Dal calciomercato all’Italia: storie di decadenze incrociate

01/02/2014 di Luca Andrea Palmieri

Il calciomercato di gennaio, si sa, non è mai ricco. I grandi giocatori non si muovono, salvo rare eccezioni, e intavolare trattative quando il campionato è ancora in corso non è mai facile: troppo il rischio di rompere equilibri, difficile trovare giocatori che, in così poco tempo, compensino il vuoto di chi è attirato dalle sirene dei club più blasonati. Eppure in qualche modo il mercato si muove, e quello italiano quest’anno ha portato molte manovre, più o meno azzardate, figlie di occasioni, rischi, clausole particolari e vere e proprie arrampicate. In questo metodi per vivacchiare, cercando di supervalutare i propri giocatori (soprattutto all’estero) e di arrampicarsi su qualsiasi specchio pur di portare avanti una trattativa, il calciomercato italiano assomiglia molto al paese che lo ospita: un sistema in crisi, che si inventa qualsiasi cosa pur di rimanere a galla, nonostante i soldi siano pochi e le possibilità di investimento ancor meno.

Il nuovo centrocampista del Milan, Michael Essien, con la maglia del Chelsea
Il nuovo centrocampista del Milan, Michael Essien, con la maglia del Chelsea

Il Milan – Così abbiamo il Milan di Berlusconi che si affida a un nome noto (Seedorf) per risollevare le sorti di una squadra che sembra subire la crisi economica più delle altre: nonostante questo il mercato c’è stato eccome, con arrivi come Honda, Rami, Essien e Taarabt. Soldi spesi per questi giocatori (salvo ingaggio ovviamente): praticamente zero, tra scadenze di contratto (Honda) e prestiti. Con alcuni dubbi: Essien ha dato il più nella sua carriera ed è riconosciuto come giocatore in fase calante e Taarabt è notoriamente una testa calda (vicino a Balotelli chissà cosa potrebbe succedere): ma si sa, quando si fa questo genere di mercato bisogna prendersi dei rischi.

L’Inter – C’è poi l’Inter di Tohir. Il presidente indonesiano dell’Inter sembra voler smentire, insieme a James Pallotta, quel che si dicevo: raro ormai è il caso di investimenti stranieri in Italia. Ma il campionato italiano è ancora una porta d’accesso alla Champions League, e qualcuno ancora è colpito dal suo fascino decadente. Certo, fino a poche ore fa, per i tifosi interisti non sembrava tutto rose e fiori, con l’acquisto del solo D’Ambrosio, e di sicuro non siamo davanti alle spese folli dei magnati arabi e russi che spadroneggiano in Inghilterra. Il colpo Hernanes ha sicuramente addolcito le posizioni di molti, ma attenzione, il giocatore è stato pagato tanto e il suo ingaggio sarà notevole: un perfetto affare in stile gennaio. Senza contare la telenovela Vucinic-Guarin. Quando lo scambio sembrava avviato sui tifosi dell’Inter aleggiavano molti fantasmi del passato (su tutti, il famigerato affare Carini-Cannavaro). Ma lo stop alle trattative è arrivato decisamente troppo tardi, con i giocatori che già avevano svuotato l’armadietto dopo aver sostenuto le visite mediche. Risultato: figuraccia mondiale per la società nerazzurra e conferenza stampa stizzita della dirigenza juventina. Sa molto degli affari raffazzonati e del trasformismo a cui la nostra politica ci ha abituato, no?

La Juventus – Poi c’è la Juventus, la squadra dell’amata e odiata Fiat. Domina in lungo e in largo, sul mercato fa gli affari migliori, lavorando tanto sui giovani. Certo, in Europa è andata come è andata, ma le prospettive rimangono rosee. E, dopo aver accarezzato l’idea del colpaccio Guarin, riesce a portare a casa Osvaldo in prestito gratuito, con uno stipendio persino più basso che nel Southampton. Il nazionale italiano arriva poi come vice-Llorente, ma in un attacco che già contava cinque giocatori. Dunque alla squadra che già domina il campionato è arrivato un giocatore che alza, si, il livello, ma che in pratica è stato tolto alle concorrenti. Tenere sei punte di livello è un lusso per chiunque, e probabilmente Marotta avrebbe preferito vendere uno tra Vucinic e Quagliarella. Ma questi, comprensibilmente, non hanno molta voglia di muoversi: sono in fase avanzata della carriera in una squadra vincente, e con stipendi di livello. Chi glielo fa fare? Detto questo, la Juve dunque è una faccia vincente dell’Italia? In effetti si, ma pensiamoci: proprietaria della società è quella famiglia Agnelli della Fiat, quella che ora è diventata FCA ed avrà la sede legale in Olanda e fiscale in Inghilterra. Non è che trasferiranno lì anche la squadra? Si scherza, ma rimane che l’esempio più vincente del nostro campionato è in mano a una società che, a torto o a ragione, sta uscendo dall’Italia per rimanere competitiva sul mercato globale.

