Dalla Seconda Repubblica alla… Seconda?

09/09/2014 di Luca Andrea Palmieri

Cerchiamo di spiegare perchè non è corretto dire che l'Italia, con il suo piano di riforme, è pronta ad inaugurare la Terza Repubblica

Uno dei termini più giornalisticamente abusati degli ultimi vent’anni è la definizione di Seconda Repubblica. La storia è nota: con Tangentopoli e la conseguente morte politica della Democrazia Cristiana, tutto il mondo politico italiano ha vissuto dei cambiamenti enormi. Finì l’asse centrista della Dc – che al suo interno aveva blocchi di centrosinistra e di centrodestra – ed il sistema della conventio ad excludendum, che escludeva i comunisti dal governo a favore di continue alleanze del partito maggiore con quelli minori ai due lati dello scacchiere politico.

Il cambiamento fu radicale, non solo per l’ingresso in campo di Silvio Berlusconi che, con Forza Italia, riempì buona parte del vuoto lasciato dalla Dc, promettendo una svolta liberale (smentita dalla storia) capace di cambiare il registro del nostro paese. Al governo, con Berlusconi, andò anche l’MSI, pronto a divenire, qualche mese dopo,  l’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini. Per la prima volta dai tempi del fascismo entrava a Palazzo Chigi un partito di destra, storicamente ispirato alla Repubblica Sociale Italiana, sebbene ben avviato su un percorso di moderazione. Inoltre, si imponeva con forza dirompente sulla platea nazionale un partito giovane e di protesta come la Lega Nord: nata nel 1989 dalla fusione di vari partiti locali, aveva la sua ragione di esistere nella promozione dell’indipendenza del nord.

Romano Prodi, primo Presidente del Consiglio di un governo che includeva gli ex del Partito Comunista Italiano
Romano Prodi, primo Presidente del Consiglio di un governo che includeva gli ex del Partito Comunista Italiano

Le cose erano cambiate in maniera sostanziale anche a sinistra. La caduta del muro di Berlino e la fine dei regimi comunisti dell’est avevano mutato le condizioni storiche e ideologiche entro cui si muoveva il Partito Comunista. Così, già nel 1991, il PCI era diventato Partito Democratico della Sinistra (PDS), e si era scisso da un’ala oltranzista che avrebbe fondato Rifondazione Comunista, a lungo guidata da Fausto Bertinotti. In un contesto storico così diverso, non vi erano più le basi per imporre un’esclusione a priori delle sinistre dal governo, e, benché Berlusconi abbia fatto per anni campagna elettorale giocando sul pericolo rosso, nel 1996, per la prima volta, le forze progressiste arrivavano al governo con Romano Prodi.

Insomma, nel giro di 5 anni, dal 1991 al 1996, la geografia politica del paese era cambiata in modo inimmaginabile sino a pochi anni prima. Inoltre, nel 1993 era stata approvata, in risposta al passaggio del referendum sostenuto dai Radicali, la legge Mattarella, atta a riformare il sistema elettorale italiano: in parte maggioritario, scompariva il sistema delle preferenze che tanto era stato accusato di favorire la corruzione.

I giornali italiani, sempre proni alla ricerca del titolo ad effetto ed alla creazione di definizioni storiche, non potevano che lanciarsi a capofitto. Così non ci misero molto a dichiarare l’inizio della Seconda Repubblica. Eppure la questione non è così semplice. Cosa definisce una Repubblica? Non il sistema partitico, come potrebbe sembrare: quello di per sé può essere molto fluido, anche se certe linee guida rimangono costanti nel tempo. Fare riferimento al sistema elettorale può avvicinarsi alla realtà, ma l’equivoco rimane: non a caso, quando nel 2006 è stata approvata la legge Calderoli, nessuno ha ipotizzato la fine della Seconda Repubblica. Eppure i partiti sono cambiati molto, ed anche le alleanze. Vi fu infatti il periodo di grazia dell’Italia dei Valori, ed in quelle elezioni si crearono, unica volta negli ultimi vent’anni, due maxi-coalizioni che racchiudevano tutti i principali partiti dell’arco parlamentare, dando adito all’illusione del bipolarismo.

La verità è che il fattore dirimente del passaggio da una vera “Prima” a una “Seconda” Repubblica sta nell’impianto Costituzionale, nel rapporto tra i poteri e nella loro organizzazione istituzionale. Esempio per eccellenza è il passaggio dalla Quarta alla Quinta Repubblica Francese, introdotta nel 1958. La Quarta Repubblica, nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, era una forma di Repubblica Parlamentare piuttosto debole: nei suoi 12 anni di vita si susseguirono ben 22 governi diversi. Le conseguenze della crisi algerina, con la salita al potere dell’ex generale Charles De Gaulle, portarono all’approvazione di una nuova Costituzione, che introdusse un semi-presidenzialismo in cui il Presidente della Repubblica aveva molti poteri. E’ il sistema che, nonostante svariate modifiche, sopravvive ancora oggi.

Charles De Gaulle, ai tempi della prima Presidenza della Quinta Repubblica Francese
Charles De Gaulle, ai tempi della prima Presidenza della Quinta Repubblica Francese

In Italia non accadde nulla di tutto questo. Cambiarono i partiti, cambiò la legge elettorale, ma l’assetto istituzionale e l’equilibrio dei poteri non si spostarono realmente dalle posizioni originali. Fino ad oggi, Camera e Senato sono rimaste titolari della sovranità, nell’ambito di un sistema di bicameralismo perfetto, con il Presidente della Repubblica avente funzione (non solo, sia chiaro) di garante. Certe questioni, come la rilevante imposizione della produzione legislativa del Governo, sono avvenute attraverso strumenti esistenti – come i decreti legge, di cui tra l’altro si è registrato l’abuso, limitato dalla Corte Costituzionale. Solo nel 2001, la riforma del Titolo V ha portato un sommovimento, cambiando l’organizzazione delle competenze tra Stato e Regioni: un fatto importante, ma che certo non basta a definire il passaggio a una nuova forma Repubblicana.

Se nei prossimi mesi la riforma del Senato passerà, allora vivremo una svolta effettiva, non solo giornalistica, ma anche da un punto di vista tecnico. Finirà il sistema del bicameralismo perfetto e ci saranno modifiche anche nei rapporti tra i poteri, in particolare tra Governo e Parlamento. Al di là di ogni valutazione di merito e sulle specificità dei provvedimenti, le modifiche in atto probabilmente non avranno lo stesso peso della transizione dalla Quarta alla Quinta Repubblica francese. Il passaggio, seppur porti con sé la riduzione di importanza del Senato e un rafforzamento del Governo, non è paragonabile all’avvento del semipresidenzialismo.

Siamo dunque a un bivio: se la riforma passerà, allora si potrà parlare davvero di Seconda Repubblica (i media verosimilmente parleranno di una Terza, anche alla luce del declino del periodo Berlusconiano e alla crescita del Movimento 5 Stelle). Se si fermasse al palo, al di là del caos politico che seguirebbe, una cosa è certa: nonostante cambino i partiti e le leggi elettorali, rimarrebbe sempre la classica, vecchia Prima Repubblica. Anche se, coerentemente all’italica consuetudine di coprire di una patina nuova le cose vecchie, ci piace definirla Seconda.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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