Dal TFR ai fondi pensione, idee per la crescita

30/09/2014 di Alessandro Mauri

Per rilanciare consumi e investimenti il Governo sta vagliando alcune ipotesi i cui esiti potrebbero essere positivi, ma allo stesso tempo molto incerti e non privi di controindicazioni

Euro Moneta

A causa di difficoltà economiche che il nostro paese non sembra in grado di superare in alcun modo, si fanno strada nuove possibili soluzioni per rilanciare due degli elementi che più favorirebbero il rilancio dell’economia: i consumi e gli investimenti.

Tfr in busta paga – La prima delle opzioni allo studio del governo è rappresentata dalla possibilità di trasferire parte del Tfr in busta paga, con lo scopo di rilanciare i consumi, visti i risultati non particolarmente positivi del taglio dell’IRPEF (ovvero i cosiddetti “80 euro”). L’idea è quella di destinare, presumibilmente per i prossimi due o tre anni, almeno il 50% delle quote del Tfr in busta paga, anche se non è ancora chiaro se in un’unica soluzione oppure ad ogni mensilità. Attualmente il Tfr, calcolato sia in base alla retribuzione che rivalutato per coprire l’inflazione, può essere destinato o alla formazione di una liquidazione in caso di cessazione del rapporto di lavoro, oppure essere destinato a formare una pensione integrativa. A sua volta ci sono diversi trattamenti in base alle dimensioni dell’azienda. Il problema che sorge analizzando questa ipotesi, che potrebbe comunque risultare positiva per rilanciare almeno in parte i consumi, è quello delle compensazioni che dovrebbero essere riconosciute alle aziende: qualora il Tfr è destinato, per scelta del lavoratore, a rimanere in azienda, esso costituisce un’importante risorsa di liquidità per l’impresa stessa, che potrebbe avere delle difficoltà nel caso in cui non possa più disporne.

Il nodo dei fondi pensione – Per quanto riguarda il nodo degli investimenti, da molto tempo si guarda con interesse alle risorse a disposizione delle casse e dei fondi pensione, ovvero a quegli intermediari che gestiscono i contributi che poi verranno utilizzati per erogare prestazioni previdenziali complementari. Si tratta di ingenti patrimoni, che potrebbero fare molto comodo per finanziare infrastrutture e opere pubbliche, oltre che per favorire il collocamento di obbligazioni statali e di imprese. Resta tuttavia evidente come le politiche di investimento di questi fondi possano non coincidere con le effettive necessità del Tesoro: in primo luogo le casse hanno necessità di fare investimenti a medio-lungo termine, ma al tempo stesso abbastanza liquidi da permettere di rimborsare gli investitori che decidessero di uscire dal fondo o di farsi anticipare parte delle prestazioni; in secondo luogo occorre verificare la rischiosità degli investimenti proposti, in quanto un fondo pensione non può permettersi perdite eccessive, per non compromettere la possibilità di erogare le prestazioni previdenziali quando saranno dovute al lavoratore.

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Incidenza dei fondi pensione sul PIL; l’Italia è al 5,6% – dati Ocse 2012

Diverse opzioni – Va sottolineato come, al momento, gran parte delle risorse dei fondi pensione sia investita in titoli e obbligazioni estere, mentre l’esposizione verso strumenti del nostro Paese si limita al 30% circa, di cui la maggior parte è impiegata in titoli di Stato, e in continua diminuzione. Per questo si stanno studiando soluzioni per trasformare questi fondi in risorse utili per stimolare l’economia, favorendo l’investimento in imprese italiane, per esempio attraverso l’intermediazione di titoli appositi emessi dalla Cassa depositi e prestiti, oppure finanziando infrastrutture anche con il sostegno della Banca europea per gli Investimenti (BEI). Sembra invece esclusa l’ipotesi di imporre vincoli di portafoglio, costringendo casse e fondi ad investire una quota determinata dei loro patrimoni in strumenti finanziari nazionali, a prescindere da redditività, rischiosità e merito di credito, per via dell’effetto negativo che potrebbe avere sulle logiche di portafoglio di investimenti detenuti dagli stessi fondi. L’operazione potrebbe portare risorse attorno ai 5 miliardi di euro, e non è osteggiata dagli amministratori dei fondi, purché, come detto, non vengano imposti vincoli, ma li si metta in condizione di poter investire in strumenti consoni alle loro politiche di investimento.

La strada giusta – La strada intrapresa dal governo sembra essere quella giusta dunque, trovare il modo di rilanciare consumi ed investimenti (sia pubblici che privati) pare essere l’unica via percorribile per favorire la crescita. Nel merito delle operazioni va evidenziato come queste non siano riforme strutturali (salvo, in parte, gli eventuali strumenti per gli investimenti in infrastrutture da parte dei fondi), ma che in ogni caso potrebbero dare il via ad una serie di eventi favorevoli per il rilancio dell’economia. Certo, resta il dubbio di quanta parte delle risorse aggiuntive in busta paga andranno a confluire nei consumi piuttosto che nei risparmi (e il magro impatto degli 80 euro lascia poco spazio all’ottimismo), e quanto le risorse dei fondi finiranno alle imprese meritevoli o a finanziare infrastrutture effettivamente necessarie, ma come spesso accade in economia gli effetti di certe operazioni non possono essere pienamente determinati prima della loro applicazione.

Resta comunque da dire che gli sforzi per superare la crisi ci sono e le idee non mancano, ma è veramente giunta l’ora di intervenire con convinzione e con rapidità per, usando una metafora tanto cara al nostro premier, “uscire dalla palude”.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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