“De bello piddino”: cronache di una minoranza d’opposizione

27/04/2015 di Edoardo O. Canavese

L’Italicum sbarca alla Camera, per l’ultima volta. Confermato o bocciato, Renzi non intende tornare sul tema, se non in una nuova legislatura. Fuori dal Pd tutti si oppongono. Dentro resta l’incognita di una minoranza che vuol fare della legge elettorale un nuovo congresso del partito.

Ultimo voto – O si fa l’Italicum, subito, o la legislatura muore. E’ questo in sintesi il pensiero con cui il premier Renzi ha accompagnato l’ultimo esame parlamentare della nuova legge elettorale, in una lettera ai militanti Pd. Una lettera lunga, suddivisa in due parti distinte: la prima, il riassuntone della favorevole contingenza economico-politica che tanto può far bene al Paese, ma anche al partito; la seconda, un affondo contro le resistenze nei confronti dell’Italicum, non tanto di merito o metodo, quanto ideologiche. L’Italicum è stato voluto dal Pd, scrive Renzi, in base alle regole del gioco, le primarie, l’assemblea del partito, le discussioni in Parlamento: se l’Italicum non passa, il Pd non può dirsi riformista. La lettera arriva ai circoli dem quando alla Camera già si parla di legge elettorale. Pochissimi i presenti, ma cospicua la rappresentanza della minoranza Pd. Indice di un’atmosfera da muro contro muro.

Eterno congresso – Il 18 novembre 2013 Renzi vinceva il congresso tra gli iscritti Pd, ponendo le basi per la conquista della segreteria poco meno di un mese dopo. Il fiorentino arrivava primo col 46%, Cuperlo seguiva col 38%. Un colpo durissimo, per la “sinistra dem”, fino a quel momento sicura di riuscire a mantenere la leadership almeno tra gli iscritti. Un colpo mai digerito. La vittoria al congresso ha significato una inattesa, tombale legittimazione partitica per Renzi, da cui la legittimazione politica guadagnata nelle primarie, nell’ascesa a Palazzo Chigi e infine nelle Europee ’14. Un colpo cui non ci si è mai arresi. Perché il nodo dell’Italicum è ben più banale di quanto non sembri, ricalca l’incapacità dell’odierna minoranza di adeguarsi alla volontà di una maggioranza costruita sulle rovine delle sue sconfitte. Le rimostranze tecniche sono pagliuzze. Il problema di fondo è la leadership.

Tatticismi dem – La minoranza punta alle modifiche, Renzi epura dalla Commissione i dissidenti, la minoranza punta al voto segreto, Renzi minaccia di porre la fiducia, la minoranza risponde gridando alla arrogante forzatura, Renzi si prepara a lasciare a casa gli oppositori al prossimo, eventuale turno elettorale. La partita a scacchi è quasi giunta al termine. Renzi tiene la regina puntata sul re avversario, la minoranza si difende coi pedoni. In particolare col prode Speranza. Homo novus dell’opposizione interna, forse qualcosina in più. Alcuni lo indicano come il leader designato dalla minoranza per affrontare Renzi. In polemica con la conferma dell’Assemblea Pd dell’Italicum senza modifiche s’è dimesso da Capogruppo della Camera. Percorso simile intraprese Fassina, quando si dimise da viceministro dell’Economia per una battuta dell’allora sindaco di Firenze. Anche allora si parlo di leader della minoranza. Oggi Fassina sfuma ai confini sinistri della minoranza. Minoranza variegata ed inconciliabile, divisa sull’antirenzismo stesso.

Minoranze in lotta? – Se l’Italicum non passa il governo va a casa. E la diciassettesima (sic!) legislatura declina irreversibilmente. Su questo punto Renzi è stato chiaro. Non è un bluff, è il classico all-in di marca fiorentina, lo spregiudicato tentativo di prendersi tutto a carte coperte. Già fatto con Letta, già fatto alle Europee, già fatto con Mattarella. La minoranza? Sfiducia, fiducia, con o senza modifiche? Dipende da quale minoranza. Perché non è una, e tante, e tra le varie ci sono divisioni. Prendiamo Area Riformista. Vi compaiono il leader Speranza e il ministro Martina, e sostenne prima Bersani poi Cuperlo. Vicino orbitano Fassina e D’Attorre. Uniti nell’opposizione al renzismo, ma sulla fiducia c’è distanza. Speranza ringhia, ma promette “lealtà fino in fondo”. Martina è al governo. Bersani sbuffa, ma un ex segretario può sfiduciare il suo segretario? D’Attorre graffia e idem Fassina, ma s’intesteranno la caduta del governo? Difficile a dirsi. Certo per ora la minoranza s’affida alla tattica, a chiudere le fila tra i microcosmi bindiani e lettiani e i toni ultrà di Fassina.

Minoranza all’opposizione – Si tornasse alle urne, per la minoranza le prospettive politiche si farebbero nebulose. Difficilmente il Pd arriverebbe all’ipotesi di un congresso, quello ufficiale, così Renzi avrebbe libertà di silurare dalle liste elettorali i propri oppositori. Una scissione a sinistra, dunque, ma anche al centro (bindiani, lettiani), destinata alla creazione di un partito in stile Ulivo, ma anche a confluenze verso nuovi soggetti, come Coalizione Sociale di Landini. Resta da domandarsi se esiste effettivamente altro spazio politico in un’area, il centrosinistra, già minoritario per cultura e schiacciato dal già radicato Pd di Renzi. Il rischio di “minestra riscaldata” è molto alto. Lo è altrettanto quello di estinzione parlamentare. Molti perderebbero il posto in Parlamento. E anche nelle ipotesi più rosee il Consultellum non garantirebbe alcuno spazio per una solida maggioranza monopartitica né di coalizione polare. Realisticamente, la minoranza Pd è condannata alla minoranza politica: forse non nel partito, ma nel Paese.

 

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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