Dallo stallo alla tregua: lo Yemen ad un anno dal conflitto

11/04/2016 di Sabrina Sergi

La guerra che ha spezzato in due lo Yemen sembra essere in fase di stallo. Sembra dunque aprirsi uno spiraglio per il raggiungimento di un compromesso nei colloqui di pace previsti per il 18 aprile.

A mezzanotte del 10 aprile, un anno e un mese dopo l’inizio del conflitto che ha impegnato la coalizione di Stati guidata dall’Arabia Saudita in Yemen, è scattata una nuova, ennesima, tregua. Sembra comunque che il cessate il fuoco annunciato il 23 marzo dal mediatore dell’ONU in Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed, sia destinato a durare, perché accordato con una partecipazione attiva e più convinta che mai delle parti.

Da un lato, vi sono i ribelli Houthi, che hanno preso il controllo della capitale Sana’a e della maggior parte del Paese nel febbraio 2015. Essi sono affiliati al ramo islamico sciita yemenita degli Zaydi e rappresentano l’ex Presidente Ali Abdullah Saleh, spodestato nel 2011 a seguito delle rivolte legate alla primavera araba. Gli Houthi sono accusati di essere appoggiati economicamente e militarmente dall’Iran. Dall’altro lato, le forze anti-Houthi rimaste fedeli al presidente Abd Rabbu Masnour Hadi che, dopo essere stato cacciato dalla capitale, ha trasferito il governo yemenita – ancora internazionalmente riconosciuto – nella città di Aden. Questi è sostenuto dal governo saudita, intervenuto in suo aiuto proprio il 26 marzo 2015 con l’operazione Decisive Storm, volta a espellere gli Houthi da Sana’a e restaurare il potere di Hadi in tutto il Paese. Benché le fonti saudite sostengano che dall’inizio del conflitto i ribelli Houthi abbiano perso terreno soprattutto nel sud dello Yemen, gli obiettivi dell’operazione a guida saudita non sono stati raggiunti, cosicché Sana’a è ancora nelle mani degli alleati di Saleh. (Per approfondire le dinamiche alla base del conflitto, leggi qui)

Secondo l’Economist, la guerra in Yemen sarebbe giunta ad uno stallo da mesi, pertanto entrambi i contendenti sono consapevoli che una vittoria militare nel breve termine non sarà raggiunta da nessuno, salvo improvvisi colpi di scena. Se così fosse, si potrebbe sperare che la tregua di aprile, alla quale dovrebbe seguire un secondo round di colloqui di pace in Kuwait, sarà rispettata senza sorprese. Ai primi di marzo due ufficiali Houthi hanno riferito come una loro delegazione si trovasse a Riyadh per discutere i termini di un eventuale accordo di pace tra le parti, un episodio che, se confermato, farebbe pensare ad una possibile svolta. L’incontro sarebbe avvenuto su invito delle autorità saudite, e rappresenterebbe, de facto, i primi colloqui diretti tra le parti, senza la mediazione di attori internazionali. Tuttavia, sebbene la notizia sia stata battuta da agenzie di stampa come la Reuters e ripresa poi da testate come al Jazeera e The Guardian, le fonti ufficiali, come il Presidente Hadi e il ministero degli Esteri saudita, non l’hanno né confermata, né commentata.

La soluzione del conflitto in Yemen, comunque, non potrà avvenire se non con l’impegno delle due potenze regionali, Arabia Saudita e Iran, che hanno intrapreso, nel più povero tra i Paesi del mondo arabo, una vera e propria guerra per procura. La rivalità tra i due giganti del Medio Oriente si è già manifestata durante la guerra in Iraq e continua a dare i suoi effetti anche nel disastro siriano. Nel particolare, i motivi sono molteplici. I sauditi vedono nell’Iran sciita una minaccia di tipo religioso, tanto che i conflitti si pongono in un’ottica manichea che vede la contrapposizione tra sciiti e sunniti. Inoltre, negli ultimi dieci anni, la Repubblica iraniana si è imposta come una potenza all’interno dello scacchiere mediorientale, adottando una politica di espansione culturale e politica che ha minato l’equilibrio di potere incentrato sulla monarchia saudita. Il riavvicinamento – seppur parziale – degli Stati Uniti, con la fine delle sanzioni, ha avuto come risultante un’ulteriore legittimazione di Teheran, e ha fatto sentire Riyad con le spalle al muro, aumentando notevolmente la tensione tra i due.

