De Bello Capitolino: il ribelle Marino resta (e il PD scricchiola)

27/10/2015 di Edoardo O. Canavese

Marino non molla il Campidoglio e promette una nuova fase politica, da sindaco o candidato come tale. Orfini e Renzi vagliano le contromisure, nella consapevolezza che in caso di sfiducia del sindaco sarà il Pd a farne le spese, non soltanto nelle urne cittadine ma pure nei sondaggi nazionali.

Ogni giorno che passa la cloaca che si è aperta nella Capitale risucchia di un centimetro il Pd romano e il suo commissario Matteo Orfini. Ne sono già passati venti dal fuggi-fuggi in massa degli assessori che costrinsero alle dimissioni il sindaco Marino, sull’onda delle cene di famiglia pagate dal Comune, ma ad oggi non si vede soluzione alla crisi dell’amministrazione. Anzi, se all’indomani delle dimissioni Orfini ma pure Renzi riflettevano già sul commissario straordinario e sul futuro sindaco, oggi si ritrovano punto e a capo ad affrontare la gestione di un Marino sempre più convinto di restare e di rendere difficile la vita ai democratici romani. Quella che il 25 ottobre ha celebrato il primo cittadino sulle scale del Campidoglio è stata l’ultima manifestazione di sostegno nei suoi confronti, preceduta da petizioni su internet e rilevamenti elettorali che danno insperato ossigeno a all’ex chirurgo.

Cos’ha convinto Marino a tentare di restare in sella alla Lupa capitolina? La debolezza delle accuse di peculato anzitutto, cui si aggiungeva quella della lunga e sistematica campagna di delegittimazione mediatica più spesso vicina al dileggio che aderente alla realtà. Non basta, perché si approfitta anche della complicata gestione da parte del suo partito della transizione politica in atto: se Marino ritirerà le proprie dimissioni, potrà farlo senza chiedere il voto positivo del consiglio comunale, e qualora il Pd, come ventilato da Orfini, volesse sfiduciarlo, sarebbe costretto a votare insieme alle opposizioni, rendendosi esso stesso l’attore della caduta della giunta. Il primo cittadino, se sfiduciato dal Pd, potrebbe addirittura ergersi a vittima del gioco del potere, e condannare i democratici allo spettro di una rovinosa débâcle. Cittadina e nazionale.

Marino sa quanto valga Roma, e sa quanto Renzi tema che la crisi politica si protragga. Una delle ipotesi è che quindi si ripresenti in aula Giulio Cesare e prometta una nuova fase politica per la sua giunta. Già a fine luglio peraltro aveva sfornato nuovi assessori, tra i quali era spuntato anche Stefano Esposito, uomo di Renzi oggi tra i più strenui detrattori dell’ex chirurgo; si tratterebbe di una scommessa con tetri precedenti, insomma.  Tuttavia le alternative non arridono al Pd: se la sfiducia non entusiasma la maggior parte dei consiglieri dem, le loro dimissioni in massa potrebbe non bastare per mandare a casa il sindaco, perché servirebbero 25 addii, quindi anche il sostegno delle opposizioni. Le quali hanno tutto l’interesse a lasciare Marino e il Pd bollire nel loro brodo per il tempo necessario.

Fino ad ora abbiamo preso in esame l’eventualità che Marino resista quale sindaco. Qualora le dimissioni divenissero irrevocabili, la matassa politica si dipanerebbe? Niente affatto, almeno in casa Pd. L’orgoglio dei “Mariners” ha convinto il primo cittadino ad investire tutto nell’amministrazione romana, ergo ripresentarsi quale candidato a prossime, eventuali elezioni municipali. Con o senza il Pd. Potrebbe partecipare alle primarie e fare la voce grossa contro chi nel partito lo ha sabotato, oppure condurre una battaglia da solo, con il sostegno della società civile, con una propria lista civica e con il vessillo di “uomo perbene”, indigesto a fascisti e alla malavita organizzata anche intorno a quegli stessi democratici capitolini che ne vorrebbero la testa.

Al Nazareno per ora si tace. Da un anno a questa parte ogni tentativo del Pd nazionale di tamponare i problemi a Roma è stato vano. Orfini, nella veste di commissario straordinario, ha dovuto affrontare un infausto, gravoso doppio incarico, azzerare i vertici democratici capitolini di fronte al pervasivo malaffare ed evitare che in Comune il sindaco ne venisse assorbito. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Nemmeno la nomina di Franco Gabrielli quale prefetto di Roma, e di fatto balia di Marino, è servito a mettere in sicurezza la leadership dei democratici nella Capitale. Renzi ci ha abituati a sciogliere le crisi politiche con prove di forza, come quando, anche a costo di giocarsi parecchia stima elettorale, liquidò e sostituì Enrico Letta al governo. Ma a Roma si gioca una partita diversa, il cui esito auspicato dal premier, le elezioni, potrebbero non solo umiliare il Pd, ma metterlo in difficoltà anche in altri comuni al voto (la preziosa Milano in primis) e nei sondaggi nazionali, favorendo invece destre e grillini. Un rischio tanto alto da costringere Renzi e la sua segreteria ad una riflessione più lunga del solito.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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