Dante Alighieri, il genio

31/05/2015 di Davide Del Gusto

Settecentocinquanta anni fa nasceva sulle rive dell’Arno uno dei più grandi e indiscussi geni dell’umanità. Talento poetico, arguzia politica e profonda consapevolezza della propria identità cristiana, italiana ed europea, Dante Alighieri può assolutamente essere considerato l’apice della civiltà medievale.

Dante Alighieri

Nonostante la vulgata moderna continui a vendere i mille anni del Medioevo come un’unica, indistinta e ben poco interessante sospensione della civiltà, numerose sono le prove che, al contrario, possono essere portate per fare luce dove si vuole che regni la tenebra. Prescindendo dai cliché arbitrariamente codificati da umanisti e illuministi, l’età di mezzo fu un lungo periodo di incubazione della modernità. Si può affermare infatti che molte delle intuizioni degli uomini medievali furono dettate da una mai sopita consapevolezza che l’Europa cristiana fosse in perfetta continuità con la tradizione degli antichi, tanto nostalgicamente sognata dagli umanisti. Alla fine di questo millenario processo di evoluzione della società europea, molte delle premesse iniziali vennero ampiamente soddisfatte e furono pienamente incarnate da uno dei suoi figli più grandi: Dante Alighieri.

Dante Alighieri
Il celebre ritratto di Dante eseguito da Sandro Botticelli;

Poco sappiamo della data precisa della sua nascita, avvenuta probabilmente tra maggio e giugno del 1265. Ciò che è noto della famiglia e dei primi anni del giovane Durante viene direttamente dalle sue parole: rampollo di una famiglia della piccola aristocrazia guelfa, era figlio di Alighiero di Bellincione e di Bella degli Abati, nonché discendente di Cacciaguida degli Elisei, morto cavaliere nella seconda crociata. Nonostante i fasti del titolo fossero decaduti nel tempo, la redditizia attività di cambiavalute del genitore gli permise di trascorrere una giovinezza abbastanza agiata; nel 1277, appena dodicenne, venne promesso sposo alla giovane Gemma, figlia del guelfo Manetto Donati, presa poi in moglie appena maggiorenne.

Certamente incoraggiato dalla frizzante aria che si poteva respirare nella Firenze del tempo, crocevia di commercio e di cultura, sin da ragazzo Dante si dedicò con tutto se stesso alla poesia e alla retorica, supportato dal suo indimenticato maestro, lo scrittore e politico Brunetto Latini, che avrebbe omaggiato nella maturità con un nostalgico ricordo: come un padre, questi insegnò al suo allievo «come l’uom s’etterna». La passione per la lirica fu ben presto rafforzato dall’avida lettura dei poeti siciliani e provenzali, nonché dei suoi principali punti di riferimento: Virgilio, Ovidio, Orazio e Lucano, vertici della classicità latina che l’aspirante poeta ebbe sempre come parametri di “bello stilo”.

Il 1283 fu un anno di svolta: già orfano di madre, Dante perse anche il padre, dovendosi caricare delle responsabilità di famiglia. Già dedito alle lettere, il giovane poté comunque vivere pienamente nel clima di sperimentazione e formazione della lirica toscana. Ma, soprattutto, nel medesimo anno avrebbe incontrato per la seconda volta Bice Portinari, meglio nota come Beatrice: la fanciulla fu per Dante un’enorme rivelazione per i suoi ideali di una vita sentimentale e spirituale di elevata sensibilità. Ideali che sarebbero stati il punto focale di tutta la sua vita e, conseguentemente, della sua diversificata attività letteraria: il mondo dantesco sarebbe stato interamente mosso da questa ragazza. Nel 1290, però, già sposa di Simone dei Bardi, ella si spense all’età di ventisei anni. Profondamente scosso da questa notizia, tra il 1293 e il 1294 Dante compose la sua prima opera letteraria, la Vita nova. Quasi fosse un’autobiografia, profondamente ispirata dalla mancanza della sua musa, egli descrisse i suoi primi anni di vita e d’attività letteraria, messi in moto dal semplice saluto che Beatrice gli rivolse nel 1283, capace di fargli sfiorare la beatitudine nella sua condizione esistenziale, in un vortice di trascendenza tra il divino e l’umano.

Dalla condizione beata alla produzione in rima, la Vita nova fu il primo banco di prova che il poeta ebbe per formulare il proprio manifesto stilistico: gli influssi dei rimatori in volgare toscano furono talmente assorbiti da poter esporre finalmente il concetto tutto dantesco di dolce stil novo. Assieme ad altri autori come Lapo Gianni, Dino Frescobaldi, Dante da Maiano, Gianni Alfani e, soprattutto, l’amico Guido Cavalcanti, Dante si distaccò dalle influenze provenzali e siciliane e diede avvio ad un’approfondita ricerca dell’autentico e migliore volgare italiano, una lingua d’uso che, affrancatasi dal latino, avrebbe potuto costituire l’idem sentire culturale e identitario dei popoli della Penisola. Nel 1287 fu probabilmente nel crogiolo linguistico e culturale di Bologna, dove conobbe Cino da Pistoia e la poesia di Guido Guinizzelli: le rime ispirate dall’amore e dal sentimento del poeta emiliano lo illuminarono.

