Darfur: quando lo svilimento della dignità umana non fa rumore

01/03/2013 di Falda Torino

Darfur 1Lo scorso 25 febbraio, a Ginevra, in occasione dell’apertura della 22esima sessione del Consiglio per i diritti umani, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite, Navi Pillay, ha tenuto un discorso in cui ha sottolineato che, nonostante i progressi compiuti nella promozione e nella salvaguardia dei diritti umani, «the glass is half full, and the promise of respecting all human rights for all people is still a dream for too many».

La questione del rispetto dei diritti umani assume oggi una posizione assolutamente centrale sulla scena delle relazioni internazionali, soprattutto grazie ai riflettori ormai da tempo puntati sulla guerra civile siriana: un conflitto che, a distanza di quasi due anni e nonostante l’onta di oltre 70.000 morti, continua ad essere un esempio del sostanziale fallimento della Comunità internazionale, in generale, e del Consiglio di Sicurezza, in particolare, nel perseguimento di due fra i più importanti obiettivi della Carta delle Nazioni Unite: quello della tutela della persona umana e quello dell’autodeterminazione dei popoli.

Tuttavia, benché sul conflitto siriano siano numerose le informazioni diffuse dai vari mezzi di comunicazione, vi sono  centinaia di altri contesti in cui si registrano drammatiche e sistematiche violazioni dei diritti umani, solo saltuariamente poste all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. È questo il caso del Darfur.

Il Darfur è un territorio situato nella parte occidentale del Sudan; sebbene sia una delle regioni con il più basso livello di PIL pro-capite dell’Africa subsahariana, essa può contare su un’alta concentrazione di materie prime. Proprio a causa di questa importante caratteristica, dal 2003 il Darfur è scenario di un conflitto che oppone gruppi di ribelli e truppe governative sudanesi per il controllo del Paese e delle sue risorse (in particolare, per la gestione delle royalties legate al commercio del petrolio) e che ha prodotto quella che viene a ragione definita come la “peggiore crisi umanitaria di sempre”. I numeri, difatti,  sono spaventosi: 2 milioni di profughi, 300.000 morti, 200.000 rifugiati; nel solo mese di gennaio del 2013 si sono contati ben 25 villaggi distrutti e 90.000 persone costrette alla fuga.

La durezza del conflitto ha chiaramente determinato più volte nel corso degli anni l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il quale, con una serie di risoluzioni, ha tentato di porre fine alle violenze in atto e di pervenire ad un accordo fra le varie parti in lotta. L’ultimo in ordine di tempo è rappresentato dalla Risoluzione 2091, datata 14 febbraio 2013. In essa, però, il Consiglio, dopo aver riaffermato l’impraticabilità di una soluzione militare, si limita semplicemente a chiedere la fine delle ostilità e la realizzazione di un accordo duraturo e ad invitare tutti i membri delle Nazioni Unite a collaborare affinché si possa finalmente ripristinare la pace in quel territorio.

Dal punto di vista della gestione internazionale delle crisi, la questione del Darfur ha molto in comune con quanto sta avvenendo attualmente in Siria: minimo comun denominatore è l’impasse di un organismo (il Consiglio di Sicurezza) che, imbavagliato dai retaggi organizzativi del secondo dopoguerra e dalle logiche politico-economiche determinanti  nei rapporti tra potenze, non riesce ad andare oltre mere indicazioni di principio. Succede così che, come la storia dell’Organizzazione che si sarebbe dovuta occupare di garantire la pace e la prosperità nel modo ci ha più volte (purtroppo) insegnato, le parole difficilmente riescano a concretizzarsi in azioni.

Eppure, come il Procuratore della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda, ha avuto modo di sottolineare in occasione della presentazione di una relazione annuale alle Nazioni Unite nel dicembre del 2012, i fatti che continuano a verificarsi in Darfur sono addirittura tali da poter configurare nuove ipotesi di crimini di genocidio e crimini contro l’umanità.

Sicuramente le azioni a vario titolo poste in essere dalla comunità internazionale per lenire le sofferenze di popoli i quali, come quello sudanese, sono martoriati da conflitti, massacri e sfruttamento non devono essere sminuite; resta, tuttavia, il fatto che il mondo non si cambia semplicemente a partire da quattro belle parole confezionate in una “room” del Palazzo di Vetro. Quando si tratta di diritti umani, la diplomazia vera, efficace e produttiva non è quella dei grandi proclami e delle “colazioni di lavoro” a Manhattan. Servono, principalmente, le intenzioni. L’intenzione di realizzare un mondo giusto. L’intenzione di promuovere una cultura del rispetto e della tolleranza. L’intenzione di produrre un benessere generalizzato e condiviso. L’intenzione di creare una nuova gerarchia di valori, una gerarchia in cui i diritti dell’uomo siano finalmente liberati dalla posizione di soggezione in cui versano rispetto a tutti quegli sterili interessi economici e politici che continuano ancora oggi a muovere i destini del mondo e dei popoli.

The following two tabs change content below.
blog comments powered by Disqus