Dal Campidoglio a Palazzo Chigi, la mutazione m5s per cacciare Renzi

16/03/2016 di Edoardo O. Canavese

Roma e Milano, due facce della strategia politica grillina: a nord si rottama il movimento di sinistra, nella Capitale si sperimenta il populismo soft con Virginia Raggi. Una vittoria a Roma, dove il M5S è favorito, aprirebbe le porte per inediti scenari politici di portata nazionale, con ripercussioni sul governo.

Raggi, M5s, Roma

Le comunali costituiscono un importante appuntamento al quale è atteso il M5S. L’elevata possibilità che il movimento di Casaleggio e Grillo conquisti almeno una delle grandi città chiamate al voto di giugno, pone le premesse per un salto verso la piena maturità politica.

Se i pentastellati riuscissero a vincere a Roma, dove i sondaggi già li incoronano come favoriti, avrebbero l’opportunità di fare della Capitale la vetrina di un nuovo modo di governare, o meglio, di un nuovo modo di essere grillini; qui la candidata Virginia Raggi sta cambiando i connotati al grillino “tipo”, riuscendo così a conquistare attenzioni nella destra radicale. D’altro canto a Milano, con il ritiro della candidata Patrizia Bedori, il M5S conferma lo iato esistente tra una esigua base di militanti e le esigenze della Casaleggio Associati, sempre più padrona del destino del movimento. A Torino, infine, Chiara Appendino, scuola Bocconi e cresciuta in un ambiente di imprenditori, è considerata una rivale temibilissima per un mostro sacro come Fassino: in caso di secondo turno, l’esito elettorale è tutt’altro che certo.

Virginia Raggi è la più quotata, tra i candidati, alla successione di Ignazio Marino. A sostenerla non c’è solo un movimento che, all’ombra delle disgrazie democratiche e degli scandali bipartisan, ha saputo garantirsi un’oasi di rispettabilità. Considerando qualsiasi scenario che la veda gareggiare al ballottaggio, contro Giacchetti o contro Bertolaso/Meloni, è difficile non immaginarla trionfante. Soprattutto a destra, la Raggi gode di grande favore, sia nell’elettorato, sia presso i leader dei partiti. Salvini l’ha descritta come la candidata ideale. In Forza Italia la sua formazione presso lo studio legale di Previti è salutata come elemento accomunante. Non dubitiamo che, se il popolo del centrodestra fosse chiamato a scegliere tra lei e Giacchetti, sbarrerebbe convintamente il suo nome.

Qual è il segreto di Virginia Raggi? La nuova formula del grillismo che il vertici milanesi del movimento stanno cercando di diffondere nei candidati. I primi tentativi di amministrazione comunale da parte dei 5stelle sono stati deludenti. Quando per dissidi con i leader nazionali (Parma), quando per incompetenza e malgoverno (Quarto, Livorno), il M5S non è ancora riuscito a convincere nella gestione della cosa pubblica. La causa degli inciampi nei comuni è da vedersi nell’impreparazione dei candidati e del movimento locale e nell’assenza di programmazione politica omogenea. Poche idee e confuse. La Raggi sta esibendo un pragmatismo ed un personalismo inusuali per i candidati locali. Un vocabolario politico limitato ma digeribile, soprattutto allettante a destra. Rispetto delle regole, sicurezza, ambiente. Cammina per le periferie, presenzia nei salotti tv, recita impeccabile la linea del movimento come un consumato Di Maio. E’ il populismo soft che tanto va di moda in Europa.

Virginia Raggi è la risposta della Casaleggio Associati ai fenomeni Bedori. La candidata grillina a Milano ha deciso di abbandonare l’agone elettorale, promettendo sostegno a chi sarà scelto al suo posto. Espressione di un irrisorio numero di voti alle opinabili consultazioni pentastellate, la Bedori sostiene di essere stata oggetto di forti pressioni, mediatiche e denigratorie, fuori ma pure dentro il movimento, divenute infine insostenibili. La debolezza della candidata, al di là delle esecrabili accuse mossele, sta piuttosto nell’appartenenza a quel grillismo delle origini, terzomondista, di sinistra, che mal si accorda con gli appetiti elettorali di Casaleggio e che rischia di impantanarsi in un’area politica, la sinistra radicale, di per sé in permanente stato di confusione. Di qui la resa della Bedori, a margine di un incontro tra Grillo e Casaleggio, e dopo i dubbi sollevati dall’osservatore Dario Fo e la mancanza totale d’appoggio del M5S nei confronti della candidata meneghina: twittare #bedorisindaco per credere.

Il M5S si sta trasformando da movimento anti-sistemico a partito anti-renziano. La leadership raccolta in poche mani, il fantomatico Direttorio, soggetta a sua volta al placet della Casaleggio Associati, raccontano di una formazione politica sempre più alla ricerca di solidità e di conservazione del patrimonio elettorale conquistato. L’accettazione delle regole democratiche ha in un certo senso abituato il movimento stesso al sistema, facilitandone l’adesione all’ampio schieramento contro Renzi che unisce dalla sinistra estrema alla destra legaiola. In un quadro politico generale travagliato dalla sempre più evidente crisi ideologica, il M5S, che pur post ideologico si professava, si rilancia come forza populista, euroscettica e reazionaria in politica estera, conservatrice e nazionalista in quella interna. Basterà la conquista di Roma al M5S per aprire una breccia nello scenario politico italiano, come fu la presa di Parma nel 2012. Renzi dovrebbe affrontare il referendum costituzionale contro un M5S galvanizzato e istituzionalizzato, su cui il premier rischia dimissioni che avvicinerebbero molto i pentastellati a Palazzo Chigi.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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