura valida della capacità di ripagare il debito da parte di uno Stato. Infine, la recente crisi economica ci ha insegnato come il debito privato (per esempio delle banche) è da considerare al pari di quello pubblico, in quanto può passare rapidamente nel bilancio dello Stato nel caso di salvataggi e nazionalizzazioni.

Preoccupazioni eccessive – Anche il livello indicato nel trattato di Maastricht del 60% debito/PIL di per sé non ha alcun fondamento economico, ma è stato preso come riferimento arbitrariamente, per il solo fatto che all’inizio degli anni ’90, quando il trattato fu concepito, era all’incirca il livello di indebitamento di Francia e Germania e si pensò di estenderlo come standard per tutta l’Unione Europea. Detto questo, occorre sottolineare come un vero fattore di rischio legato al debito è rappresentato dalla quota di questo posseduta dall’estero, sia perché potrebbe rappresentare uno squilibrio della bilancia commerciale, sia, soprattutto, perché questo lascia esposti alla volatilità dei mercati e ai venti speculativi. Se si considera l’Europa nel suo complesso, si nota come gran parte del debito è interno, e quindi non dovrebbe destare troppe preoccupazioni. L’eccessiva attenzione al debito pubblico inoltre drena risorse che potrebbero essere utilizzate altrove e che, nel medio periodo, potrebbero portare ad una riduzione stessa del debito, per esempio favorendo la crescita e generando più risorse a disposizione per ripianare parte delle proprie obbligazioni.

L’attenzione per il debito pubblico, che sicuramente va monitorato e non sottovalutato, è assolutamente eccessiva nell’Eurozona, mentre è quasi trascurata altrove (Stati Uniti e Giappone su tutti) in quanto ci si dovrebbe concentrare di più su fattori che vanno a incidere direttamente sul benessere sociale di uno Stato: la crescita e l’occupazione.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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