Dati demografici Istat: quale futuro per l’Italia?

19/02/2016 di Ludovico Martocchia

Sono particolarmente negativi gli indici demografici stimati dall’Istat per il 2016. Aumentano i decessi, come non era mai successo dal dopoguerra ad oggi. Le donne fanno sempre meno figli (-2.9%). Si abbassa anche l’aspettativa di vita.

Aumentano i decessi, diminuiscono le nascite, si abbassano le aspettative di vita per uomini e donne. È il quadro descritto dagli ultimi dati demografici dell’Istat. Sono numeri che confermano i trend negativi che riguardano la popolazione italiana, per certi versi in linea con il panorama occidentale, per altri dimostrazione dell’influenza della crisi economica sulle famiglie italiane. Quest’ultime sono sempre meno numerose: tra il 2005 e il 2010 il numero medio di figli per donna è passato da 1.34 a 1.46; mentre negli ultimi cinque anni sta tornando sui livelli più bassi – appunto da 1.46 a 1.35. Le nascite sono state solamente 488 mila, considerato il minimo storico dal 1861, anno dell’Unità d’Italia.

Il dato più impressionante è rappresentato sicuramente dal tasso di mortalità, il più alto tra quelli misurati dal secondo dopoguerra ad oggi, così come sottolinea l’Istituto nazionale di statistica: un indice che si assesta al 10.7 per mille (più 9.1 per cento rispetto all’anno scorso). Ovviamente ad essere colpiti sono soprattutto le classi di età più anziane, che vanno dai 75 ai 95. La prima spiegazione, data dall’Istat, è che «il picco è in parte dovuto a effetti strutturali connessi all’invecchiamento e in parte al posticipo delle morti non avvenute nel biennio 2013-2014, più favorevole per la sopravvivenza». L’aumento della mortalità coincide anche con la riduzione della speranza di vita media, che sarebbe il numero medio di anni che restano da vivere a un neonato. Si stima un abbassamento di 0.2 anni per gli uomini – da 80.3 a 80.1 anni – similmente alle donne – da 85.0 a 84.7.

Aumenta ancora l’età media della popolazione, di due decimi, toccando la quota 44.6 anni. In particolar modo, da questi indici, si comprende l’invecchiamento continuo della popolazione italiana. Diminuisce infatti la popolazione in età attiva (15-64 anni), sia quella degli under 14 (39 milioni la prima, 8.3 la seconda). Si espande invece il gruppo degli over 65, raggiungendo il 22 per cento del totale. Interessante è anche l’indice di dipendenza degli anziani, ovvero il rapporto tra la popolazione ultrasessantacinquenne e popolazione in età attiva, che sale al 34.2 per cento. Tra le “regioni più anziane” troviamo la Liguria, il Friuli e la Toscana.

Nel momento in cui a Bruxelles si tratta su Schengen e sugli eventuali stop ai flussi di migranti, voluto dalle destre europee, sicuramente faranno discutere i dati sull’immigrazione. Il saldo migratorio netto con l’estero si ferma a 128 mila unità, il più basso degli ultimi anni. Infatti le iscrizioni sono state 271 mila (contro le 558 mila del 2007), mentre aumentano le cancellazioni (145 mila contro le 68 mila del 2007). 100 mila sono gli italiani che se ne vanno (più 12.4 per cento), altro dato che fa riflettere. Insomma, i flussi migratori ci sono, ma i numeri non descrivono una situazione così critica. A livello aggregato, la popolazione straniera aumenta di sole 40 mila unità, raggiungendo la cifra di 5 milioni e 54 mila. Il totale della popolazione residente scende di 139 mila unità, attestandosi sui 60.656.000 abitanti.

In conclusione, lo scenario non è dei più confortanti. L’invecchiamento continuo della popolazione non comporterà solo oneri maggiori per le casse dello stato, ma graverà sulla perdita di “brillantezza” e voglia di innovazione, che provengono da una cittadinanza più giovane. Da aggiungere anche il fatto che i migliori giovani italiani tendono e probabilmente tenderanno a scappare all’estero, per costruire le proprie vite: un trend in continuo aumento, uno dei motivi delle riduzione della competitività italiana all’estero.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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