Dalla Coppa Italia a oggi: è il momento di occuparsi della violenza ultrà

16/07/2014 di Luca Andrea Palmieri

Sono passati più di due mesi, ma i fatti del 3 maggio a Roma, giorno della famigerata finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, rimangono sempre al centro dell’attenzione, dopo la morte di Ciro Esposito. Nel mentre si attendono ancora interventi istituzionali contro la violenza negli stadi nel mondo del calcio. Il 15 luglio infatti, un romano è stato accoltellato da alcuni tifosi napoletani fuori dalla stazione centrale di Napoli, in piazza Garibaldi. E’ il secondo caso nell’ultimo mese.

Non è stato un vero tentativo di omicidio ma uno “sfregio”, un colpo all’anca che, se possibile, trasporta un messaggio simbolico ancora più forte. La dinamica dei fatti ancora non è chiara. Secondo quanto riportato dai mezzi di informazione, il tifoso sarebbe stato avvicinato da alcuni giovani che, sentendo il suo accento, gli avrebbero chiesto provenienza e fede calcistica. All’ammissione del tifo per la Roma, sarebbe partita la coltellata, accompagnata da un “Questo è per Ciro” che lascerebbe poco spazio all’interpretazione.

A onore del vero, rimangono ancora dubbi sulla dinamica dell’evento: l’aggressore, che pare non far parte di gruppi ultrà romanisti, ha deciso di non sporgere denuncia. La cosa ha lasciato perplessi gli inquirenti, che hanno deciso di convocarlo per ascoltare la sua versione dei fatti. Qualsiasi sia però il risultato, il timore è che siamo alle soglie di una guerra tra tifoserie: proprio quel che meno serve oggi al nostro boccheggiante movimento calcistico.

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Il Ministro degli Interni Angelino Alfano

D’altronde che le cose non si sarebbero messe bene dopo il 3 maggio lo si era capito da subito. Dopo gli spari e la trattativa tra l’ultrà Gennaro De Tommaso, il Ministro degli Interni Alfano ha subito paventato la possibilità del Daspo a vita per i tifosi violenti, e, durante un’interrogazione parlamentare, ha in pratica dichiarato che è andato tutto come doveva andare, tranne che per il tifoso sparato. Rimane il dubbio di cosa, per lui, potesse “andare storto”: forse il crollo dell’Olimpico. Dichiarazioni insufficienti insomma, vicine alla soglia del ridicolo.

Le parole di Alfano suonarono come una difesa degli apparati amministrativi, a partire dalla questura. Non si può dimenticare che due anni prima c’era stata un’altra finale di coppa Italia a Roma, tra Napoli e Juventus: due squadre le cui tifoserie univano le tensioni tra di loro a quelle con lo stesso tifo romanista. Eppure allora non successe niente. Merito di un apparato di sicurezza diverso, messo in moto da una questura diversa. Il discorso pubblico post-partita però si è concentrato sulla presunta trattativa all’interno dello stadio, negata a tutti i costi.

Ma le questioni a cui si è risposto sono una goccia rispetto a quelle sollevate: com’è possibile che si sia dovuti arrivare a chiedere di tenere buoni i tifosi alla frangia più violenta del tifo napoletano? Com’è possibile che Gennaro De Tommaso sia entrato allo stadio con una maglietta che inneggiava ad Antonio Speziale, l’assassino del poliziotto Filippo Raciti nei tristi fatti di Catania del 2007, mentre portare un ombrello in altri settori era impossibile per i controlli? Allo stesso modo, come sono entrati, in entrambe le curve, i petardi che hanno anche stordito un pompiere? Perché non c’era, all’interno dello stadio un apparato di sicurezza adatto ad evitare invasioni di campo, al di fuori di uno sparuto gruppo di steward? Insomma, le spiegazioni hanno fatto acqua da tutte le parti.

