David Bowie, il poliedrico “Duca bianco”

11/01/2016 di Redazione

Il personaggio di Bowie potrebbe essere riassunto con il titolo di una delle opere più famose di Pirandello, “Uno, nessuno, e centomila”. Un artista poliedrico, non un semplice musicista. Capace di svariare dalla musica, alla pittura, al cinema, di isolarne singoli elementi e di ricomporli, in forme e modalità diverse, creando ogni volta qualcosa di nuovo, giungendo ad un trasformismo tanto provocante quanto innovativo.

David Bowie

Il mondo del rock dice addio al suo “Starman”. Dopo 18 mesi di dura lotta contro il cancro, si è spento all’età di 69 anni David Bowie, vera e propria leggenda dell’universo musicale. Aveva festeggiato venerdì scorso il suo compleanno, regalando ai fan il suo ultimo album: Blackstar.

The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars

“David Bowie is” è il titolo di una mostra organizzata a Londra nel 2013, e mai frase potrebbe racchiudere meglio il fascino e l’importanza del suo lavoro. Perché Bowie potrebbe essere riassunto con il titolo di una delle opere più famose di Pirandello, “Uno, nessuno, e centomila”. Un artista poliedrico, non un semplice musicista. Capace di svariare dalla musica, alla pittura, al cinema, di isolarne singoli elementi e di ricomporli, in forme e modalità diverse, creando ogni volta qualcosa di nuovo, giungendo ad un trasformismo tanto provocante quanto innovativo.

Niente potrebbe sintetizzare al meglio quanto appena scritto quanto The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, l’album che lo consacrò alle scene del glam rock. Siamo nel 1972, Bowie è un musicista tra i più apprezzati dalla critica specializzata. Già sul finire degli anni ’60, brani come Space Oddity o The Man Who Sold The World – che diverranno, riscoperte anni dopo, pietre miliari del suo repertorio – hanno riscosso un buon successo, anche e soprattutto da parte della critica specializzata, ma non sono bastate per consacrare David Bowie al grande pubblico. Nel 1971, con l’album Hunky Dory, il futuro Duca Bianco pone le basi per entrare nella storia, ma è solo nel 1972 che qualcosa cambia veramente, benedizione e maledizione nello stesso tempo.

The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars non è un semplice album musicale. Anzi, a distanza di decenni potremmo dire che, pur rappresentando un’opera di altissimo livello, non è certo il migliore lavoro di Bowie. Il punto, però, è che Ziggy Stardust è qualcosa di più. È una gigantesca messa in scena teatrale, un concept album che riesce a distruggere i canoni di tutto quello che era stato lo scenario musicale e lo star system fino ad allora, dimostrano che anche le più grandi forme di arte possono essere commerciali, oltre ogni modo.

Ziggy, l’alter ego di Bowie, diviene il “personaggio”, il rocker alieno e androgino che si sostituisce in toto alla figura del suo creatore, l’icona glam per eccellenza. Per un anno, sul palco, non ci sarà David Bowie, ma Ziggy. Non concerti, ma vere e proprie messe in scena in cui il cantante si immedesimerà a tal punto da far dubitare allo stesso, come dichiarerà anni dopo, della sua sanità mentale, acuendo sempre più una crisi di identità che l’artista già stava affrontando.

Rappresenta per lo scenario musicale e culturale annesso una rivoluzione. Che spiazza, perché è tanto trasgressiva e complessa nel messaggio quanto abbracciata da un punto di vista commerciale. Melody Maker riporta una sua intervista in cui afferma “sono gay, lo sono sempre stato”, il suo look femminile, la figura di Ziggy come un personaggio al di là della distinzione dei sessi, aprono la strada ad una nuova era. Bowie dimostra per la prima volta che si può essere Beatles e Rolling Stones insieme, immagine e arte ai loro massimi livelli, show e perfezione. E lo fa modificando definitivamente lo star system, con un album che, paradossalmente, ha in una maschera costruita sulla stereotipizzazione di tutte queste componenti il proprio fulcro, perché quella di Ziggy è la metafora dell’effimerità e del cannibalismo di quello stesso mondo che spalancò definitivamente le proprie porte a Bowie, oltre quarant’anni fa.

Andrea Viscardi

David Robert Jones è nato a Brixton, l’8 gennaio del 1947. Ma non si è fermato lì. Dagli anni sessanta, attraverso l’era delle avanguardie, fino agli Ottanta, Bowie ha dedicato la sua arte a rimodellare se stesso e la natura umana, che sembrava andargli troppo stretta. Ha fluttuato in una navicella spaziale, ha incarnato un extraterrestre androgino e bisessuale, nel tempo libero ha regnato sul popolo dei goblin. Si è trasformato in duca, popstar, cantante folk. Fino a prendere, nel suo ultimo album, le sembianze di un Lazzaro tetro e sibillino. Con la stessa crudezza enigmatica e oscura di chi sa interpretare i presagi.

La sua musica è una creatura camaleontica e immortale. Dal folk acustico all’elettronica, passando attraverso il glam rock e il soul, poi il beat e ancora il rock, per cinquant’anni David Bowie ha lasciato tracce e disseminato influenze tra i più grandi artisti della sua epoca. Con il viso di porcellana e il sorriso fantascientifico, ha vissuto più su Marte che sulla Terra. Il trucco blu elettrico, gli occhi di colore diverso, la natura mutevole di cantante di plastica, tutto per rivendicare la sua natura di “camaleonte all’inverso”. Invece di mimetizzarsi col mondo circostante, apparire più possibile simile al mondo che lo circonda, Bowie si tinge di azzurro e scende tra gli uomini come un messia raffazzonato di nome Ziggy, che consacra il suo successo.

“The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” è l’album che contiene alcune delle sue tracce più note. “Ziggy Stardust”, ovviamente. Ma anche “Starman”, dove le fantasie si concretizzano in un messaggio alieno che interrompe una trasmissione radiofonica. L’Uomo delle Stelle promette la salvezza ai giovani terrestri. Il successo di massa arrivò però negli anni ’80, quando produsse tracce dal sound moderno e futurista, come “Ashes to Ashes”, “China Girl” e la arcinota “Let’s Dance”.

Indicato nel 2007 dalla rivista “Forbes” come il cantante più ricco del mondo, David Bowie ha inciso tracce che hanno fatto sognare intere generazioni. “Life on Mars?”, “Space Oddity”, brano utilizzato dalla BBC nei servizi dedicati al lancio dell’Apollo 11, e “Starman”, sono solo alcuni dei suoi successi.

Ambiguo da ogni punto di vista, il Duca bianco divenne presto anche un’icona gay, soprattutto dopo la sua famosa intervista rilasciata alla rivista musicale britannica “Melody Maker”, dove pronunciò la sua famosa frase “sono gay, lo sono sempre stato”. Quanto di vero ci fosse in questa affermazione non si seppe mai, ma il tempismo fu perfetto: il movimento gay dilagava in Gran Bretagna, e non ci mise molto a scegliere il camaleontico David come simbolo della loro cultura.

Bowie aveva annunciato due settimane fa il suo ritiro definitivo dai palcoscenici musicali, che comunque non frequentava più dal 2006. Amava il suo pubblico, che lo aveva consacrato a vera e propria divinità senza età, e lo ha ringraziato, regalandogli il suo ultimo album, prima di partire. lasciando dietro sè Ziggy Stardust.

Laura Caschera, Francesca Cicetti

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