I dati Censis e il pericolo più grande: la fine della solidarietà

05/12/2014 di Luca Andrea Palmieri

Il rapporto 2014 sulla situazione sociale dell'Italia fotografa una situazione nota, e mette in evidenza dati inquietanti: più del 60% degli italiani ha paura di trovarsi in povertà, l’80% non si fida di chi ha attorno. Può un paese così uscire dalla crisi?

Un’Italia spaccata, sempre più in difficoltà, un’Italia in declino. Il ritratto che il Censis fa del nostro paese pone prospettive desolanti, che fanno temere per il futuro. Non tanto per i dati in sé, che pure non regalano ottimismo, quanto per la percezione che le persone hanno della loro situazione e di quella del paese. Il 60% degli italiani ha paura di finire in povertà, che da un giorno all’altro non ci si trovi più ad avere pane in tavola.

E’ ironico a questo punto che quasi metà degli italiani (il 47%) pensi che il picco della crisi sia passato, cifra in crescita rispetto allo scorso anno. Oltre l’ironia però, nasce un’ulteriore preoccupazione, quella che i due dati siano, a conti fatti, incrociabili. Un’Italia che ha paura di ritrovarsi povera ma che pensa che il peggio sia passato è un’Italia davvero scoraggiata, con pezzi enormi di popolazione che dicono che, sì, alla fine si è sopravvissuti, ma da qui in poi c’è solo da temere, e che non si torni più a stare bene, come quando a fine mese qualcosa in tasca rimaneva sempre.

Insomma, piano piano pare che non ci si senta più tutti col il terreno che si sfalda sotto i piedi – a proposito, crudele metafora della piaga del dissesto idrogeologico  – ma che comunque il rischio di quel piccolo crollo personale, di quella voragine da cui sembra sempre più difficile poi uscire, sia sempre là ad aspettarci. Ed a risentirne è in primis l’economia: la gente cerca di risparmiare, di mettere da parte il possibile per paura che le cose possano peggiorare. Come si possono far ripartire i consumi così? Come si da alle aziende modo di rilanciarsi?

La copertina del 48° Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese.
La copertina del 48° Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese.

Un altro dato impressionante, soprattutto nel modo in cui sembra confermare questo scoraggiamento generale, è quello della disoccupazione. Su 8 milioni di persone che non lavorano, 4,8 milioni si dividono tra inattivi (coloro che non lavorano e non cercano un’occupazione) e forze di lavoro potenziali (chi il lavoro non lo sta cercando, ma davanti ad un’offerta sarebbe disposto a lavorare). Una mancanza di azione che si traduce in mancanza di speranza, di visione, e non si limita al futuro del paese, ma anche al proprio.

Si arriva così, non a caso, al rischio più grande messo in evidenza dal Censis: il rischio che si sfaldi la coesione sociale, uno dei baluardi del paese fino ad oggi. L’80% delle persone è convinto che bisogna stare attenti alle persone che si hanno intorno. Praticamente la morte del concetto di solidarietà. Non c’è da stupirsi: non inizia certo oggi questo processo, figlio di molte questioni, alcune dalle radici almeno trentennali. La coesione sociale è infatti l’insieme di legami e usi che definiscono affinità e solidarietà tra individui a comunità. Insomma, quei comportamenti volti a ridurre le differenze sociali, economiche, culturali, etc., tra la gente. Concetti che sono sotto riforma in Italia almeno dagli anni ’90, ma che troppo spesso hanno finito per poggiarsi su pavimenti d’argilla.

Certo, parlare di situazioni da banlieue parigine preoccupa. Ma anche in questo caso i segnali si vedono: basti pensare a Tor Sapienza. Ed è ancora più preoccupante che la politica, assente e colpevole a 360° di questa mancanza, sia stata scacciata da quelle zone. E tutta, volti più nuovi compresi. Segno di un rifiuto totalizzante e crescente, ma che forse non è ancora definitivo. Bisogna fare qualcosa presto, prima che sempre più zone diventino territori a sé stanti, terre di nessuno. I segni c’erano: è successo già in molte parti del Sud, laddove la legalità e lo Stato ormai hanno poca presa. Un triste primato del nostro Meridione. Eppure quei segnali non sono mai stati colti, fino ad ora.

Viene in mente un titolo tragico, quel “Fate presto” che il Sole 24 Ore dedico al momento più tragico della crisi finanziaria – tra l’altro ispirandosi al titolo del Mattino, nel 1980, sul terremoto dell’Irpinia – quando l’interesse sul debito pubblico rischiava di arrivare al punto di non ritorno, a quel default che avrebbe significato l’interruzione dello Stato sociale in uno dei paesi che più vivono delle sue risorse. A quel tempo si riuscirono a tamponare le perdite prima del disastro: sarebbe tempo di farlo anche adesso.

Non si vuole in queste righe accollare sul lettore un pessimismo prorompente, piuttosto il messaggio è un altro, rivolto a tutte le forze politiche e sociali del paese, e che passa per ognuno di noi. Fate presto, facciamo presto per evitare un altro default, forse ancora più preoccupante, quello del nostro tessuto sociale. Perché non c’è niente di peggio di un paese affossato dalla paura, quale che sia, del vicino o di quel che succederà il giorno dopo. Dovrebbe essere la storia ad insegnarcelo.

Abbiamo i mezzi per renderci conto di quel che succede, ed abbiamo ancora i mezzi per cambiare la rotta. Con la crisi, inevitabilmente, nulla sarà più come prima, ma non possiamo permetterci di perdere la solidarietà come popolazione, quella che ha permesso il miracolo economico negli anni ’60, ed è la base per qualsiasi altro miracolo di cui abbiamo bisogno oggi. Sarebbe troppo.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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