Io, Daniel Blake: la guerra di un cittadino

03/11/2016 di Emanuele Bucci

Nelle sale italiane l’ultimo film di Ken Loach: dove attraverso uno stile efficacemente sobrio si racconta la lotta quotidiana di un indimenticabile protagonista, che alle ingiustizie del sistema oppone la forza, nuda e generosa, della propria dignità di cittadino e di essere umano.

Daniel Blake

Io, Daniel Blake, Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes e venticinquesimo film di Ken Loach, è la storia di una battaglia, anche se il protagonista, il combattente, non farebbe del male a una mosca: Daniel Blake è un carpentiere sessantenne di Newcastle, vedovo senza figli, la testa lucida di un bambolotto invecchiato, lo sguardo dolce di chi ama troppo le persone per arrendersi alla solitudine, il sorriso discreto di chi ha tanto da dire ma si ferma volentieri ad ascoltare, anche se il mondo non sembra interessato a farsi comprendere. Daniel Blake, soprattutto, è malato di cuore, i medici gli hanno raccomandato un periodo di riposo dal lavoro dopo un infarto. La sua unica fonte di reddito sarebbe dunque un’indennità di malattia che però le vie di uno Stato ottuso e burocrate gli negano: questa è la guerra di Daniel Blake.

Una guerra che inizia quando ancora lo schermo è nero e scorrono i titoli di testa, mentre la voce dell’uomo e quella di una non meglio precisata e precisabile «professionista della sanità» duettano in un surreale interrogatorio: dove a Daniel viene chiesto conto di ogni possibile disfunzione fisica all’infuori di quell’attacco cardiaco che gli darebbe diritto al sussidio; e dove sperimentiamo già una delle armi preferite di Daniel, inoffensiva eppure straordinariamente efficace per chi prima di tutto vuole continuare ad affermare la propria umanità: un’amarissima ironia. Daniel non sceglie mai il silenzio, combatte e controbatte prima di tutto sottolineando con la forza beffarda di una battuta l’assurdità di un sistema che ostacola, umilia e abbandona i cittadini (soprattutto quelli più deboli) anziché venir loro incontro: «Ha totalizzato dodici punti, ne servono quindici per ottenere il sussidio», gli spiegano al telefono; «Cos’è, un gioco a premi?», replica sconsolato, ma mai rassegnato, Daniel Blake.

Quando si va a vedere un film di Ken Loach, la sensazione, fin dal principio, è quella di essere afferrati e tirati per un braccio, non con violenza ma con fermezza, da un amico a cui vuoi bene ma che ti mette un po’ a disagio: perché sai che ti porterà sul luogo di uno scontro, rissa o conflitto a fuoco che sia. Bene che vada, ne uscirai con lo stomaco indolenzito per qualche pugno a tradimento, ma talvolta anche con le cicatrici di proiettili passati molto vicino alla testa e al cuore. Perché il vecchio amico è fatto così, inglese elegante nella scrittura filmica asciutta e lineare, ma contestatore appassionato nell’indole, sempre in cerca di guai, di una realtà sbagliata (di ieri o di oggi) in cui sporcare le proprie inquadrature. E tu, sempre con quella punta iniziale di disagio, finisci ogni volta per dargli retta, per farti trascinare nelle sue proteste, nelle sue denunce, nei suoi scontri. Perché sai che, comunque la si pensi, l’uomo non è un ribelle superficiale, è un rivoluzionario che crede tanto nelle sue idee da rimetterle ogni volta coraggiosamente in gioco e in discussione, sempre più interessato a far sentire la voce dei suoi personaggi, dei suoi pezzi di realtà, piuttosto che la propria. E, senza ipocrisie, ti chiederà ogni volta di schierarti, e l’unica opzione a non essere contemplata sarà l’indifferenza.

Questa vocazione alla dialettica e alla denuncia esplicita attraverso il racconto ha trovato da ormai vent’anni il complice ideale nello sceneggiatore Paul Laverty. A partire dai suoi copioni il cinema recente di Loach ha affrontato i problemi politici e sociali di una Gran Bretagna specchio dell’intero mondo occidentale e delle sue contraddizioni passate e presenti: tra disuguaglianze in regimi di capitalismo non troppo a misura d’uomo, libertà politiche negate e rivendicate da singoli e gruppi, malesseri sociali trasversali a sessi ed età sullo sfondo di istituzioni assenti quando non oppressive. E, per ogni conflitto messo in campo, Loach e Laverty hanno rivestito la denuncia dei toni e delle sfumature di un corrispondente genere cinematografico: facendo contaminare e scontrare la critica sociale e politica di volta in volta con la commedia, con il (melo)dramma familiare, con la rievocazione storica o con il thriller.

Stavolta, con Io, Daniel Blake, la coppia di autori sposa non tanto un genere, quanto un’idea di cinema, che possiamo avvicinare a certe istanze etiche ed estetiche del neorealismo: un cinema, cioè, che vuole prima di tutto aderire alla realtà che rappresenta, riducendo ai minimi termini gli artifici del mezzo cinematografico, la sua vocazione spettacolare e spettacolarizzante. Un cinema che descrive il consumarsi del dramma attraverso il giustapporsi di situazioni, incontri e scelte di una quotidianità dolorosa quanto tristemente comune, perché simile a tante storie di persone esistenti nel mondo fuori dalla sala. Un cinema mosso, oltre che dalla voglia di denunciare e di intervenire sulle coscienze, da un profondissimo amore nei confronti dei personaggi che racconta, al punto da essere consapevole che i loro gesti, le loro parole, le loro decisioni sono quanto basta per coinvolgere, per indignare, per commuovere.