Ma è sull’esterno dello stadio Olimpico che rimangono le questioni maggiori: la prima, più grande, è perché, lungo tutto il percorso che da Tor di Quinto, luogo di ritrovo dei pullman di tifosi napoletani, fino all’Olimpico non vi fossero poliziotti destinati al controllo dell’ordine pubblico. Soprattutto alla luce del fatto che, a differenza di quel che è stato affermato, la zona è nota per la presenza di gruppi ultrà. E’ la stessa presenza di Daniele De Santis, che lì aveva il suo vivaio, a confermarlo: perché nell’organizzazione della sicurezza di un evento di tale portata nessuno ha calcolato che, lungo il tragitto, aveva la sua attività lavorativa un ex capo ultrà già condannato e riconducibile ad episodi violenti? Eppure per la questura, salvo il “piccolo” incidente, non ci sono stati particolari problemi, e nessuno si è preso la responsabilità di alcunché. Una triste caratteristica di un paese, il nostro, dove le dimissioni per il fallimento nell’espletare il proprio incarico non sono mai considerate. Come in questo caso, non è solo un problema della politica.

Adesso è ora di muoversi. Il Daspo a vita e le norme anti-violenza entro 15 giorni paventate da Alfano parvero più una dichiarazione di circostanza, utile a far apparire alta l’attenzione del governo, ma depotenziato dall’imminenza delle elezioni (come lo stesso Renzi dichiarò). Tra l’altro due settimane, per una questione delicata e mai affrontata col giusto polso, sono decisamente poche per trovare soluzioni precise adatte al nostro ordinamento.

Però acqua sotto i ponti ne è passata, e la situazione ha trovato la sua evoluzione. La morte di Ciro Esposito ha cominciato a scaldare gli animi, e gli effetti si stanno vedendo. Di certo non sarà più possibile, dato il grado di rischio, giocare la finale di un torneo nazionale a Roma. Inoltre la possibilità dello scoppio di una guerra tra tifoserie, già inaccettabile di per sé, rischia di portare gli scontri anche lontano dagli stadi, con sortite e infiltrazioni che mettono il calcio sempre più in secondo piano rispetto a una violenza insensata.

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Un particolare dalla riunione del Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica

Il 3 luglio vi è stato il Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, in cui Angelino Alfano ha incontrato i vertici delle Forze dell’Ordine e quelli del mondo dello sport. Si è parlato della necessità di prevenzione e contrasto dei fenomeni di violenza e illegalità connessi agli eventi sportivi, muovendosi su tre punti: normative, organizzazione e cultura. Eppure il discorso è in una fase molto interlocutoria, e non si parla ancora di norme stringenti – lo stesso Daspo a vita è scomparso dagli schermi –. Intanto il tempo passa, e il prossimo campionato inizierà tra appena un mese e mezzo. Il timore è che il duplice ingorgo di questi tempi, riforme istituzionali più l’elezione dei nuovi vertici della Figc – diretti interessanti inevitabilmente da consultare – possa allungare oltre l’auspicabile le tempistiche per nuove norme.

La necessità sta comunque tutta in un approccio nuovo. L’Italia non ha vissuto vere e proprie stragi come quelle degli anni bui in Inghilterra, ma una severità maggiore, che eviti all’origine conflitti che sempre più spesso si svolgono a distanza dagli stessi stadi, è necessaria. Modelli come quello – onnipresente – tedesco, e quello inglese, sono da prendere in considerazione. I club, influenzati dalle tifoserie fino a indizi di complicità, devono essere messi nelle condizioni di avere tutto l’interesse ad isolare le frange di tifoserie violente: oggi norme come la responsabilità oggettiva fanno si che l’appoggio sia dato da un “ricatto permanente”, che impone alle società di tener buoni i soggetti più pericolosi. Gli stadi devono essere studiati per permettere un miglior controllo, oltre che diventare attrattivi per le famiglie: chi frequenta le curve sa bene come i tornelli, per quanto utili, siano facilmente superabili, e gli steward, ragazzi pagati una miseria e senza uno specifico addestramento, non hanno alcun interesse a rischiare di essere malmenati per un ultrà senza biglietto.

Quel che serve è un cambio di prospettiva totale, che coinvolga tutto il movimento calcistico. E’ un’affermazione banale nella sua verità, ma si può partire proprio dalle norme sulla sicurezza. Perché chi ama davvero il calcio, vuole che sia di tutti, e ribellarsi al tifo violento è la prima necessità. Dunque, il governo si dia una mossa, a costo di dover agire con estrema durezza: è un atteggiamento che, a conti fatti, può portare più vantaggi che altro.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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