D’Alema & co.: il muro di Berlino del PD

04/09/2015 di Luca Andrea Palmieri

Il "leader Maximo" attacca Renzi e prospetta una leadership a sinistra che metta in pericolo quella dell'attuale Premier. Ma, dopo le tante occasioni fallite, appare ancora una possibilità remota, e la responsabilità è anche del suo gruppo dirigente.

C’è una cosa che deve colpire chi osserva le vicende interne del PD, soprattutto della minoranza Dem: come il dialogo tra le varie realtà interne (in particolare la vecchia dirigenza e il gruppo che fa riferimento a Pippo Civati, prima del suo distacco dal partito) sia stato improntato solo su temi di programmazione politica. Insomma, quando Renzi è diventato il “nemico” è andato bene far fronte comune, regolare il voto negativo congiunto (non sempre, tra l’altro) e condividere le critiche al Governo sui media. Ma oltre non si è andati: nessuna alleanza sostanziale tra i gruppi, nessuna unione di intenti intorno a una piattaforma programmatica alternativa a quella del Premier. E alla fine Civati ha fondato la sua Possibile, ennesimo risultato della tendenza all’iper-divisionismo della sinistra, privando il PD di uno dei suoi giovani dirigenti più lanciati sul piano nazionale.

L’osservatore dalla memoria lunga potrebbe criticare questa riflessione, ricordando come lo stesso Civati, a suo tempo, fosse alleato di Renzi all’insegna della “rottamazione”, contro una classe dirigente che sopravviveva, inamovibile, fin da prima della caduta del muro di Berlino e che sembrava riluttante ai cambiamenti culturali che muovevano il mondo. Uno dei motivi, quest’ultimo, per cui il centro-sinistra non ha poi trovato lo slancio giusto per battere elettoralmente il centro-destra di Berlusconi, finendo per ottenere solo poche vittorie, effimere per quanto poi sono state fragili.

Eppure il campo della politica è sempre molto fluido: ne è dimostrazione il modo in cui i partiti politici italiani sono cambiati negli anni. Colpisce dunque comunque il fatto che Civati, alla fine, abbia preferito andarsene, lasciandosi alle spalle una vecchia classe dirigente che – forse più giustamente, dal loro punto di vista di fondatori del PD – preferisce portare avanti la propria opposizione dall’interno del partito. Nessun vero dialogo dunque, non c’è stata la possibilità della creazione, internamente ai democratici, un fronte di opposizione ampio, ma al cui interno un dialogo costruttivo porti a un avanzamento politico-culturale che apra le porte al “nuovo” riuscendo così a contrastare chi, come Renzi, del fattore novità ha fatto il suo cavallo di battaglia. C’è da capire, a questo punto, quante speranze ha Possibile di diventare una forza dal peso specifico reale nel centro-sinistra, e non uno dei tanti fuochi di paglia che hanno movimentato le cronache degli ultimi anni.

In questo contesto si colloca l’intervista del Corriere della Sera di ieri a Massimo D’Alema. Il “Leader Maximo” ha parlato a tutto campo della situazione politica e internazionale, con competenza, criticando apertamente gli atteggiamenti politici di Renzi e dei suoi e ragionando su quella che probabilmente sarebbe la soluzione migliore per il ritorno in auge della “sinistra del centro-sinistra” nello scacchiere politico italiano: “[…] bisognerà vedere se nel centrosinistra emergerà nel prossimo futuro una personalità in grado di contendere a Renzi la leadership”. Certo, è il minimo. Ma intanto nessuno sembra avere questo profilo. Civati, evidentemente, per la vecchia dirigenza non lo ha avuto. Mai lo avrebbe potuto avere Cuperlo. E difficilmente lo avranno gli attuali “giovani” della minoranza Dem, come Speranza e Fassina.

Dunque, chi potrà essere il nuovo leader? E’ molto, molto difficile dirlo, con ombre così pesanti come quelle di personaggi come lo stesso D’Alema, ma anche di Bersani, Rosi Bindi, etc. Insomma, di una dirigenza paternale che tratta la sinistra come fosse cosa propria, come se i propri (pochi) successi fossero la giustificazione di un radicamento leaderistico che non è soltanto culturale, ma anche politico. E’ una sensazione che si ha, e pure forte, dalle parole dello stesso D’Alema. E quando quest’ultimo, alla fine dell’intervista, ricorda che “A destra la legge della convenienza funziona. A sinistra no. A sinistra è più forte la legge della convinzione”, e che “Berlusconi e Bossi si insultarono, si querelarono, ma il giorno dopo per convenienza si misero d’accordo. A sinistra questo non può accadere. Siamo fatti diversamente”, dimostra quant’è forte questo ragionamento, e quanto è radicato nella concezione stessa della sinistra italiana.

Perché non c’è dubbio che D’Alema dica cose vere, condivise da una parte importante del voto di sinistra, soprattutto dalla parte più anziana. Ma allo stesso modo, girandoci intorno, istituzionalizza quello che è sempre stato il problema fondamentale del centro-sinistra. La regola è di non andare mai a braccetto con gli altri (per quanto lo stesso D’Alema ci abbia provato, con la famosa bicamerale), mai discutere e trovare compromessi (ma non è questo il senso di un sistema democratico?) con chi è “geneticamente” diverso più del dovuto. Il centro-sinistra, come visto da D’Alema, è un popolo, ben definito. Litigioso, pronto spesso a spaccarsi, ad accettare con fatica l’accordo anche con il vicino di banco, figuriamoci con quello del gruppo “nemico”. Insomma, è il centro-sinistra del 24%, che sarebbe anche un ottimo risultato se non fosse scritto nella pietra in una maniera tale che, con queste premesse, governare (stabilmente almeno) diventa impossibile. E allora che senso ha tutto?

D’Alema ha ragione, dal punto di vista della sua parte politica, quando dice che serve una leadership in grado di contendere lo scettro del Pd a Renzi. Il problema è che, con queste premesse, culturali e politiche, con il soffocamento delle menti giovani in una dirigenza tanto ingombrante (e non stupisce che alla fine vecchi favoriti come Orfini abbiano preferito trasmigrare), tale leadership difficilmente arriverà mai.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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