De Magistris, la condanna e l’attesa delle dimissioni

26/09/2014 di Giacomo Bandini

Il caso del sindaco di Napoli riporta alla luce i limiti del mélange magistrati-politici.

Mercoledì 24 settembre il Tribunale di Roma ha condannato il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il consulente informatico Gioacchino Genchi a un anno e tre mesi di reclusione, per abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta Why Not. L’accusa nei confronti del Pm riguarda l’illegittima detenzione  di tabulati telefonici di alcuni parlamentari (fra cui Prodi e Mastella), senza averne preventivamente ottenuto l’autorizzazione. La condanna: per lui e per Genchi è stata decisa l’interdizione dai pubblici uffici per un anno. Nonostante ciò, l’ex magistrato ha alzato le barricate ritrovandosi nuovamente sotto i riflettori in un momento critico della sua carriera politica.

L’indagine Why Not era partita e si è conclusa come un vero covo del malaffare, a quanto pare. Il pm napoletano, al lavoro a Catanzaro, cercava di mettere fine ad una serie di brutte storie coinvolgenti l’universo politico locale, le mafie (di ogni tipologia), i Bisignani della situazione e ovviamente una serie infinita di personaggi dalla dubbia moralità. Si era creato, apparentemente, un gruppo di potere riunito all’interno di una loggia massonica coperta, nota al pubblico come “La Loggia di San Marino”. Tale presunta loggia massonica deviata sarebbe poi stata teatro di accordi in grado di influire sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e l’assegnazione di appalti. Fin qui nulla da eccepire, anzi. Peccato che forse, nel marasma creatosi con l’inchiesta e nella rampante bramosia di un magistrato di concludere le proprie indagini e punire i cattivi si sia perso un po’ di vista il senso etico nel suo complesso. La violazione riguarda la legge 20 giugno 2003, n. 140, meglio conosciuta come legge Boato. Essa prevede la richiesta di autorizzazione al Parlamento nel caso si vogliano intercettare i membri del medesimo. Un’inchiesta de La Stampa fece emergere come i tabulati acquisiti furono numerosissimi, anche troppo rispetto alle necessità, e i titolari occupavano tutti cariche molto in vista. La vicenda è arrivata a una sua prima conclusione solo ieri, con la sentenza di primo grado.

Un manifesto elettorale di Luigi De Magistris, ai tempi della candidatura a sindaco di Napoli
Un manifesto elettorale di Luigi De Magistris, ai tempi della candidatura a sindaco di Napoli

Ora, questa condanna, anche se non verrà confermata in appello, cambia e non poco le carte in tavola. Non solo macchiando la reputazione integerrima dell’integralista De Magistris, ma anche da un punto di vista politico. Fare il sindaco a Napoli non è sicuramente facile, e in molti ci hanno provato tra mille difficoltà, malcontento e continue influenze interne. E’ ancora più difficile se da tempo si dispone di una maggioranza risicata e senza una forte struttura di partito a guardarti le spalle. De Magistris ha praticamente corso da solo (Rivoluzione Civile-Ingroia), fuori dai classici schemi del Pd, di Forza Italia o dei 5Stelle, e da solo è rimasto dalla sua elezione ad oggi. Non ci sarà nessuno a coprirgli le spalle, tantomeno a sostenerlo. Il suo cadavere rischia di essere facile preda degli avvoltoi. E, a parere di chi scrive, inevitabilmente.

Perché la storia di De Magistris ricalca quella di altre vicende simili. Quelle di chi, sfruttando un canale privilegiato ed il classico meccanismo della “revolving doors”, è riuscito ad lanciarsi nella carriera politica con faciloneria, cavalcando l’onda del giustizialismo all’italiana. Quest’ultimo infatti, si rivela utile per lo più a fini scandalistici-propagandistici e poco è servito a garantire maggiore stabilità giuridica e amministrativa al Paese. Sinceramente, c’è davvero così bisogno di paladini della giustizia, e di chi sfrutti così, nel 2014, quell’ondata popolare di senso d’impotenza e impunità generali?

È l’ennesima anomalia del sistema sociopolitico italiano. Nell’innaturale mix tra giustizia e politica, c’è una parte in cui va avanti chi condanna di più e chi è capace ad infilarsi efficacemente nel malcontento popolare, nonostante poi spesso questi soggetti si rivelino incapaci nel portare avanti le cariche ottenute e le responsabilità derivanti. Dunque sentire De Magistris appellarsi alla “resistenza” al pari dell’acerrimo nemico Berlusconi diventa effettivamente grottesco e stonato. Da un punto di vista giuridico e statistico, poi, bisogna fare i conti con la legge Severino, previgente “l’incandidabilità alle cariche elettive negli enti locali” estesa ai sindaci anche nei casi di abuso d’ufficio, e ai precedenti: nella maggior parte dei casi, quando un sindaco è stato condannato, è scattata la legge Severino: pur con l’attuale “pena sospesa” si parla già di sospensione dall’incarico. E questa volta non ci sarebbe appello.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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