Napoli e Roma – sembrano modelli positivi: ma d’altronde la prima è di proprietà di un De Laurentiis che viene da un mondo internazionale come quello del cinema, e la Roma ha una proprietà statunitense, con il già citato Pallotta. Il mercato delle due è stato dettato soprattutto dalle esigenze: la prima doveva coprire tre ruoli, e lo ha fatto: sono arrivati un centrocampista, un difensore centrale e un esterno difensivo. Certo, anche qua vediamo un po’ di “vorrei ma non posso all’italiana”. Per gli azzurri sono circolati nomi come Vermaelen, Mascherano e Coentrao, sono arrivati Henrique, Jorginho e Ghoulam: non le primissime scelte. Certo, c’è il discorso sul mercato di gennaio, ma è evidente che le esigenze di bilancio impongono di tenere il profilo un po’ più basso e ragionare in prospettiva (cosa che intanto, nel nostro paese, si fa fin troppo poco), con due su tre giovani promettenti e già pronti . Tanta prospettiva anche per la Roma: Il ds Sabatini ha preso uno dei migliori giocatori in vendita in Italia, il belga Nainggolan, ha sostituito Burdisso col brasiliano Toloi (buon difensore di 23 anni) e ha comprato tanti giovani di grande prospettiva, tra cui il canterano del Barça Sanabria. Un mercato molto buono (si è rinforzato un centrocampo già di alto livello) che vuole permettere alla società di competere anche in futuro con la Juve dominatrice: un esempio.

Il presidente del Cagliari, Massimo Cellino
Il presidente del Cagliari, Massimo Cellino

Tutte le altre – L’esempio più vivace di come il calcio italiano ricordi l’Italia stessa è dato da tutte le altre squadre del campionato. E’ anche normale: mentre sulle grandi si concentrano gli imprenditori più ricchi, rari investimenti stranieri e un’attenzione mediatica sopra la media, nel calcio “di provincia” troviamo le realtà più vicine (se così vogliamo considerare il sempre troppo ricco calcio professionistico) al mondo di tutti i giorni. Così abbiamo a che fare con un Cellino, presidente del Cagliari, pieno di guai giudiziari e con la grana stadio tra le mani, che vende il già citato Nainggollan dicendo che lascia partire tutti, perché non meritano una situazione del genere. Giusto, ma è difficile credere che sotto non ci sia un certo bisogno di liquidità. O c’è un esempio come il Sassuolo del presidente di Confindustria Squinzi, che ha cambiato buona parte della squadra, nonché l’allenatore, alla ricerca di una difficile salvezza. Certo, gli investimenti hanno portato giocatori di buon livello, ma rimane il fatto che dover rifondare a stagione in corso, costringendo a cambi di modulo e mentalità che solitamente richiedono tempo, rende tutto molto difficile: ricorda molto quello stile improvvisato all’italiana, che, nel tentativo di ottenere tutto subito o di salvare il salvabile, ha portato a molti dei disastri che conosciamo. Sono solo due dei molti esempi possibili.

In generale c’è un campionato che, nonostante i tanti movimenti, spessissimo però non accompagnati dal denaro, ha visto il suo livello abbassarsi di anno in anno: il crescente gap tra le prime e più di metà della serie A ne è un sintomo. Storie di un paese in decadenza in tutti i suoi aspetti: forse il calcio in questo senso dovrebbe dare una lezione. Magari molti tifosi, troppo poco interessati a quel che gli succede intorno, potrebbero capire gli effetti della mancanza di prospettiva (il non investire in stadi in passato, a favore di ingaggi faraonici, oggi si fa sentire eccome), delle difficoltà crescenti, della riduzione del movimento in sé (la Lega Pro dall’anno prossimo sarà un’unica serie, dopo che negli ultimi anni i campionati erano costruiti dai fallimenti delle società più che da promozioni e retrocessioni); insomma di come, certi modi di fare (che toccano ma vanno ben oltre la politica), hanno influito sul ben più importante mondo “reale”. E non siamo gli unici: anche in Spagna (terra di Real e Barça: le più ricche, ma aiutate dalle banche) dimostrano di non passarsela bene. I giocatori del Racing Santander hanno deciso di non giocare la partita con la Real Sociedad, non venendo i loro stipendi pagati da settembre scorso: in certe cose, tutto il mondo è paese.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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