Datagate – Snowden: rivelare la verità mette a rischio la propria sicurezza

07/07/2013 di Elena Cesca

«Per decenni gli Usa sono stati i più forti difensori dei diritti umani e del diritto di asilo. Tristemente questo diritto viene ora respinto dall'attuale governo del mio Paese»

Datagate- Snowden: rivelare la verità mette a rischio la propria sicurezza

La talpa del Datagate cerca asilo. Edward Snowden, l’ex-analista dei servizi segreti USA che ha rivelato al mondo intero il PRISM, il sistema di piani di spionaggio informatici del governo, dal 14 giugno è ufficialmente accusato di spionaggio dai procuratori federali della Virginia e rischia 30 anni di carcere. Le autorità statunitensi hanno da subito richiesto a quelle di Hong Kong di procedere con l’arresto e l’estradizione. Gli Stati Uniti non hanno ancora il loro uomo, in primis perché il trattato di estradizione tra USA e la vecchia colonia inglese include una clausola per i reati di carattere politico, e senza dubbio le accuse mosse contro Snowden sono primariamente di carattere politico. In secundis perché, grazie all’aiuto dell’Ecuador, è giunto in Russia dove è bloccato da ormai due settimane. 21 sono i paesi a cui Snowden ha inviato la richiesta di asilo politico. Tra essi c’è anche l’Italia, ma giovedì scorso il Ministro Bonino si è ufficialmente pronunciato negativamente. È di ieri, invece, la risposta positiva del leader sandinista del Nicaragua, Daniel Ortega, e del venezuelano Nicolas Maduro, sebbene il Venezuela non abbia ricevuto richiesta esplicita e abbia parlato di “azione umanitaria contro la persecuzione dell’impero più potente del mondo”.

Le accuse. Il caso United States v. Edward J. Snowden contribuirà all’evoluzione della giurisprudenza americana e probabilmente mondiale. 3 i capi di accusa. Si richiamano le sezioni 641, 793 e 798 del Codice di Stato americano sullo Spionaggio. È contestata la pretesa violazione delle leggi emanate dal Congresso e firmate dal Presidente riguardante l’appropriazione indebita (furto di proprietà del governo ai sensi della sezione 641 del Codice di Stato USA. È prevista una sanzione e un massimo di 10 anni di carcere); la comunicazione non autorizzata di informazioni di difesa nazionale (sez. 793,d, 10 anni di carcere e una multa); la comunicazione volontaria da persona non autorizzata di comunicazioni classificate concernenti informazioni di intelligence (sez. 798,a,3). Di conseguenza, Snowden sarebbe chiamato a trascorrere almeno 30 anni in carcere. Il caso è appena all’inizio, quindi ulteriori accuse potrebbero ancora essere mosse. Il dramma sarebbe l’appello alla sez. 794, ovvero il dettame contenente la previsione della pena di morte quale punizione laddove si siano fornite informazioni al nemico in tempo di guerra.

Whistleblower or spy? Secondo alcune correnti di opinione americane, Snowden va considerato una spia. L’idealismo del suo gesto di “rivelare ai cittadini la verità” non sarebbe fondato. A dimostrarlo sarebbero i paesi a cui l’ex-analista, che aveva accesso a informazioni sui programmi della National Security Agency, ha chiesto supporto, ovvero Cina, Russia, Cuba, Venezuela e Ecuador. Dall’altra parte, il Presidente Obama pondera sapientemente le accuse. Dopo il caso Wikileaks , l’amministrazione sta conducendo una politica relativamente dura nei riguardi del perseguimento di persone sospettate di fuoriuscita di informazioni classificate. Le informazioni diffuse, infatti, sarebbero quelle classificate sulla sorveglianza diffusa a disposizione del pubblico americano. Le informazioni sono state fornite al Guardian e al Washington Post, non ad al-Qaeda né alla Corea del Nord. Come notano alcuni giornalisti americani, dichiarare Snowden un “nemico” arricchirebbe in maniera curiosa la definizione del termine e metterebbe i legislatori degli Stati Uniti in difficoltà sulla pena cui ricorrere. Ulteriori correnti, soprattutto quelle vicine al mondo del giornalismo, non possono che accogliere l’opera di Snowden che, difatti, rende noto quello che ci riguarda. I più radicali dipingono la fitta trama segreta del governo come tipica dei sistemi di censura, tanto da vigere la “criminalizzazione delle fonti” stesse.

Sicurezza e onore Nel 1917 si adottava negli USA l’ Espionage Act. Due anni dopo, la Corte Suprema Americana si pronunciava nel caso Schenck v. United States, provando la costituzionalità – sotto determinate condizioni (come la valenza in tempo di guerra, la segretezza delle informazioni militari, la proibizione della diffusione ai nemici)- dell’atto, in relazione alla libertà d’espressione. Oggigiorno, l’appello all’Atto sullo spionaggio solleva non poche riflessioni circa il livello di intromissione dello stato nella vita privata e la segretezza degli, kantianamente parlando, arcana imperii. Tuttavia, nel discorso sull’Unione del 7 Dicembre 1915, il presidente e premio nobel per la pace, Woodrom Wilson, conferiva al ramo esecutivo il potere di censurare la stampa qualora “la sicurezza nazionale o la reputazione del governo” siano in gioco e chiedeva di “salvare l’onore e il rispetto di sé e della nazione”.

Il dramma della nostra così tecnologizzata epoca è quello, per dirla con Bauman, della “paura liquida” che sta portando all’esasperazione delle forme di controllo. L’incapsulamento dell’esistenza, dei fatti e delle azioni in un meccanismo di monitoraggio e conseguenti sanzioni, tuttavia, porterebbe, come nel caso Snowden, a riaffermare il dovere del salvataggio della nazione, ma non del suo onore, né tantomeno della dignità di un’intera popolazione. È lo strano caso della verità sulla sicurezza che mette a rischio la propria sicurezza.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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