È l’Occidente il principale obiettivo del Jihad?

04/10/2014 di Matteo Anastasi

I jihadisti si dicono pronti a colpire obiettivi locali in occidente: ma davvero, oggi, il principale obiettivo del fondamentalismo islamico è un Jihad globale?

Terrorismo e rischi per l'Occidente

Le spettacolari esecuzioni, divenute virali grazie a Youtube. I proclami di conquista, che minacciano Roma e il Vaticano. L’utilizzo massiccio dei social networks, che inneggiano alla guerra santa contro gli infedeli. Il fenomeno dei jihadisti europei, pronti a colpire obiettivi locali. Ma è davvero l’Occidente il principale obiettivo del fondamentalismo islamico?

Il livello di allerta in Occidente è oggi altissimo. Soprattutto all’indomani delle uccisioni mosse dall’IS – l’Islamic State, «califfato» proclamato da Abū Bakr al-Baghdādī il 29 giugno scorso – Europa e Stati Uniti hanno annunciato un cospicuo rafforzamento delle misure di sicurezza anti-terrorismo. Provvedimenti volti ad arginare, non solo eventuali pericoli provenienti dall’esterno, ma anche i cosiddetti «foreign fighters», autoctoni sedotti dalla causa jihadista, pronti a partire per i fronti di guerra mediorientali. Il fenomeno è sicuramente reale e potrebbe essere fatale sottovalutarlo. Occorre tuttavia chiedersi se dietro questi spettacolari annunci ci siano davvero imminenti e organici piani di attacco. La risposta sembra essere negativa.

Partiamo dalle uccisioni degli ostaggi occidentali. Il loro scopo è propagandistico e dimostrativo. Ma l’eco che intende suscitare è soprattutto locale. Come locali sono, ad oggi, gli obiettivi dei principali gruppi terroristici islamici. L’IS di Baghdādī concentra le sue forze nella guerra in atto contro le truppe lealiste siriane e irachene. Stesso discorso vale per le altre facce del radicalismo presenti in Medio Oriente e Africa. I vari gruppi che vi agiscono hanno obiettivi circoscritti: al-Shabaab ha il suo quartier generale in Somalia e raramente ne ha varcato i confini; Boko Haram si muove pressoché esclusivamente in Nigeria; AQUIM (al-Quaida nel Maghreb islamico) e AQAP (al-Quaida nella Penisola arabica) curano i loro interessi specifici rispettivamente, in Algeria e Tunisia, e in Yemen.

Con l’avvento dell’IS, la sostanza non è mutata. A cambiare è stato l’impatto mediatico delle azioni terroristiche, divenuto assai elevato tramite l’alacre lavoro propagandistico svolto dagli uomini di Baghdādī, che possono disporre di risorse economiche elevatissime, provenienti da più canali. L’IS, al-Shabaab e gli altri «figli» di al-Quaida seguono la strategia che l’organizzazione fondata da Osāma bin Lāden ha da tempo tracciato in maniera chiara e che ha segnato un passaggio fondamentale nella storia del terrorismo islamico: quello dal jihad globale al jihad locale. In virtù di tale disegno, l’obiettivo è costituire e consolidare Stati islamici nei rispettivi teatri di operazione, teatri che, sino ad oggi, evidentemente, non comprendono l’Occidente.

Discorso ben diverso è, invece, quello del «personal jihad», incarnato da singoli attivisti che decidono di organizzare azioni terroristiche, contro obiettivi occidentali, nelle loro città di appartenza. Spesso sono mossi da spirito emulativo e non hanno contatti diretti con il terrorismo islamico. Rappresentano mine vaganti perché agiscono nell’ombra e sono difficilmente individuabili, come dimostrato da quanto accaduto a Boston il 15 aprile 2013. Džochar e Tamerlan Carnaev, i fratelli ceceni autori dell’attentato messo in atto durante la maratona cittadina, erano due giovani apparentemente integrati nel tessuto sociale statunitense: l’uno aspirante boxer, l’altro studente universitario.

Ad ogni modo, anche il fenomeno del jihad personale è, quantitativamente parlando, di relativo impatto. Rimanendo negli Stati Uniti, è sufficiente analizzare il dato che segue: dall’11 settembre 2001 sono solamente 33 le persone rimaste uccise in azioni riconducibili al terrorismo islamico, a fronte dei circa 14mila omicidi che annualmente hanno luogo nel Paese.

The following two tabs change content below.

Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
blog comments powered by Disqus