Beatrice
La Beata Beatrix di Dante Gabriel Rossetti, allegoria della Vita Nova

Nel 1289 fu di nuovo a Firenze: a causa del forte attrito tra la città del Giglio e la ghibellina Arezzo, si giunse ad uno scontro presso Campaldino, nel corso del quale Dante ebbe modo di servire la propria patria come cavaliere. L’attività politico-istituzionale avrebbe presto travolto il poeta, così come il ricordo di Beatrice: mosso però dal pentimento per una probabile parentesi edonistica, Dante ripose tutte le sue energie nella ricerca della verità di fede. Lesse avidamente Boezio e Cicerone e, nell’ardente volontà di avvicinamento alla beatitudine, prese a frequentare i francescani di Santa Croce e i domenicani di Santa Maria Novella, alternandosi nella lettura di Sant’Agostino, Aristotele e San Tommaso.

Al contempo, però, si dedicò al terzo grande amore della sua vita. A causa di una riforma introdotta da Giano della Bella, come molti suoi omologhi aristocratici, Dante fu estromesso dalla politica nel 1293. Grazie ad un emendamento poté comunque riaccedervi due anni dopo, con l’iscrizione all’Arte dei Medici e degli Speziali, e giunse a ricoprire ben presto importanti magistrature. Fu comunque costretto sin da subito a scegliere con chi militare: con la sconfitta dei ghibellini locali, dal 1266 Firenze aveva seguito le sorti della divisione dei guelfi nelle due fazioni dei Bianchi e dei Neri; nonostante fosse imparentato con Corso Donati, capo dei Neri, Dante scelse ben presto la politica meno intransigente e più accomodante dei Bianchi, condizionando però indelebilmente la sua carriera politica. Nel 1300, infatti, divenuto priore, il poeta fu costretto a firmare suo malgrado la condanna d’esilio perpetuo per l’amico Guido Cavalcanti. Frattanto, Bonifacio VIII lanciò l’interdetto su Firenze, desiderando abbattere una volta per tutte i Bianchi e mirando all’egemonia sulla Toscana. Nel 1301, quindi, Dante fu inviato a Roma in qualità di ambasciatore, mentre il Pontefice mandava Carlo di Valois nel comune fiorentino per riconfermare le proprie decisioni. Durante la missione romana, Dante ebbe la fortuna di non assistere al colpo di stato dei Neri, che presero il potere e lo convocarono a giudizio: gli furono interdetti i pubblici uffici e gli vennero confiscati i beni; in un climax di follia, il nuovo governo arrivò a condannarlo a morte, qualora avesse rimesso piede a Firenze.

Profondamente amareggiato, Dante si incamminò così per la via di un ingiusto esilio. Ramingo per le città d’Italia, si spostò dapprima a Forlì, per essere poi ricevuto tra il 1303 e il 1304 da Bartolomeo della Scala a Verona; da qui fece tappa a Treviso, a Padova, a Venezia, a Reggio Emilia, a Lucca. Tra il 1305 e il 1306, tuttavia, non più oppresso dalle responsabilità istituzionali, poté nuovamente dedicarsi alla scrittura e alla speculazione intellettuale: in questo periodo compose due importanti trattati, il Convivio e il De vulgari eloquentia; nel secondo ebbe finalmente modo di mettere per iscritto la sua ricerca di un volgare che fosse il modello unitario per l’identità degli Italiani.

Dante
Dante nell’interpretazione di Luca Signorelli.

Ancora in collera per la condotta di Bonifacio VIII, non esitò ad appoggiare l’elezione a Imperatore di Enrico VII di Lussemburgo, auspicando la ricostituzione di un impero universale cristiano, in antitesi con la recente condotta della Chiesa: fu il motivo ispiratore del Monàrchia, trattato politico composto nel 1312 per supportare Enrico, possibile motore della renovatio in capite et in membris dell’Europa cristiana. Fu un fallimento: l’Imperatore non riuscì a imporsi nella politica italiana, morendo nel 1313 alla vigilia dello scontro con Roberto d’Angiò. Dante vide così sfumare anche il sogno recondito di un glorioso rientro in patria: Firenze riconfermò la condanna capitale, allargandola ai figli. L’unica consolazione rimase la poesia. Sempre più conosciuto negli ambienti culturali, Dante si giovò della protezione di Cangrande della Scala, signore di Verona, ove sostò tra il 1319 e il 1320. Fu a Ravenna nei mesi successivi: qui, a seguito di un’ambasceria a Venezia, contrasse la malaria e si spense tra il 13 e il 14 settembre 1321; venne sepolto nella città romagnola con tutti gli onori che già i contemporanei tributarono al suo genio letterario: le sue ossa non sarebbero mai tornate nella natia Firenze.

Prima di morire, comunque, Dante fece in tempo a concludere la summa del suo pensiero: nel 1321, infatti, mise la parola fine al suo più grande sforzo letterario, la Commedia, iniziata nel 1304. Immenso scrigno di spiritualità e di cultura cristiana e medievale, quest’opera fu il suo testamento e il suo dono più grande all’umanità, un capolavoro in cui venne raccolta l’identità stessa dell’Occidente e che avrebbe influenzato un’infinità di autori, artisti ed intellettuali fino ai giorni nostri: già Giovanni Boccaccio non esitò infatti a definirla Divina.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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