D’Alema e il referendum: questioni costituzionali o contraddizioni politiche?

16/09/2016 di Luca Andrea Palmieri

Il principale oppositore della riforma Boschi a sinistra, ha una lunga esperienza con i tentativi di riforme istituzionali in Italia: una storia fatta di proposte molto spesso più vicine a quelle di oggi di quanto non sembri, ad ascoltarne le uscite pubbliche

Sembra quasi un “destino manifesto”, quello di Massimo D’Alema, di essere presente politicamente con un ruolo di assoluto protagonista quando si parla di riforme istituzionali. Certo, il protagonismo attuale, in questi mesi che precedono uno dei referendum più importanti della storia recente del paese, è quello del contestatore (e forse non troppo paradossalmente, del conservatore). Ovvero di colui che cerca di disfare il quadro creato dalla riforma Boschi e che, all’interno dello stesso novero della sinistra, guida la minoranza interna.

Il “no”, in effetti, non solo salverebbe il bicameralismo perfetto e quella ripartizione delle competenze Stato-Regioni strutturata dalla riforma Costituzionale del 2001, costruita dal “suo” centro-sinistra e approvata proprio via referendum. Il risultato più netto, politicamente parlando, sarebbe il colpo pesante, quasi micidiale, alle fondamenta su cui Matteo Renzi ha costruito la sua presa sul PD. Chi di voto ferisce – in particolare, con primarie ed europee – di voto perisce.: questo sembra il ragionamento imperante di una minoranza del centro-sinistra, che pare ancora indecisa sul come far sì di riottenere la leadership morale e elettorale del partito da essa stessa fondato, ma in cui D’Alema torna ad avere un ruolo di primissimo piano.

Tant’è che durante l’estate l’ex segretario dei PDS è tornato a comparire con sistematicità in televisione e sulle principali testate, sempre con parole dure per il premier. Tra le accuse vi è, ad esempio, quella di aver seguito un programma congeniale a Berlusconi. È curioso come la storia dunque si ripeta, ed i criticati finiscano per diventare a loro volta critici: non fu infatti D’Alema ad essere accusato di non aver agito, quando avrebbe potuto, adeguatamente contro il conflitto d’interessi, di fatto spianando la carriera di Berlusconi nella politica italiana? E che dire del “patto della crostata”, quando per la prima volta il centro-sinistra e Forza Italia trovarono un accordo politico che avrebbe potuto essere decisivo del paese? Era il tempo della Bicamerale del 1997, e si parlava proprio di riforme costituzionali. La scelta cadde su un semi-presidenzialismo, con sistema elettorale maggioritario di coalizione, a doppio turno.  La storia, per quanto con una sostanza lievemente diversa, sembra proprio che tenda a ripetersi.

In effetti è proprio nei particolari e nella sostanza che si trovano le differenze che spingono, sul piano giuridico, la critica di D’Alema all’odierna riforma Costituzionale. Tra le critiche principali ascoltate fino ad ora, vi è la natura “ultramaggioritaria” della legge elettorale, che funzionerebbe solo quando i poli sono due: D’Alema ne ipotizza addirittura quattro, considerando una spaccatura che crei un polo competitivo a sinistra del PD: su quest’ipotesi il comparto della legge risulterebbe sbilanciato, vista la differenza notevole tra il risultato del primo turno e le conseguenze del ballottaggio. Inoltre, l’ex leader di sinistra prende in considerazione la riforma del 2006 – proposta dal centrodestra e che fallì l’appuntamento col referendum – considerando il suo impianto per svariati aspetti migliore, vista la proposta di ridurre i Deputati e l’elezione ancora diretta dei Senatori.

Colpisce in effetti il richiamo alla riforma berlusconiana e non a quella che fu proprio la sua bicamerale a proporre, che non andò in porto solo per il ribaltone di Berlusconi, dovuto al cambiamento del contesto politico. Viene da chiedersi se questa scelta non nasca perché, sulle questioni della forma di governo, D’Alema stesso non era stato al tempo molto lontano dalle posizioni sviluppatesi oggi. Già nel 1988, ai tempi del PCI di Occhetto, si ricordano sue posizioni a favore di un sistema elettorale maggioritario. E nel 1997, quando ancora i lavori per la bicamerale andavano avanti, la scelta fu tra un governo del premier e un semi-presidenzialismo, accompagnato da un sistema a doppio turno. Insomma, tra un sistema di governo più deciso di quello presente fino ad oggi, ed uno alla francese, in cui il capo dello Stato certo non è l’ultimo arrivato. Passò il semi-presidenzialismo, non per volontà della maggioranza ma per l’intrusione della Lega, fino ad allora assente ai lavori, intervenuta per boicottarli a favore di un riconoscimento federalista per la Padania. Seguì il patto della crostata, che portò alla definizione dell’idea di semi-presidenzialismo temperato di cui si è già detto.

Anche sul fronte del Senato la bicamerale dalemiana portò novità importanti: il numero dei Senatori doveva diminuire. Rimaneva la loro elezione diretta ma, anche in quel caso, qualcosa cambiava per quel che riguarda il voto alle leggi. Queste infatti dovevano dividersi in bicamerali paritarie, non paritarie e monocamerali. Per le prime, il sistema bicamerale vigeva come oggi; per le seconde, in caso di contrasto tra le Camere sarebbe stata quella dei Deputati a decidere (in un sistema non troppo dissimile da quello francese, a sua volta di bicameralismo imperfetto); sulle leggi monocamerali il discorso è evidente. Insomma, così come vi è oggi la critica sull’elettività del Senato, al di là dei costi e sulle sue competenze, lo stesso tipo di critica poteva essere presente anche al tempo: che senso aveva tenere ancora un Senato i cui poteri sarebbero diminuiti?

Certo, ognuno ha il diritto di pensare quel che vuole delle riforme. I dettagli di una materia così delicata sono vari, e possono cambiare di molto la percezione di ciascuno. Tuttavia colpisce che, tra le poche critiche dirette mosse da D’Alema alla riforma costituzionale, spicchino proprio alcune che non sembrano poi così tanto incoerenti rispetto alle proposte che la sua stessa bicamerale aveva impostato, quasi 20 anni fa. Ed in effetti non pare un caso che, proprio la materia più critica, la legge elettorale, non solo sia esterna alla riforma costituzionale in sé, ma sia anche la questione su cui vi è stata principale apertura da parte di Renzi. Dovessero arrivare cambiamenti, magari con un sistema basato sull’elezione uninominale dei Deputati, sarà più difficile per la minoranza PD portare avanti critiche che non vadano in contrasto con l’azione riformatrice proposta negli anni passati, soprattutto se il sistema andasse avvicinandosi a quello francese, in una certa reminiscenza di quel che la sinistra non riuscì a fare proprio nel 1997.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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