A livello internazionale, da sottolineare l’intervento dell’ONU, che ha agito non solo come intermediario per promuovere progetti di pace, ma anche per garantire il rispetto dei diritti umani attraverso l’apertura di inchieste sulle violazioni del diritto internazionale umanitario. Anche l’Unione Europea ha fatto sentire la propria voce in merito al conflitto. Il 25 febbraio scorso, il Parlamento europeo ha approvato una mozione per decretare l’embargo di armi verso l’Arabia Saudita. Non è vincolante, ma sicuramente ha un alto valore politico, visto che è stata approvata in seguito allo scandalo destato dalla notizia che molti Paesi membri dell’Unione continuavano a inviare armi ai sauditi, violando le normative europee sul controllo delle armi.

Nonostante la portata internazionale della guerra, le problematiche dello Yemen rimangono complesse e la sua collocazione geografica lo fa apparire un Paese remoto, con una scarsa copertura mediatica. Tuttavia la soluzione del conflitto yemenita è essenziale innanzitutto per porre termine a una carneficina che ha già causato seimila morti, più di due milioni e mezzo di sfollati e una gravissima emergenza umanitaria. Inoltre, il vuoto di potere creatosi in alcune città del sud dello Yemen ha ridato spazio ad elementi terroristici afferenti tanto ad al Qaeda quanto al gruppo dello Stato Islamico. In particolare, la presenza di quest’ultimo è ancora debole, infatti si è manifestata attraverso attacchi suicidi e singoli assassinii in poche città, tra le quali Sana’a (vedi l’attacco alle moschee nel marzo dell’anno scorso) e Aden.

Il pericolo più serio è invece rappresentato da AQAP, Al Qaeda nella Penisola Arabica. Secondo fonti dell’antiterrorismo americano, essa sarebbe uno dei suoi affiliati più potenti. Nata alla fine degli anni Novanta e manifestatasi soprattutto nel 2009 con un’ondata di violenza suicida contro il governo yemenita, AQAP era stata indebolita grazie all’intervento dei droni americani. Tuttavia, i vuoti di potere generati dalla guerra del 2015 hanno favorito la rinascita in grande stile di questo ramo di al Qaeda. Secondo la Reuters, infatti, dal momento che le zone di combattimento si sono concentrate nella parte ovest dello Yemen, molte città del sudest sono rimaste militarmente scoperte. Tra queste vi è Mukalla, la quinta città yemenita per estensione, ma soprattutto il terzo porto più grande dello Yemen.

Qui AQAP si è rafforzata e arricchita più che mai, grazie agli introiti derivanti dalle rapine ai depositi bancari della città, ma soprattutto dal controllo del porto che ha permesso ai combattenti di imporre pedaggi al traffico marittimo, in operazioni praticamente piratesche. AQAP ha assunto il controllo di almeno seicento chilometri di costa in una zona strategicamente importantissima per le rotte del petrolio, vicina infatti allo Stretto di Bab-el-Mandeeb, attraverso il quale ogni anno viene trasportato il 30% delle riserve mondiali di greggio. Proprio per questa ragione, lo stretto è soggetto già ad azioni di pirateria da parte di gruppi somali, e il rafforzamento di AQAP non fa che peggiorare la situazione. Ma il fattore più preoccupante rimane comunque il controllo di Mukalla da parte dei qaedisti, poiché essa è collegata attraverso gli oleodotti all’area petrolifera di Masila, base almeno dell’80% delle riserve totali di petrolio in Yemen. Per questo motivo, come riferito dalla Reuters, compagnie petrolifere del calibro di Total e Nexive sono state costrette a fermare la produzione e le esportazioni.

La situazione yemenita, dunque, è tutt’altro che confinata a fattori locali. Le sue conseguenze, infatti, si ripercuotono fortemente sulle dinamiche internazionali, tanto economiche che politiche e sociali. Molto dipenderà dalla volontà e dal senso di responsabilità di Arabia Saudita e Iran nel tentare almeno di attenuare una situazione già disperata che rischia di peggiorare ulteriormente. L’occasione della tregua e la prospettiva dei negoziati per la pace saranno quindi il banco di prova per le due potenze regionali, che magari proprio attraverso la risoluzione delle tensioni in Yemen potrebbero trovare la strada per una distensione tale da facilitare anche il processo di pace in altre parti del Medio Oriente. Come in Siria, per esempio.

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Sabrina Sergi

Laureata magistrale in Scienze della Politica a Lecce, con 110 e lode, ha approfondito i suoi studi di politica internazionale presso l’ISPI di Milano, dove ha frequentato il Master in Diplomacy. Passioni collaterali: scrittura, letteratura e storia.
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