La politica dei toni forti, tra campagna elettorale e estremizzazione

29/04/2014 di Luca Andrea Palmieri

Silvio Berlusconi

Le campagne elettorali, nel nostro paese, sono sempre contraddistinte da toni forti. E’ una delle grandi costanti degli ultimi vent’anni, che ha fatto le fortune del centro-destra, nonché uno dei motivi di maggiore debolezza della sinistra. Dalle parti di Bersani & co., e prima di lui di Veltroni, D’Alema, Prodi e Occhetto, nessuno si è mai abituato ad usare parole forti per fare valere le proprie idee.

Parole che nel centro-destra, al contrario, hanno sempre saputo sfruttare: basti pensare all’infinità di uscite di un Berlusconi che, finché la sua forza politica ha avuto una base solida, ha sempre saputo giocare con le emozioni, a  volte le più viscerali, degli italiani. Per non parlare della Lega, che quando nel 1994 si apprestò al suo primo grande successo politico, portò qualcosa di davvero inconcepibile per la compita (nonostante gli scandali) platea politica del tempo.

Oggi, con la forza e la perizia di chi è da sempre abituato al palcoscenico, è Beppe Grillo che utilizza quotidianamente il genere di metro che ai tempi faceva le fortune di Umberto Bossi, con la differenza che il contesto storico e la natura nazionale del Movimento 5 Stelle gli da uno slancio in più.

Toni-forti-Renato-Brunetta
Renato Brunetta

L’ambivalenza berlusconiana  – Il caso Berlusconi in questi giorni è quantomeno interessante, non per altro per la quantità di tavoli in cui il leader di Forza Italia si sta giocando le sue carte. Il centro-destra è in difficoltà, l’ex Cavaliere lo sa benissimo, ma a una prima occhiata non sembra decidersi sulla strategia da adottare per risollevare le sorti della sua macchina elettorale.

Così cerca di seguire le tendenze del momento, mettendo a volte la maschera del moderato, attratto da Renzi ma allo stesso tempo suo avversario, dall’altro vestendo i panni del politico d’assalto, pronto a sparare a zero su tutto e tutti. Una situazione, questa, resa evidente anche dalla scelta dei principali alleati. Da un lato c’è un ariete d’assalto, quel Renato Brunetta sempre molto combattivo nelle sue invettive contro gli sprechi della Rai o le presunte violazioni del patto sulle riforme istituzionali. Dall’altro troviamo in Giovanni Toti la faccia tranquilla, che vorrebbe essere rassicurante, e che nelle intenzioni di Berlusconi dovrebbe mostrare le possibilità di conciliazione col popolo dei moderati.

Se questa tattica porterà un qualche risultato sarà il tempo a dirlo. Fatto sta che le difficoltà di Forza Italia vengono dai fallimenti degli ultimi anni, con le spaccature interne che hanno inevitabilmente comportato, nonché dalle condanne di un Berlusconi che vive oggi sulla sua pelle tutti i limiti di un partito basato su una leadership personale: lanciato fino a che il leader è forte, ma sempre più a picco nel momento in cui questi perde colpi. Sarà dura invertire questa tendenza.

Un disegno ben preciso – Non ci si deve dunque stupire delle ennesime uscite di Berlusconi degli ultimi giorni, anzi: tutto sembra nascere da un disegno ben preciso. Siamo nell’ultimo mese della campagna elettorale per le europee, un’elezione che, nella limitata ottica dell’impatto nazionale, è importante soprattutto per i partiti di opposizione, primi beneficiari di un voto per un’istituzione mai così poco amata come in questo periodo. Una sconfitta cocente di Berlusconi rispetto al Movimento 5 Stelle porterebbe a un assoluto ridimensionamento del ruolo di Forza Italia quale opposizione: il trend che ne potrebbe scaturire potrebbe avere risultati disastrosi nell’ottica delle prossime politiche, per le quali, a conti fatti, la campagna elettorale è già diventata permanente (basti pensare alle detrazioni fiscali già promesse, nel weekend, sulle sue reti televisive).

Così l’ex Cavaliere pare aver deciso di sfidare gli stellati sul loro stesso terreno, con una scelta del linguaggio apposita per smuovere, ancora una volta, alcuni dei sentimenti più viscerali degli italiani. Da qua nasce la “gaffe”, che tanto gaffe non è, sulla Germania e sui lager “dimenticati”: un ottimo modo per riportare avanti una retorica anti-germanista che, di fronte a un’elezione europea, si propone di portare un certo consenso. Non è un caso, a questo punto, neanche che Grillo sia paragonato a Hitler. L’idea, evidentemente, è quella di sfruttare la “tendenza autoritaria” del leader ed accostarla all’immagine meno amata del mondo tedesco.

A tutto questo aggiungiamo la storica visione di Giorgio Napolitano “rosso” comunista, ovvero il nemico storico contro cui Berlusconi ha combattuto, e vinto, diverse battaglie (poco importa che il presidente della Repubblica sia stato rieletto proprio con i voti del suo Pdl). Ed anche, per completare il quadro, è stata trovata dal leader del centro-destra un’immagine anche per Renzi, ora diventato “tassatore”. Indipendentemente dalla verità o meno di quest’immagine, si tratta, in termini di propaganda elettorale, di un passo avanti per andare contro a un avversario troppo allettante per il proprio elettorato moderato, e quindi difficile da contrastare.

Il caso di Grillo – Anche in Grillo troviamo tendenze dello stesso genere. Per quanto stigmatizzata, la citazione di Primo Levi e l’immagine di Auschwitz applicate alla P2 hanno lo stesso effetto, forse persino moltiplicato: il “nemico tedesco” (meno richiamato da Grillo, ma facilmente accostabile al “nemico europeo” e ancora più semplice da utilizzare nella sua storica connotazione nazista), si accosta al male assoluto contro cui dichiara di combattere il Movimento 5 Stelle, quella P2 oggi non specificamente definita, ma accostabile per lui a tutto ciò che è o è stato al governo e che non ha la V e le stelle nel simbolo. Senza contare i riferimenti alla “peste rossa” presente, nelle sue parole, a Piombino.

Non ce ne vogliano i simpatizzanti dell’uno o dell’altro, ma in questo senso Grillo e Berlusconi sono simili. Per quanto estremamente diversi dal punto di vista politico, l’uso dei toni forti, dell’invettiva, dell’insulto più o meno volgare li caratterizza entrambi: e non è un caso se la crescita del Movimento 5 Stelle sembra venire soprattutto, in questo particolare periodo, dai transfughi di Forza Italia.

Volendo fare un confronto (dal punto di vista puramente comunicativo, sia chiaro) tra i due, chi sta avendo la meglio è senza ombra di dubbio Grillo, molto più immerso nel contesto storico attuale. Ha slancio e la crisi, la stanchezza delle persone ed i disastri combinati dallo stesso Berlusconi e dalla sinistra storica gli danno modo di portare avanti il suo impeto con crescente successo. Il problema è che questa retorica non fa bene al paese. Estremizza i discorsi, fa apparire semplici cose che non lo sono, lascia al bianco o al nero il dominio della politica, dove più che in ogni altro contano le sfumature. Quanto, queste sfumature, saranno davvero decisive, molto probabilmente lo vedremo nei prossimi anni.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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