Dal Pd al Ncd, i problemi del governo e del partito di Renzi

25/03/2015 di Ludovico Martocchia

Tre maggioranze che Renzi cerca di gestire. Mentre si avvicina il momento di approvare le tanto agognate riforme, il premier segretario deve affrontare numerosi incertezze: interne come la minoranza Pd, esterne come il Nuovo Centro Destra.

Renzi, Governo, PD

Matteo Renzi, nella sua esperienza da premier, si è sempre mosso e alternato su tre pedane: il partito, il governo e la maggioranza per le riforme. La breve o lunga vita del suo esecutivo, i successi e gli insuccessi, dipenderanno da come l’uomo forte riuscirà a districarsi in questo alternarsi di poteri, numeri e persone. D’altronde, sin dai tempi antichi, la politica è mediazione tra le parti e Renzi deve ancora dimostrare di saper gestire tutte le complicazioni. I trionfi del fiorentino – di certo sottolineati dalla stampa e dalla televisione – sono stati tanti e non necessariamente utili alla comunità. Basti pensare alle vittorie elettorali alle europee e alle regionali, alla nomina del Presidente Mattarella e al Jobs Act. Ora la politica italo-renziana si trova in una fase di transizione, un passaggio dal boom di popolarità alla consolidazione a livello di risultati. E proprio in questi giorni che il premier affronterà una congiuntura difficile, dal punto di vista del governo e del partito.

Dentro il governo. Il caso Lupi ha portato a qualche dissesto nella maggioranza. Chi si è scottato di più è senza dubbio il Nuovo Centro Destra e non l’opinione pubblica che sembra aver già dimenticato il caso Lupi. Cosicché da ieri sono già arrivati i primi battibecchi tra Ncd e Pd sulla prescrizione. La Camera ha approvato in prima lettura il disegno di legge che allunga i tempi di decadenza del processo – soprattutto per i casi di corruzione. Un passo avanti sicuramente, eppure il partito di Angelino Alfano si è astenuto e ha fatto sapere che voterà contro a Palazzo Madama se i tempi non verranno accorciati parzialmente. La solita storia: valutazioni di rilevanza esclusivamente politica che entrano in discorsi fondamentali per la giustizia italiana. Tra l’altro sono le stesse considerazioni compiute da Forza Italia dopo l’elezione di Sergio Mattarella per le riforme. In molti sbattono contro Matteo Renzi e poi cercano di vendicarsi. Sarebbe troppo chiedere che i calcoli politici venissero dopo.

Dentro il partito. Nuove spaccature nascono anche nel Partito Democratico. Forse è sempre il solito giochino: tanti gesti non troppo eclatanti per contare un qualcosina in più nella macchina renziana. Così sta succedendo per la riforma delle banche popolari – ddl approvato in via definitiva al Senato – sul quale erano caduti a pioggia emendamenti in Commissione finanze a firma Boccia, Fassina, Civati e Cuperlo. L’altra frattura è insita nel Pd ligure. Il Sindaco di Bogliasco, Luca Pastorino (civatiano) si presenterà come candidato alternativo di sinistra alle regionali. Dietro ovviamente ci sono i sostenitori di Sergio Cofferati, già in polemica con Raffaella Paita, vincitrice delle primarie liguri del centro-sinistra. Tutti disguidi a cui il segretario premier non dà molto peso e che liquida con facilità. Come ha liquidato il problema dei sottosegretari indagati, seccatura rinata dopo le dimissioni di Maurizio Lupi. «Ho sempre detto che un avviso di garanzia non può giustificare le dimissioni. E lo confermo». Quindi per Renzi non esistono due pesi e due misure: Lupi si è dimesso per questioni etico-politiche, non per questioni giudiziarie. D’altronde anche il candidato Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per abuso d’ufficio, non ha fatto passi indietro. Al contrario li ha fatti avanti.

La vera sfida. In sostanza lo abbiamo capito. I problemi etici – che sono anche giudiziari – non interessano granché al Rottamatore. Il popolo italiano giudicherà i fatti concreti, le tanto aspettate riforme, istituzionali ed economiche. Come se il resto contasse poco o non contasse affatto. Questa è principalmente l’idea di Renzi, tipica di ogni leader decisionista che non si ferma dinanzi a nulla. La fase di transizione verso il consolidamento terminerà solamente se verranno approvate le cosiddette riforme e se tornerà la crescita, perché il premier sa che la valutazione elettorale – ma anche storica – avverrà in base a queste condizioni. La difficoltà sta nel non tirare troppo la corda, perché ad un certo punto rischia di spezzarsi. Gli esempi sono Forza Italia, già uscita dalla maggioranza delle riforme, il Nuovo Centro Destra che vuole una fetta più larga della torta, la minoranza interna del Pd, sempre a metà tra area di governo e opposizione.

 

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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