Dalla voluntary disclosure 3,2 miliardi, l’80% dalla Svizzera

16/11/2015 di Alessandro Mauri

Il maggior gettito garantito dalla voluntary disclosure raggiungerà gli obiettivi del governo, ma la lotta all'evasione è tutta in salita

La proroga della Voluntary disclosure al prossimo 30 novembre permetterà allo Stato di incassare oltre 3 miliardi di euro, grazie soprattutto all’emersione di capitali illecitamente detenuti in Svizzera. Un primo passo concreto nella lotta all’evasione, ma la strada è ancora lunga.

La voluntary disclosure – I contribuenti che possiedono capitale all’estero non dichiarati al fisco italiano, attraverso la voluntary disclosure possono regolarizzare la propria posizione denunciando la propria violazione degli obblighi fiscali all’Agenzia delle Entrate. Con questa procedura si è tenuti a versare integralmente sia le imposte evase sia gli interessi nel frattempo maturati, ma si gode di significativi benefici sul lato delle sanzioni e delle conseguenze processuali. L’idea in realtà non è nuova, e sono stati molti i tentativi in passato di far rientrare capitali illecitamente detenuti all’estero, con sanatorie e vantaggi anche molto più significativi, ma con risultati molto scarsi. I numerosi accordi di collaborazione siglati negli ultimi anni tra Italia e paradisi fiscali, su tutti la Svizzera, ha però messo gli evasori nella condizione di non poter nascondere più i loro capitali in maniera agevole, e da qui deriva il buon successo della voluntary disclosure.

Proroga e dati – Il parlamento ha definitivamente approvato la proroga della voluntary disclosure al 30 novembre 2015, mentre si avrà tempo fino al 30 dicembre 2015 per integrare l’istanza con nuovi documenti e informazioni. Al 5 novembre erano giunte all’Amministrazione tributaria oltre 79 mila istanze, con un aumento degli imponibili di 7,4 miliardi di euro e gettito fiscale aggiuntivo per 2,5 miliardi di euro. Al 14 novembre la cifra complessiva di maggiori entrate era già salita a 3,2 miliardi di euro. Una buona dote di risorse, che però saranno interamente destinate a coprire clausole di salvaguardia previste dalle precedenti leggi di Stabilità, e in particolare per evitare l’aumento dell’accisa dei carburanti. Va però fatto notare come le maggiori entrate non saranno una tantum, ed il rientro dei capitali derivanti andrà a costituire imponibile anche in futuro, anche se la cifra complessiva incassata sarà minore dal momento che non comprenderà la quota interessi ed eventuali sanzioni.

Capitali Svizzeri – Secondo i dati forniti da Generale servizi amministrativi (Gsa), la quota principale dei capitali rientrati mediante voluntary disclosure arriva dalla Svizzera (oltre l’80%), a testimonianza della sensibilità delle banche elvetiche al tema della trasparenza, derivante anche dagli accordi firmati con il governo italiano lo scorso gennaio. Mancano invece quasi completamente i capitali provenienti dal Principato di Monaco, nonostante accordi analoghi. Oltre metà delle istanze riguardano capitali inferiori al milione di euro, mentre sono in leggero aumento quelle riguardanti capitali compresi tra i 5 e 10 milioni di euro, ora al 6%, forse perché capitali più ingenti hanno richiesto procedure più articolate. Le dimensioni relativamente poco elevate dei patrimoni rientrati dimostrano che i grandi capitali hanno avuto modo di spostarsi verso altri Paesi che continuano ad essere a tutti gli effetti paradisi fiscali, mentre per capitali inferiori evidentemente il gioco non valeva la candela, e i detentori hanno preferito approfittare della voluntary disclosure e sanare le proprie posizioni.

Obiettivi raggiunti? – Grazie alla proroga al 30 novembre il governo raggiungerà gli obiettivi di emersione e di maggior gettito fiscale previsti grazie alla voluntary disclosure, e questa è una buona notizia. Per una volta infatti le previsioni di recupero di capitali non sono state sovradimensionate e il gettito riuscirà a coprire appieno la clausola sull’aumento delle accise, senza ulteriori interventi. E’ tuttavia evidente come questa misura, da sola, non sposta di molto il problema dell’evasione fiscale in Italia: la possibilità di muovere capitali verso altri paradisi fiscali è ancora molto percorsa, e difficilmente si giungerà ad accordi con Paesi come le isole Cayman o Curacao, che basano la propria economia quasi esclusivamente sui capitali esteri nascosti al fisco. Resta molto da fare anche sulla tracciabilità delle transazioni, sul lavoro nero, sulle prestazioni dei professionisti, e così via. La montagna è stata appena scalfita, il lavoro è ancora lungo ed arduo, e lo slogan “pagare tutti, pagare meno” è ancora un miraggio.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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