Dalla parte dei vincenti?

14/11/2016 di Francesca R. Cicetti

I mugugni democratici da oltreoceano ci ricordano il passatempo preferito delle sinistre: l'autocommiserazione.

C’è voluta la sconfitta elettorale a ricordare all’America e al mondo che nessuno ama Hillary Clinton. Che l’espressione severa da maestrina fa storcere il naso ai suoi concittadini. Che troppi endorsement da parte dei poteri forti la incatenano a una vecchia classe dirigente perdente e muffita. Che i poteri forti sono il male. Che Hillary Clinton è il male. Che Bernie Sanders, invece, avrebbe avuto l’approvazione di tutti. Proprio di tutti. E quella sì che sarebbe stata la scelta giusta per far conquistare la Casa Bianca ai democratici. Ammesso, certo, che Sanders sia un democratico.

Insomma, c’è voluta la sconfitta elettorale per rendersi conto che in fondo, a nessuno piaceva Hillary Clinton. O forse piaceva solamente nella misura in cui si era sicuri che avrebbe vinto. Da perdente ha molti più difetti. Ora, e solo ora, ci si ricorda che la classe media bianca ha tutto il diritto di essere insoddisfatta. E tutto il diritto di scegliere il candidato fuori dal sistema. La mina vagante. Perché il sistema perde, e la novità vince. Quasi ovunque.

Mugugnando, si foraggia quell’autocommiserazione tipica di tutte le sinistre. Quel continuo chiedersi come ci siamo ridotti. Incapaci di scegliere il candidato giusto per portare a casa la vittoria. O meglio: incapaci di ricordarsi in tempo che il candidato scelto è quello sbagliato. E ora che da possibile vincente si è trasformato in perdente, non vale la pena cercare di sostenerlo ancora. Non ha più fatto un buon lavoro, praticamente in nessun campo. E la sconfitta di Hillary Clinton era segnata fin dall’inizio. Perché Hollywood non è la distesa desertica del Texas; perché i giornalisti e le banche non sono gli impiegati che non arrivano a fine mese; perché la vita vera non è quella dei newyorkesi con la Mercedes, ma quella degli abitanti dell’Arizona a cavallo. Ma non lo si sa, non lo si ammette fino alla fine.

E allora non importa più che Trump sia una figura controversa, dubbia, spinosa. A questo punto tutti – anche i più catastrofici detrattori – sembrano convinti che la sua presidenza non sarà la fine del mondo. Non brillante, forse, ma non più un’apocalisse, come profetizzato in campagna elettorale. E il cambio di rotta non ha niente a che vedere col rispetto della sovranità popolare. O meglio, non del tutto.

Perché è vero che Trump presidente va rispettato perché scelto dagli Americani, e le pire in piazza dei suoi fantocci sono sterilità retrograde. Ma è anche vero che la marcia indietro su di lui e sulla sua avversaria non riguarda solo questo. Riguarda anche la straordinaria attitudine democratica all’autocommiserazione, alla fustigazione e al pianto retrospettivo. Quel gridare di aver sbagliato tutto, e che se si fosse fatto in un’altra maniera il risultato sarebbe stato diverso. Quasi sempre, nella maniera suggerita dal piagnucolone. La colpa è continuamente di qualcun altro: delle banche, della borsa, del tailleur della Clinton, di chi non ha votato Sanders. Ogni scusa per non ammettere di essere finiti dalla parte del perdente. Trovarsi da quel lato è spiacevole, tanto da far immediatamente partire una raffica di j’accuse.

Ma in democrazia è così, non si può sempre fare il nido sotto l’ala del vincitore. A meno di non saltellare da un lato all’altro, sempre finché la coscienza politica ce lo permette. Quando si perde, è inutile borbottare, giustificare malamente gli errori e discolparsi con un “io l’avevo detto”. O meglio, va bene parlarne. Purché non sia solo uno scaricabarile, un alleggerimento di coscienze. E se ne faccia tesoro. Tra quattro anni si vedrà.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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