La storia di Daniel Blake, infatti, è narrata da Loach con una straordinaria sobrietà stilistica: musiche quasi assenti, un montaggio limpido di dissolvenze tra una sequenza e l’altra, classici campi e controcampi nelle scene di dialogo, dove raramente si osa avvicinarsi sino al primo piano. Una sobrietà che si riflette anche e soprattutto nella direzione e recitazione degli attori: emblematico su tutti il protagonista Dave Johns-Daniel Blake, che non viola mai i confini di una mimica pacata e trattenuta anche nei momenti in cui la sofferenza esplode sotto forma di pianto. Johns non enfatizza alcuna reazione di Blake, farlo significherebbe tradire la natura di un personaggio per cui uno dei punti fermi è la dignità, anche e soprattutto nelle più gravi afflizioni («Se perdi il rispetto per te stesso, sei finito», dice all’unica impiegata che mostri un vero interesse per il suo caso).

Daniel Blake, lo dicevamo, è un combattente. Il suo semplice attaccamento alla propria vita e alla propria dignità suona come un paradossale gesto di sfida nei confronti di uno Stato che lo costringe a scegliere tra la salute e il sostentamento materiale. Ma Daniel Blake non combatte solo per se stesso né combatte totalmente solo: egli infatti colma nel suo piccolo le voragini lasciate da una macchina amministrativa che caccia indietro i meno abbienti e tutelati; con i suoi gesti di altruismo e solidarietà raccoglie intorno a sé una rete di figure altrettanto svantaggiate, vessate e in lotta: il vicino nero magazziniere per poche sterline l’ora, che per emanciparsi dallo sfruttamento mette su un commercio clandestino di scarpe; e soprattutto Katy, giovane disoccupata con due bambini a carico, che Daniel incontra nello stesso campo di battaglia, l’ufficio pubblico dalle labirintiche e soffocanti procedure. La naturale propensione di Daniel ad aiutare il prossimo in difficoltà rappresenta la più pacifica ma anche la più radicale forma di eversione contro un sistema che antepone regole capziose alla dignità dei cittadini per cui dovrebbero essere in funzione.

Daniel, al tempo frenetico e competitivo della globalità informatica (lui non riesce proprio a capirci nulla del mondo «di topi e freccette» dei computer e di internet), oppone il tempo disteso del contatto umano, del dialogo che diventa confessione (il momento in cui rievoca con Katy e i bambini il ricordo della moglie), del sostegno materiale e morale: aiuta la donna a rimettere in sesto una casa dove le mattonelle si staccano dal muro quando si pulisce, le resta vicino nei momenti più drammatici della povertà (la visita al banco alimentare in cui lei, affamata, cede alla tentazione di aprire convulsamente e furtivamente un barattolo di pomodori), costruisce per tutta la famiglia una stufetta di vasi e candele. Non c’è da stupirsi allora che sia proprio Katy, alla fine, a raccogliere il testimone della battaglia di Daniel, in una conclusione dove la trasparenza della narrazione filmica di Loach arriva quasi ad annullare la quarta parete tra personaggi e pubblico in sala: l’appassionata rivendicazione della propria appartenenza umana, civile e sociale («Esigo che mi trattiate con rispetto. Io, Daniel Blake, sono un cittadino, niente di più, niente di meno») è rivolta anche a noi, non solo e non tanto come spettatori, ma come agenti del mondo reale.

E il punto è proprio questo, in conclusione: un film come Io, Daniel Blake, proprio come i grandi film neorealisti, ha il suo valore aggiunto nell’insoddisfazione che lascia allo spettatore, qualcosa di ben diverso dal semplice scuotimento emotivo di una comune rappresentazione drammatica. Si ha la sensazione, cioè, che il discorso del film come tale sia incompleto, che tocchi a noi del pubblico, non più come osservatori, ma come cittadini, portarlo a termine: esercitando il nostro diritto-dovere di critica e di intervento nella e sulla società, facendoci, ognuno con i suoi mezzi e le sue vocazioni, attori in lotta per un cambiamento. E, sicuramente, il discorso tocca anche gli stessi autori di quella finzione a volte così realistica che si chiama cinema: Loach, ormai ottantenne, ha realizzato con questo film anche una grande opera sulla vecchiaia, e sulla necessità di spendersi fino all’ultimo briciolo delle proprie energie per difendere la propria dignità e quella altrui. Fa riflettere perciò che il regista abbia smentito le voci sul proprio ritiro (almeno dai film di finzione) proprio attraverso questa storia e questi personaggi, immaginari ma ispirati a fatti veri conosciuti con Laverty tra i veri banchi alimentari popolati dagli ultimi del mondo occidentale. Ken e Paul, in fondo, hanno scelto di continuare a combattere esattamente come il loro protagonista Daniel: con l’affermazione, sobria e appassionata, di un’umanità irriducibile.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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