Dallas Buyers Club, la recensione

05/02/2014 di Jacopo Mercuro

Dallas Buyers Club

Presentato in anteprima al Toronto Film Festival lo scorso settembre, è finalmente uscito nelle sale italiane Dallas Buyers Club. Molta la trepidazione intorno al suo arrivo nei cinema, un’attesa dovuta dall’eco mediatico che lo aveva posto sotto i riflettori. Negli States ha già riscosso un grande successo, consacrandosi con la vittoria di due Golden Globe e sei nomination all’Oscar.

“O God, life is strange

People come and people go

Some move fast and some move slow”

“Life is Strange” by T. Rex (Dallas Buyers Club Soundtrack)

Dallas Buyers Club, Recensione
Un irriconoscibile Matthew McConaughey

Negli ultimi tempi la tendenza è quella di scrivere sceneggiature ispirandosi a storie reali, cosa che riesce a creare un maggior effetto empatico sulle emozioni degli spettatori. Dallas Buyers Club narra la triste vicenda di Ron Woodroof, un elettricista texano degli anni 80, che vive all’estremo tra alcol, sesso e droga. La sua vita ordinaria cade in frantumi quando, dopo un malore e conseguente ricovero in ospedale, gli viene diagnosticato il virus dell’HIV. Per Ron inizia il calvario. Con enorme sconforto, comincia a fare ricerche su una malattia che all’epoca trovava forza sulla sua disinformazione. Inizia le cure con un farmaco sperimentale che, nonostante risulti nocivo, le case farmaceutiche continuano a far circolare. Capita la trappola dei signori della morte, Ron, si affida ad un bizzarro medico che gli chiarisce come non si possa guarire, ma con determinate cure e accortezze sullo stile di vita, vivere più a lungo. Tornato a Dallas, decide di importare i prodotti (illegali negli USA) per trarne un cospicui profitto. Insieme a Rayon (Jared Leto), un travestito conosciuto durante il periodo di ricovero in ospedale, crea una società che offre cure alternative ai malati di aids. Nasce il Dallas Buyers Club, dove con 400 dollari puoi ricevere le cure non approvate dal dipartimento della salute, contro il quale, Ron, inizia un braccio di ferro che durerà fino al giorno della sua morte. Quello che per il protagonista era iniziato come un business, diviene una ragione di vita, decidendo di aiutare, senza alcun profitto, tutti i suoi “clienti”.

In modo abile e intelligente, gli autori, non cadono nella trappola del film a tema, accennando, senza effetto documentaristico, la critica sull’operato delle case farmaceutiche. La pellicola intraprende una strada ben precisa, non si perde nel buio dell’esasperazione forzata. I protagonisti, grazie ad interpretazioni fuori dal comune, illuminano il sentiero tracciato dalla regia e dalla sceneggiatura in post produzione. Matthew McConaughey e Jared Leto, quasi irriconoscibili per i chili persi, forniscono una recitazione sopra le righe, aggiudicandosi gli ultimi Golden Globe e successive nomination agli Oscar. McConaughey, da tempo, si sta dimostrando uno dei migliori attori in circolazione, capace di recitare in ruoli intensi e drammatici, abbandonando, speriamo per sempre, le commedie rosa. Per Jared Leto vale lo stesso discorso, un artista eclettico, che più di tutti, merita l’Oscar come attore non protagonista.

Gran parte della critica è rimasta delusa per la scelta di incentrare, quasi l’intera durata del film, sul personaggio di Ron Woodroof, lasciando poco spazio al resto del cast. Una mossa azzardata che si è rivelata vincente. Il pubblico si ritrova continuamente a tu per tu con il personaggio di McConaughey, creando un senso di solitudine, causato dall’abbandono della società in cui vive. Il protagonista, nonostante il virus, continua ad essere uomo come lo è sempre stato, continua ad essere una persona che nutre speranze, con dei sogni ancora da realizzare. Disinformazione ed etichettamento pesano come un macigno sulle gracili spalle di un uomo ammalato, che, oltre a dover fare i conti con se stesso, si trova costretto a difendersi da un mondo che lo considerata un rifiuto, o peggio ancora, un pericolo.

Potrebbe sembrare una storia ruffiana, costruita alla perfezione per commuovere e ammaliare lo spettatore. Ma nella vita di tutti i giorni c’è anche questo. Non possiamo limitare il mezzo cinematografico a storie leggere e patinate, mettendo la testa sotto terra o semplicemente farsi coccolare dalle pellicole. Il cinema è in grado di coinvolgere il pubblico come nessun’altra espressione artistica, ma spesso, autori e registi, evitano con attenzione di turbare la nostra tranquillità. Troppo spesso, vedendo un film, si ha l’impressione di continuare la vita di tutti i giorni, il cinema non può essere uno strumento usato per dimenticare, per qualche ora, il nostro quotidiano. Il cinema non deve essere semplicemente evasione, ma deve essere soprattutto riflessione. Ha il dovere di immergerci in storie che, lontane o vicine alla nostra vita, fanno parte della storia di persone come noi.

In Dallas Buyers Club, c’è la scintilla che porta al cambiamento. Siamo di fronte al precipizio quotidiano, dove tutto può improvvisamente mutare distruggendo il nostro castello di carta. Un’evoluzione morale che si raggiunge mettendoci nei panni di chi, con prontezza, discriminiamo ed emarginiamo. Un salto dall’altra parte della staccionata, dove si ha la visione da un’altra prospettiva. Il passato può continuare ad essere un’ancora pesante, oppure un trampolino di lancio per un nuovo presente, lungo o corto che sia.

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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